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	<title>giustieventi, Autore presso Engagedin</title>
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	<description>Consulenza e formazione per il noprofit</description>
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	<title>giustieventi, Autore presso Engagedin</title>
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		<title>Il Presidente &#8220;tuttofare&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2021 15:54:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit. Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit.</em><br />
<em>Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi.</em><br />
<em>Apparentemente può non sembrare un fattore critico; nei fatti, invece, finisce per condizionare negativamente la fluidità dell’azione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’approccio corretto alle dinamiche organizzative – come a quasi tutti gli aspetti della vita – dovrebbe, nel mondo ideale, mettere in pratica il principio “<em>in medio stat virtus</em>”, tanto saggio da attraversare i secoli dal medioevo a oggi, ma altrettanto difficile da realizzare.</strong><br />
E, visto che tra gli estremi dell’assenza del Board e della “ultrapresenza” esiste una via di mezzo sana e salutare per tutti, mi sembra opportuno condividere qualche riflessione unitamente a qualche suggerimento su come orientarsi quando si verificano certe situazioni.</p>
<p><strong>Il caso tipico è quello di una persona che assume su di sé l’intero onere di far andare avanti l’organizzazione in tutti i suoi aspetti – latamente strategici, di solito operativi fin nel più piccolo dettaglio.</strong><br />
La maggior parte delle volte a seguire questo schema di comportamento è il Presidente dell’organizzazione, con alcune eccezioni: nei <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">percorsi sviluppati con i Board</a> abbiamo incontrato presidenti e vice-presidenti molto (troppo?) attivi e anche Consiglieri particolarmente coinvolti nella vita organizzativa.<br />
Sottolineiamo i termini: nella vita organizzativa, non nella mission. Perché <strong>il coinvolgimento nella missione è auspicabile e desiderato, anzi richiesto; quello nella vita organizzativa, quando oltrepassa i confini tra ruoli e funzioni, spesso inficia l’attività quotidiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Tra i principi di funzionamento delle organizzazioni c’è il ruolo (o funzione, o come lo si voglia denominare), che implica che ciascun componente – staff, Consiglio Direttivo, idealmente anche i volontari – sappia di cosa deve occuparsi, conosca i confini della propria azione e la flessibilità degli stessi, abbia cognizione dei flussi e della relazione con il resto dell’organizzazione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Per fare un esempio: il fundraiser che, alla luce della necessità di verificare l’andamento delle donazioni, pretenda di definire la struttura dei flussi contabili complessivi dell’organizzazione e i meccanismi di registrazione delle entrate e delle uscite in generale, sicuramente eccede il proprio ruolo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando questo riguarda il Presidente – prendiamo in esame questo ruolo in quanto rappresentativo della maggioranza dei casi di questo tipo – le ripercussioni sull’organizzazione sono, con tutta evidenza, più pesanti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I compiti dell’organo di governance (<a href="https://www.engagedin.net/ma-il-board-deve-davvero-occuparsi-del-fundraising-per-cominciare-a-parlarne/">qu</a>i trovate qualche spunto, e altri più dettagliati sono nel nostro “<a href="https://www.engagedin.net/libro-board-in-prima-fila/">Board in prima fila</a>”) sono definiti in primis dal punto di vista giuridico, nello Statuto; e andrebbero definiti anche nel disegno del Board con riferimento allo sviluppo dell’organizzazione.<br />
All’interno della cornice, naturalmente, l’interpretazione del ruolo è lasciata all’orientamento individuale e del “consesso Consiglio Direttivo”, così che ciascun membro possa attivamente contribuire allo sviluppo della mission e dell’organizzazione stessa.</p>
