Ho conosciuto Stefania qualche anno fa per ragioni di lavoro e, quando ormai diverso tempo fa, ci ha raccontato del progetto di una rete che lavorasse sull’educazione contro la violenza di genere, abbiamo deciso – perché è stata una decisione che ha visto me e Alberto fortemente orientati in tal senso – di “seguirla” con un impegno di volontariato professionale.
Trovate tutti i dettagli del progetto qui: il mio invito è a leggere le parole di Stefania e a sostenere SAFE – è una opportunità preziosa per contribuire a sviluppare una conversazione sul tema a livello locale e sui territori.

Buona lettura!

 

SAFE è la prima agenzia specializzata in fundraising per l’educazione contro la violenza di genere, ha come metodologia di lavoro una stretta interazione tra profit e nonprofit, lavora sull’educazione ad una cultura di prevenzione della violenza di genere.
Come è nata l’idea?

Safe nasce da un bisogno molto profondo, più che un progetto è una esigenza che diventa desiderio e che si nutre di anni di lavoro in ambienti molto diversi tra di loro.

Il primo vagito però lo abbiamo sentito dentro il Centro Studi Pensiero Femminile. Dopo anni di lavoro sulla formazione e la ricerca nell’ambito dell’accoglienza alle donne che subiscono violenza abbiamo deciso di concentrarci sulla valorizzazione dell’educazione.

Sentivamo più adatto a noi un lavoro sulla prevenzione, volevamo sfidarci ponendoci come obiettivo un cambiamento culturale, la costruzione di una proposta alternativa alla cultura che legittima la violenza di genere. Avevamo le competenze per farlo e abbiamo deciso di iniziare. Non avevamo molto tempo però, così mi sono licenziata.

In quel momento ero responsabile dell’ufficio di progettazione e sviluppo di due agenzie formative all’interno delle quali avevo sviluppato alcuni progetti in collaborazione con Università e imprese. Con il Centro Studi avevamo promosso convegni e seminari sul tema dell’organizzazione aziendale in ottica di genere insieme a Associazioni come APID, CAFID e Federmanager. Io stessa per un periodo della mia vita sono stata imprenditrice e poi presidente di una associazione di promozione sociale.

Il legame tra profit e non profit ha sempre fatto parte della mia esperienza di vita e di lavoro ed è venuto quindi spontaneo riproporlo in SAFE. Di sicuro è stato un salto nel vuoto, come tutti i salti nel vuoto piuttosto inebriante, la corda a cui sono attaccata è però fatta di profonde motivazioni, di esperienze importanti e di compagne di lavoro con cui condivido il volo.

 

Lavorando per facilitare e integrare il dialogo tra due segmenti – il profit e il nonprofit – che sempre più presentano punti di tangenza, ci sono peculiarità che noti nelle governance al femminile nei due settori?

La governance al femminile nel profit non costituisce di per sé un modello quanto piuttosto una opportunità. La possibilità di proporre nuovi modelli organizzativi può venire più facilmente da una parte di popolazione che ha in sé la possibilità di proporre approcci non tradizionali, perchè più libera da schemi consolidati e potenzialmente portatrice di esperienze differenti. Non è sempre così.

Credo però di avere visto più spesso l’unione tra pragmatismo, originalità, propensione al rischio ed empatia nelle associazioni e nelle imprese dove nella governance prevale il femminile, di cui a volte possono essere portatori anche gli uomini.

 

Il tema della violenza di genere è connesso alla percezione dell’identità, di qualcosa che è “corretto” e qualcosa che, al contrario, non lo è. Negli ultimi anni mi chiedo molto spesso in che modo, in quanto persona prima di tutto e poi membro della governance di enti nonprofit oltre che della mia azienda, testimoniare correttamente un approccio rispettoso della mia specifica identità così come di quella di chiunque altro, andando oltre il “femminile” e “maschile” e focalizzandomi, invece, su un’identità individuale.
Qual è il tuo punto di vista, anche di ricercatrice, su un tema del genere?

Così mi hai lanciato nel mondo queer, non è semplice risponderti in breve perchè non è un mondo ancora molto frequentato e non è possibile dare per scontate tutte quelle premesse che mi permetterebbero di essere sintetica.