<p>A volte, dicevamo, il Presidente assume un ruolo di preminenza – non in via di principio, ma nei fatti, nell’operato.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Un esempio concreto: il presidente (sempre a titolo esemplificativo) ritiene che per aumentare la notorietà dell’organizzazione si debbano organizzare una serie di eventi divulgativi che aiutino a raccontarla, definisce il format degli appuntamenti e seleziona gli ospiti diversificando il più possibile la provenienza così da coprire più ambiti, individua un calendario che condivide con gli ospiti. Senza che di tutto ciò alcuno, all’interno dell’organizzazione, ne sia informato. Poi, 15 giorni prima dell’avvio del ciclo di eventi, invia una mail al fundraiser condividendo l’idea, il calendario degli eventi e gli ospiti e chiedendo di elaborare un piano di comunicazione e promozione degli stessi nonché l’attività di raccolta fondi da organizzare al riguardo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>O ancora: il presidente non è soddisfatto della “narrazione” dell’organizzazione sul sito e sui social e chiede a chi si occupa di comunicazione di togliere il materiale esistente e al fundraiser di non utilizzare più quelle call to action e quel tipo di appelli, impegnandosi a rivedere in prima persona i testi e gli appelli in modo più coerente con la propria visione dell’organizzazione e assumendo su di sé l’onere dell’area comunicazione e fundraising. Dopo 3 mesi e mezzo una intera sezione del sito è totalmente vuota e, dalla stessa data, nessuna attività di engagement e fundraising è stata fatta tramite i canali digital per mancanza di una linea condivisa- meglio: di una linea tout court &#8211; tra il presidente e lo staff.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Apparentemente l’idea di partenza – in entrambi i casi – è ottima</strong>: io, in quanto vertice dell’organizzazione do personalmente un impulso all’attività della stessa allargando lo sguardo, nel primo caso; desidero che la mission venga comunicata diversamente e meglio e che gli appelli di fundraising siano coerenti con tale comunicazione, nel secondo.<br />
Agisco, propongo e dispongo, vado avanti in prima persona e lavorando con alacrità, poi solo dopo mi ricordo/mi rendo conto che non posso fare tutto da solo/a e, allora, affido dei compiti a chi dovrebbe occuparsene in base al ruolo ma che, non avendo preso parte alla riflessione, è in difficoltà nel comprendere come adattare un programma di lavoro a qualcosa di non organico oppure lascio in standby una parte di attività perché, tra le mille cose che ho da fare, anche questa non riesco a seguirla anche se vorrei…e quindi resta un pensiero incompiuto (con tutte le conseguenze del caso per l’organizzazione).</p>
<p>E quando il fundraiser – o chi si occupa di comunicazione o figure di staff analoghe &#8211; fa presente che non ha idea di quale sia il filo conduttore di eventi già progettati e che, pur con un approccio proattivo e collaborativo, comunicare e fare appelli in questo modo è difficoltoso, in un caso, oppure (sempre il fundraiser o chi per lui/lei) continua a scrivere lamentando una flessione nelle entrate da raccolta fondi sui canali digitali/social, il presidente “legge” vede una carenza di disponibilità e competenze, pensa che ci siano sempre meno persone in grado di lavorare professionalmente e spendersi adeguatamente per una causa, pensando in modo strategico e andando oltre il proprio pezzetto di lavoro. Il presidente vorrebbe tutti un po’ tuttologi e velocissimi, come sé stesso, o sé stessa, in grado di cogliere al volo tutte le opportunità e sviluppare tutte le idee perché qualcosa di buono comunque arriverà.</p>
<p>Sicuramente persone “che vedono solo il proprio pezzetto di lavoro” esistono. E, tuttavia, modalità di azione come quelle sopra descritte sono quelle che, tipicamente, generano confusione e conflitto, situazioni in cui chiunque non è a proprio agio o non riesce a orientare in modo efficace il proprio lavoro quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Come fare</strong>, quindi?</h4>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per fundraiser</em>:</h4>
</li>
</ul>
<p>L&#8217;ottimo è nemico del buono. Provate a trovare una o più parole chiave dopo aver chiesto al presidente perché ha pensato proprio a quelle persone da invitare e, su quelle, costruite una narrazione “di visione”, ampia, che tenga conto dell’ispirazione che ha mosso il presidente e la declini sulla interpretazione della mission in maniera ampia.</p>
<p>Poi, però, chiedete (con tatto e con il sorriso) al presidente di non farlo più… perlomeno senza avervi avvisati! È un approccio costruttivo che mette a fuoco un metodo di azione non corretto, ma lo “reinterpreta” in maniera, appunto, costruttiva, che consente di non perdere un’opportunità.</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per presidenti (o analoghi)</em></h4>
</li>
</ul>
<p>Essere proattivi, avere iniziativa, è un’ottima cosa. Ma se esiste un Consiglio Direttivo che è un organo collegiale, e un piano di lavoro che serve allo staff per sviluppare iniziative e azioni, forse occorre inserire le idee rendendolo coerenti con il tutto. Per evitare conflitti e fibrillazioni e, soprattutto, per fare delle idee innovative un driver effettivo di progresso dell’organizzazione. Quindi: benissimo l’iniziativa individuale, ma, in generale, meglio fare un check dei piani di lavoro già definiti e concordare azioni nuove e innovative con lo staff, così da massimizzarne l’impatto e l’efficacia senza creare attriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Maneggiare” le organizzazioni è materia complessa.</strong><br />
<strong>Essere in governance ed esercitare il proprio mandato richiede lungimiranza e mediazione tra l’entusiasmo e la necessità di essere concreti e ragionare/agire per step successivi.</strong><br />
<strong>L’approccio del “one man/woman company” è estremamente pericoloso</strong>: non solo perché genera confusione e moltiplica i processi, inclusi quelli non necessari, ma, soprattutto, perché nel lungo periodo genera disinteresse e deresponsabilizzazione in chi, nei fatti, si sente esautorato del proprio ruolo. Senza che, però, ci sia un reale rimpiazzo – no, <strong>per quanto in gamba, una sola persona non può sostituirsi ad un Consiglio intero o allo staff.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per cui <strong>spazio alle idee e alle novità, ma sempre tenendo presente che un’organizzazione è un organismo complesso fatto di “sistemi viventi” che devono remare tutti (possibilmente) nella stessa direzione.</strong></p>
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		<title>Il Board e il fundraising, comunque lo si chiami</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 14:26:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di Board coaching con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne. &#160; [per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">Board coaching</a> con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un <strong>Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, pratica e sviluppo del fundraising, come strumento di sostenibilità, per quelle organizzazioni il cui Board necessiti di un lavoro ad hoc dal punto di vista delle competenze, del committment, del “disegno” di un modo differente di declinare il tema dello sviluppo dell’organizzazione</strong>.</em><br />
<em>È un lavoro molto interessante perché – ma questo accade sempre quando ci si occupa di fundraising – non ha soluzioni o modelli pre-individuabili a monte, va costruito e sviluppato in relazione alla situazione contingente e trova sempre modalità originali di sviluppo]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’organizzazione ha una storia molto bella, nasce da una motivazione forte, ha una reputazione consolidata, un buon numero di volontari. E <strong>un fundraising che fa fatica a crescere: pur con una buona strutturazione, la questione dello sviluppo, in termini di numero donatori e fondi raccolti, è un tema su cui sono concentrati gli sforzi da un po’ di tempo.</strong></p>
<p>La mia collaborazione, dunque, si sviluppa su due assi:<br />
1) <strong>la strategia di fundraising</strong> – l’analisi, la revisione e l’upgrade delle campagne, lo sviluppo del database, la comunicazione e tutto quello che riguarda il fundraising dal punto di vista anche tecnico;<br />
2) <strong>il lavoro diretto e pratico con il Board</strong>, perché possa essere il reale punto di snodo verso una strategia di sostenibilità più efficace per l’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Dopo aver “inquadrato” la situazione dal punto di vista dei “numeri” e dell’organizzazione, <strong>il passaggio al fundraising ha visto un certo timore da parte dei Consiglieri.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Pur convinti – tutti! Il che è già un ottimo punto di partenza – che il fundraising sia necessario, hanno manifestato una certa ritrosia nel chiedere, </strong><strong>il timore (solito…) di creare imbarazzi tra amici e conoscenti, qualche perplessità sul riuscire a chiedere.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Il punto è stato esattamente questo: “il fundraising è fondamentale, ma io non riuscirei mai a farlo perché non so chiedere nulla, neppure per questa organizzazione alla quale tengo moltissimo”.</p>
<h4 style="text-align: center;">Le persone di cui parlo sono realmente volontari dell’organizzazione: non solo compongono il Consiglio ma, da sempre, prestano attività di volontariato professionale in maniera continuativa per far progredire i progetti. Sono realmente coinvolte e attive rispetto alla causa. Ci sono per lo staff.<br />
Ma non se la sentono… di fare fundraising.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[faccio un inciso: negli ultimi 2 mesi, immagino per puro caso, mi è accaduta già 3 volte la stessa tipologia di situazione. Evidentemente il tema si pone, i Board se lo pongono e sono interessati a cercare le modalità per superare la stasi. E questo, a mio avviso, è un aspetto fondamentale, davvero un passo diverso]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come facciamo sempre durante le consulenze, ho cominciato a “stringere” sul tema per capire dove poter incuneare una leva da utilizzare per generare quel cambio di passo che è l’obiettivo del percorso di lavoro.</strong><br />