Però se ci fermiamo all’interno della cornice della violenza di genere è forse un po’ più semplice. Il genere femminile è quello più colpito dalla violenza intrafamiliare poiché una intera cultura millenaria ne definisce ruoli e attitudini. Non è possibile essere semplicemente individui. C’è una attribuzione di identità legata al sesso di nascita molto chiara, rigida e funzionale ad un sistema in cui le donne hanno fatto molta fatica e ancora ne fanno, ad acquisire diritti come individui.

Il “femminile” e il “maschile” nell’educazione che vuole contrastare la violenza, diventano invece opportunità per tutte e tutti, categorie trasversali al sesso di nascita, che sebbene formatesi all’interno di una cultura che ne ha fatto motivo di umiliazione o di esaltazione diventano attitudini a disposizione di ogni identità. E’ come impadronirsi di un tesoro che era stato riservato solo ad alcune ed alcuni, per farlo però bisogna essere in grado di riconoscerlo.

 

Se dovessi dare, a partire dal tuo punto di osservazione, un suggerimento alla governance di una organizzazione nonprofit che voglia “tenere conto” del tema della violenza di genere lavorando su una cultura interna (ed esterna) differente, qual è la prima cosa che, a tuo parere, è importante fare o tenere in considerazione?

Problematizzare all’interno della propria governance i temi del rispetto, della non discriminazione e della comunicazione non violenta. Farli diventare temi trasversali nell’organizzazione e prevedere momenti di formazione a tutti i livelli. Portarli poi all’esterno attraverso una attiva testimonianza fatta di pratiche e metodi di lavoro e relazione.

 

Questa domanda non era prevista ma l’occasione è troppo ghiotta per lasciarmela sfuggire. Il tema è il linguaggio. confesso che sono tra quelle persone che, inavvertitamente, declina spesso le parole non tenendo conto del genere femminile.
Quanto conta, dal tuo punto di vista, l’utilizzo di un linguaggio “corretto” in questo senso, anche rispetto alla percezione di certi temi? o deve, al contrario, costituire una barriera da oltrepassare per impostare un dialogo?

Intanto il linguaggio di genere è semplicemente un gradito omaggio alla grammatica italiana. Come non direi una tavolo, non dico una architetto. Siamo abituate ed abituati a questo curioso comportamento linguistico perchè mentre abbiamo sempre usato i tavoli non altrettanto spesso abbiamo avuto architette a cui affidare commesse di lavoro. Il risultato non è però solo quello di un pasticcio grammaticale, ma ha anche ripercussioni sociali importanti perchè se nel momento in cui le donne si affacciano a mestieri e ruoli mai avuti prima, continuare a ignorarle nella loro identità significa negare la loro esistenza come tali. Significa che non possono costituire modelli per le bambine perchè gli immaginari si costruiscono con le parole. Esiste solo ciò che possiamo nominare, quindi se non nominiamo una ingegnera, una ministra o un ostetrico non esisteranno e alla fatidica domanda “cosa farai da grande?” verranno spesso nominati i consueti ruoli e lavori.

Per quanto riguarda i nostri temi prevenire la violenza attraverso l’educazione significa ridare valore al femminile, costruire modelli di relazione paritari, trasmettere modelli positivi, favorire l’autostima e l’assertività, comunicare sempre legittimando e rispettando le differenze. Per fare tutto ciò, tra le altre cose, tutte e tutti devono essere nominati correttamente.

 

 

Stefania Doglioli, con un phd in sociologia ed un master in statistica ha alternato nella sua vita ricerca ed azione senza essere in grado di privilegiare solo una di queste attitudini. SAFE è un punto di arrivo in cui le relazioni di una esistenza nomade, ma sempre connessa a reti e progetti, diventano forza ed energia per mettersi alla prova in una realistica utopia.

 

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Informazioni su Simona Biancu

Consulente e formatrice su fundraising e filantropia strategica con la sua società ENGAGEDin. Master in fundraising all’Università di Bologna e Executive in Strategic Philanthropy presso Fondazione Lang, collabora da anni con enti nonprofit, Università, istituzioni sanitarie e culturali in Italia e all’estero. E' Vice-presidente di ASSIF - Associazione Italiana Fundraiser e socia AFP - Association of Fundraising Professionals. Ha esperienze come Board member in organizzazioni e istituzioni italiane e internazionali. Tiene corsi e conferenze a livello internazionale su fundraising e filantropia.

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