Ad un certo punto, durante questo scambio di domande che stavo guidano, un consigliere – riferendosi al presidente &#8211; ha detto che aveva fatto un atto di “pirateria” (ha usato letteralmente questo termine) perché, a fronte della necessità di sostituire uno strumento essenziale che si era rotto e che avrebbe dovuto essere oggetto di una campagna di fundraising a settembre, il Presidente ci ha pensato, ripensato, preoccupato che il macchinario rotto determinasse l’impossibilità di erogare certe prestazioni e alla fine, una mattina di qualche giorno fa, ha alzato la cornetta per chiamare uno dei suoi contatti corporate …e gli ha chiesto 50mila euro. Così, senza colpo ferire. E li ha ottenuti quasi tutti.</p>
<p>Io l’ho guardato, ho guardato il Consigliere che ha riferito l’episodio, e non potevo crederci. Non tanto per la cifra – ero certamente contentissima per il caso fortunato che ha voluto che l’incontro tra un bisogno e un desiderio fosse esattamente quello giusto in quel momento – quanto perché l’approccio contraddiceva nei fatti quello che lo stesso presidente stava dicendo fino ad un minuto prima.<br />
Gliel’ho fatto notare e <strong>gli ho chiesto come l’avrebbe chiamata, una cosa del genere, se non fundraising</strong>. E lui mi ha detto che sì, era come un atto di pirateria perché è entrato a gamba tesa con il suo contatto e, senza girarci neppure intorno, gli ha detto che il macchinario si era rotto, non riuscivano ad erogare prestazioni e che, per comprarne uno nuovo, ci sarebbero voluti alcuni mesi e nel frattempo le persone non avrebbero potuto fare quel tipo di esami e che, insomma, non era una bella situazione perché significava bloccare l’attività della struttura sanitaria. E la persona in questione gli aveva risposto che no, questo non doveva succedere e che ci avrebbe pensato lui, vista l’emergenza.</p>
<p>Mentre cercavo di mettere insieme gli elementi per far notare, nella maniera più piana e convincente possibile, che il fundraising era esattamente quella cosa lì, un altro consigliere – anche lui fino a poco prima mi stava dicendo che non avrebbe avuto problemi a scrivere o contattare amici e conoscenti, ex colleghi e chiunque altro fosse stato potenzialmente utile, ma senza neppure nominare l’espressione “ti chiedo di …” – mi ha detto che anche a lui era accaduta una cosa simile, ma che non l’aveva chiamata pirateria bensì “Provvidenza”.<br />
Durante una serata con amici di famiglia aveva raccontato di un progetto che stava seguendo in prima persona per l’organizzazione e che avrebbe voluto svilupparlo coinvolgendo un numero maggiore di destinatari e che sperava di riuscire ad avere i fondi per farlo. Ascoltando, poi, uno dei presenti che parlava di budget aziendali e di risparmi dovuti ad una gestione efficiente degli stessi, gli aveva detto – testualmente – “ma visto che questi soldi li avete comunque in cassa perché non fate una cosa per qualcun altro e li donate per questo progetto?” e quello gli aveva detto che non ci aveva mai pensato e che sì, ne avrebbe parlato in azienda perché era una buona idea. E qualche giorno dopo aveva chiesto un incontro per approfondire il tutto e, nell’arco di pochissimi giorni, erano arrivati quei soldi.</p>
<p><strong>La Provvidenza, dunque. O la pirateria.</strong></p>
<h4 style="text-align: center;">Comunque la si chiami, è qualcosa con cui queste persone si sentono più a loro agio che con il termine “fundraising”.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci ho ragionato un bel po’, su questo aspetto. Come scrivevo più sopra, <strong>mi accade piuttosto di frequente di trovarmi di fronte a questo tipo di approccio e di dover trovare la chiave per poterlo trasformare in qualcosa di concreto e strutturato – che nella mia testa e nel mio lessico si chiama fundraising ma, evidentemente, può anche assumere nomi differenti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su questo punto, quindi, mi sento di elencare due aspetti/suggerimenti:</p>
<p>&#8211; <strong>demistificare il termine fundraising a volte può essere la chiave di interpretazione per cambiare la percezione e, di conseguenza, l’approccio concreto</strong> (perché non tutti i consiglieri, ne sono consapevole, sono “pirati” o beneficiati dalla “provvidenza”).  a<br />
Tutte le volte in cui ho adottato questo approccio, nei casi in cui mi sembrava necessario, si è poi rivelato quello giusto. Certo, <strong>ho dovuto imparare ad essere flessibile in quanto a termini e proprietà lessicali, ma è stato – ed è – sempre un esercizio utile anche per me. Perché imparare a guardare le cose da punti di vista diversi è quello che insegna ad includere (oltre ad essere enormemente stimolante)</strong>;</p>
<p>&#8211; <strong>approfondire, non accontentarsi della prima risposta o perplessità o dubbio, è la strada per comprendere quali siano la reale situazione dell’organizzazione in quel momento e, soprattutto, le potenzialità.</strong><br />
La capacità di analisi, la lettura non solo dei dati ma anche del contesto, l’ascolto attivo e l’individuazione delle domande giuste sono, a mio avviso, tra gli strumenti fondamentali del fundraiser – in questo caso declinati su un percorso di sviluppo del Board ma, in generale, validi nella relazione con i donatori e con chiunque sia coinvolto dal tema dello sviluppo.<br />
Non essermi fermata alla prima domanda/risposta – “abbiamo timore a chiedere” – ha fatto sì che, in un clima informale e di confronto aperto, senza giudizio né remore nel condividere dubbi e perplessità (e questa “apertura” occorre generarla, perché a volte non arriva affatto da sé), emergessero le risposte “vere”.</p>
<h4></h4>
<h4></h4>
<h4>In questo anno e qualche mese in cui tutti abbiamo dovuto confrontarci con l’impensabile, la mia impressione è che uno degli insegnamenti sia proprio quello dell’apertura verso l’altro, anche quando quello che si mostra è vulnerabilità.</h4>
<h4>Perché è da lì che si costruisce, laddove invece la perfezione (o, per usare un termine che non mi piace: la performance) non necessità di curiosità e approfondimenti.</h4>
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		<title>Quando un passo indietro è uno avanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:26:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Board visto dai fundraiser]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono settimane di rincorse tra call su tutte le piattaforme possibili, incontri a distanza con Board e fundraiser, riprogettazione di corsi di formazione per rendere l’esperienza sempre più fruibile al meglio per i partecipanti, riflessioni sul fundraising, sui fundraiser, sulle policy internazionali. E anche di webinar guardati ad orari impossibili, rigorosamente in differita, per non tralasciare [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono settimane di rincorse tra call su tutte le piattaforme possibili, incontri a distanza con Board e fundraiser, riprogettazione di corsi di formazione per rendere l’esperienza sempre più fruibile al meglio per i partecipanti, riflessioni sul fundraising, sui fundraiser, sulle policy internazionali. </em><em>E anche di webinar guardati ad orari impossibili, rigorosamente in differita, per non tralasciare il “cibo per la mente” e la coltivazione della curiosità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qualche giorno fa, durante uno di questi eventi a distanza, ho ascoltato parole che mi sono appuntata sull’agenda e che parlavano di <em>collective leadership</em> e di <em>social and public purpose</em> come approccio metodologico</strong> da trasferire quale know-how agli studenti dei corsi universitari afferenti a materie socio-filantropiche e simili.</p>
<p>Riflettevo su questi temi anche alla luce degli stimoli arrivati dal <a href="https://nonprofitwomen.camp">Nonprofit Women Camp</a> che si è tenuto ad inizio marzo e ragionavo sul fatto che <strong>il paradigma della leadership, nelle organizzazioni nonprofit come altrove, andrebbe – nella maggior parte dei casi – rivisto e aggiornato in modo coerente con un tempo complesso come quello che stiamo vivendo. </strong></p>
<p><em>[perché sì, io <strong>sono convinta che la nuova normalità sarà, appunto, nuova e diversa da quella che conoscevamo; quello che occorrerà capire è quanto di buono potremo portarci dietro nel “nuovo mondo” e quanto, invece, sarà bene lasciare là dove è rimasto</strong>. Il mio proposito riguarda l’attenzione alla mia impronta ecologica e alla definizione di modalità più leggere di impostazione della professione: dopo 1 anno di smart working pressochè totale, una riflessione condivisa con molte delle organizzazioni con cui collaboro è, ad esempio, che le riunioni di persona andranno calibrate bene, lasciando alle opportunità tecnologiche l’interazione e il confronto più serrato perché questa modalità fa guadagnare tempo da spendere in approfondimenti e pensiero “verticale” utile a tutti, evita spostamenti e inquinamento laddove possibile e, in generale, comporta un ripensamento di tempi e approccio che, perlomeno da quello che abbiamo constatato negli ultimi 12 mesi e mezzo, incrementa l’efficacia, la concentrazione e la qualità della produttività. Dedicando, invece, tutto il tempo che occorre in presenza quando sia realmente necessario e un vero valore aggiunto]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tra le attività che seguiamo in questi mesi c’è il &#8220;disegno&#8221; del Consiglio Direttivo di una organizzazione che è in fase di rinnovo dopo 2 mandati con gli stessi membri.</strong><br />
Ad una fase di avvio dell’organizzazione, anni fa, che ci ha visto presenti come consulenti per tutto quello che riguarda la definizione della strategia di sviluppo insieme ai fondatori e allo staff, è seguito un periodo di consolidamento durante il quale alcuni tra i fondatori – non tutti – sono stati parte del Consiglio e hanno contribuito alla definizione del posizionamento dell’organizzazione.<br />
<strong>Adesso è il momento di un cambiamento</strong>, con tutto quello che comporta dal punto di vista non tanto e non solo del “design” del Board da un punto di vista teorico quanto, più praticamente, in relazione alle sensibilità, agli orientamenti, alla “visione del mondo” condivisa tra i fondatori e i nuovi, futuri Consiglieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche giorno fa ho avuto un incontro con uno di loro, fondatore, ex presidente e persona storicamente molto attiva all’interno dell’organizzazione.<br />
Dopo un periodo di forte conflittualità interna al Consiglio aveva preso un anno sabbatico e adesso, pian piano, sta riprendendo i contatti con l’organizzazione.<br />
È una persona di cui abbiamo molta stima, così come degli altri Board members e dell’organizzazione tutta che, anche nei momenti più complicati, ha sempre saputo tenere la barra dritta e non perdere di vista l’attenzione alla mission, la cura dei donatori, la ricerca di soluzioni alternative quando quelle programmate sembravano non funzionare.</p>
<p>Questa persona mi ha aggiornato su questi mesi di distanza, su come li ha vissuti anche in relazione alla pandemia, sulle riflessioni e considerazioni “da lontano” sull’organizzazione – devo dire che <strong>questo aspetto, della relazione personale, lo considero preziosissimo all’interno di una relazione professionale</strong>. Perché in molti casi mi consente di individuare percorsi e soluzioni facendo leva anche su un sentire legato alle storie individuali che, soprattutto in una professione fortemente imperniata sui valori e su un’idea del mondo che regala (letteralmente) la possibilità di schierarsi, ha una continuità tra i due ambiti.</p>
<p>E, ragionando insieme sullo sviluppo che in questi mesi ha avuto l’organizzazione, i risultati con il segno più davanti, un’organizzazione interna stabile, mi ha detto: “<em>sai, ho capito che era il momento di fare un passo indietro. Questa organizzazione l’ho voluta fortemente, ho investito tempo e soldi per farla nascere e portarla ad un certo livello ed è stato molto frustrante rendermi conto di essere in disaccordo con la maggioranza degli altri consiglieri. Ho discusso, anche litigato. Poi, però, mi sono reso conto che avrei fatto solo danni a me e, soprattutto, allo staff che subiva tutta quella pressione e, in ultima analisi, all’organizzazione. Così mi sono allontanato, anche se mi faceva male il cuore nel farlo.</em><br />
<em>Adesso inizia un nuovo ciclo, me ne rendo conto dopo aver guardato e guardando le cose a distanza; e però, pur amando questa organizzazione e avendo un gran desiderio di volermi riavvicinare, capisco di non voler essere ingombrante e, soprattutto, non voler disturbare questo lavoro che sta funzionando così bene. Allora questo passo indietro me lo tengo stretto e mi metto al servizio dell’organizzazione in modo leggero</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco, al di là della declinazione che daremo al “modo leggero” – e che in qualche modo io ritrovo in tante riflessioni che sento e che, come ho scritto sopra, faccio in questo periodo sul tema – e dell’apprezzamento per il contenuto di queste parole, riflettevo anche su <strong>quante volte – poche, nella mia esperienza di ormai più di 10 anni di lavoro con i Board – ho sentito dire “faccio un passo indietro perché, pur essendo l’organizzazione una “mia creatura”, capisco che potrei danneggiarla se continuassi a rinfocolare la diversità di opinioni e pratiche”.</strong><br />
<strong>E a quanto, nel mio lavoro quotidiano, sia difficile poter dire ad un presidente o a un consigliere di farlo, questo passo indietro, per il bene dell’organizzazione, della sua attività, del clima interno. Ma, allo stesso tempo, a quanto sia utile per la salute dell’organizzazione avere un presidente o consigliere, a maggior ragione se fondatore, capace di guardare oltre l’amor proprio personale e l’attaccamento a qualcosa che si è visto nascere e si sente come cosa propria.</strong></p>
<p>È una riflessione che mi porto dietro come consulente: mi sentirete citarla tra le best practice se ci incontreremo in consulenza o all’interno di corsi di formazione o durante conferenze sul tema.</p>
<p>È una riflessione che mi porto dietro come Board member io stessa: non sempre – per fortuna! – sono d’accordo con le opinioni degli altri consiglieri nei Board in cui sono, ma cerco di fare il possibile per lasciare lo spazio a qualunque opinione e mettermi al servizio della causa anche quando avrei fatto le cose diversamente – o leggermente diversamente, perché poi la gradazione della divergenza è quella che conta all’atto pratico.</p>
<p><strong>Avere la consapevolezza che un passo indietro è sempre possibile aiuta a relativizzare il proprio “peso” e, in una certa misura, a guardare a distanza le cose quando sembra che non vadano come previsto.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco, riprendendo a scrivere qui dopo diverse settimane, condividere questa riflessione mi è sembrata una opzione “salutare” per me che la scrivo in primis e – credo – anche per chi la leggerà.</p>
<h4><strong>Fare un passo indietro, ogni tanto, e guardare le cose da lontano ma con lo stesso sguardo d’amore fa bene a noi, agli altri, al futuro.</strong></h4>
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		<title>Pensieri per un buon anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2021 12:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le icone nella parte bassa dello schermo: è ancora tutto aperto, tutto quello che, nel 2020, è stato il mio, il nostro mondo lavorativo e non. Dallo schermo del computer verso il resto del mondo. È sempre stato un momento cruciale quello in cui, a fine anno o prima di una lunga vacanza, si chiude [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le icone nella parte bassa dello schermo: è ancora tutto aperto, tutto quello che, nel 2020, è stato il mio, il nostro mondo lavorativo e non. Dallo schermo del computer verso il resto del mondo.</em><br />
<em>È sempre stato un momento cruciale quello in cui, a fine anno o prima di una lunga vacanza, si chiude tutto con la consapevolezza che per qualche giorno cambieranno ritmi, si starà offline, il filtro non sarà lo schermo – non quello del computer, perlomeno (forse, in realtà, perché poi da un lavoro che si ama e che è in continuità con il resto della vita non è che ci si separi così, con una sorta di cesura netta…per fortuna).</em></p>
<p><strong>Il 2020 è stato diverso, per tutti i motivi che conosciamo. <em>Se penso che un anno fa, a quest’ora, se mi avessero detto quello che sarebbe accaduto avrei reagito pensando si trattasse di un film catastrofico made in USA…beh, dà la misura dell’entità di questi mesi.</em></strong><br />
Da tempo ho smesso di fare bilanci di fine o inizio anno, perché non mi piace l’idea del “saldo” che implicano. O meglio, lo faccio solo su quello che è riducibile a grandezze certe; sul resto preferisco l’idea dei puntini che si connettono, ma a volte anche no e va bene lo stesso perché la vita è molto più complessa di come riusciamo a immaginarcela.<br />
<strong>Su questo blog scriviamo di governance e fundraising, di organizzazioni nonprofit, di consiglieri e fundraiser.</strong><br />
<strong>Quello che fa da sfondo a tutto questo è la visione delle organizzazioni come un puzzle che, per poter formare un’immagine, ha bisogno che tutte le tesserine vadano al posto giusto</strong>. La metafora (assolutamente poco originale) rende evidente quello che è il punto di osservazione da cui partiamo nel nostro lavoro, ovvero una<strong> visione a tutto tondo</strong>. Anzi, mi piace spesso definirla olistica perché ha dentro l’aspetto strategico del fundraising, quello creativo, quello dell’analisi organizzativa e non solo, quello legato alla tecnica e ai report/tabelle/KPIs e simili, quello legato alle persone dentro e fuori dall’organizzazione e molto altro ancora.</p>
<p><strong>Nell’anno appena chiuso, ancora più che in precedenza, la visione a 360 gradi è stata quella che ci ha permesso di navigare un po’ più a vista, ma, in ogni caso, tenendo la barra dritta (più o meno, come tutti). E siamo certi che sarà la bussola anche per il futuro.</strong></p>
<p>E allora anche noi vogliamo raccontarvi <strong>le nostre parole del 2020</strong>, quelle che ci hanno accompagnato e che si aggiungono a tutte quelle degli anni precedenti…perché i puntini, secondo noi, vanno connessi, o anche no, ma va trovato un filo che leghi il tutto per narrare il senso di un “fare” che è prima di tutto “essere”.</p>
<h4>&#8211; Visione olistica</h4>
<p>Cominciamo da qui, appunto. Non vorrei ripetermi, ma <strong>non riesco a non pensare che chi, in questi tempi complessi </strong>– e intendo virus o non virus –<strong> riesce ad andare avanti, ad essere progettuale nonostante i cambi di paradigma</strong> e il terreno che sembra franare sotto i piedi, <strong>è chi ha una visione d’insieme chiara</strong>. A volte meno definita rispetto al dettaglio, ma in grado di cogliere il modo in cui le cose si muovono e le opportunità che, pur nelle difficoltà, si portano dietro. <strong>Non è adattamento passivo o andar dietro agli eventi, è proprio la capacità di leggere e interpretare le situazioni declinandole secondo la propria personalità, il proprio sistema di valori.</strong><br />
<strong>È una caratteristica sempre più “pesante” in termini di approccio</strong> al futuro, di creazione di reti complesse, di costruzione di comunità. Nel 2020 ne abbiamo avuto esempi cristallini, <strong>ed</strong> <strong>è un insegnamento che ci portiamo dietro e vogliamo avere ben presente oggi.</strong></p>
<h4>&#8211; Investimento</h4>
<p>In un momento storico che mette a dura prova certezze costruite nel corso di anni, e addirittura la struttura profonda del nostro modo di vivere (intendo l’Occidente, <em>in primis</em>), <strong>una mentalità orientata all’investimento è tra le caratteristiche che consentono di costruire passo dopo passo, in modo incrementale, e poi raccoglierne i frutti.</strong><br />
Dal nostro punto di osservazione il fundraising è andato bene, è cresciuto, sta cominciando ad uscire dalla cerchia ristretta di chi se ne occupa in modo professionale e a diventare qualcosa di più “pop” (passatemi il termine!), che magari viene fatto in maniera ingenua e spontaneistica e poi si scontra con certi appesantimenti burocratici, ma, comunque, produce cambiamento e forme solidali di interazione.<br />
La condizione perché questo si verifichi è proprio l’investimento.<br />
<strong>Le organizzazioni che negli anni hanno lavorato sul <em>donor care</em>, sulla relazione, sulla costruzione di legami forti, anche quando hanno visto un calo delle entrate sono comunque state in grado di sostenerlo.</strong> A fatica, ma stanno tenendo tutto insieme. Naturalmente il nostro è un punto di vista parziale, che non copre la totalità del nonprofit, ma ritengo possa essere un elemento significativo perché racconta qualcosa che, da diversi anni, ci diciamo tra chi, come noi, lavora in questo settore: <strong>chi non riesce – per ragioni culturali, perché il discrimine sta qui, non nei soldi o nelle risorse attivabili – ad investire per immaginare, governare e gestire il cambiamento, rischia di restare fuori da uno sviluppo del settore che – appunto, virus o non virus – in ogni caso c’è.</strong><br />
Certo, per “restare fuori” non intendevamo &#8220;arriva un virus da chissà dove&#8221; e causa tutto quello che abbiamo visto in questi mesi…ma di “cigno nero” sono anni che se ne parla (il saggio di Nassim Taleb è del 2007…) , e nel 2020 è arrivato sotto la forma del Covid-19.<br />
<strong>Il cambiamento non è facile né immediato, va accompagnato, seguito, curato. Però è possibile, a condizione che lo si veda anche come una possibilità concreta di lavorare per migliorare. E si investa perché ciò accada</strong>. Ripeto: <strong>investimento non vuol necessariamente dire “avere tanti soldi”, spesso i driver di sviluppo sono un mix di tanti fattori. Occorre trovare il proprio mix e dargli corpo per realizzarlo.</strong></p>
<h4>&#8211; Valori, personalità. Insieme.</h4>
<p>Abbiamo visto cose spesso inenarrabili e impensabili, nel 2020. Tutti abbiamo davanti agli occhi immagini che mai avremmo pensato di vedere nelle nostre società protette, sicure, sane.<br />
E invece.<br />
E invece, come sempre, nelle difficoltà emerge tutto il buono che l’essere umano – gli esseri umani – sanno tirare fuori. Adesso ripeto un altro dei nostri mantra, e cioè che <strong>fare un lavoro come il nostro consente di vedere e avere a che fare con quella parte di mondo che si rimbocca le maniche, che quando “è nelle curve” non si lascia annichilire e, magari stringendo i denti e pure arrabbiandosi, prova a cambiare in meglio le situazioni.</strong><br />
<strong>È un punto di vista privilegiato, quello di chi lavora nel e con il nonprofit, perché non consente di abbattersi. Non per molto, perlomeno.</strong><br />
Insieme alle cose tristi, preoccupanti, disorientanti e tutto il resto, nell&#8217;anno appena trascorso <strong>abbiamo visto tante persone lontane anni luce da chi “frequenta” il nonprofit preoccuparsi per gli altri</strong> – l’ospedale cittadino, il vicino anziano, la famiglia in difficoltà economica, le persone che vivono da sole.<br />
Certo, la stanchezza di questi ultimi mesi è ben diversa dal clima del primo lockdown della passata primavera (e mi fa una certa impressione numerarli, i lockdown, come se fossero una cosa normale nella nostra vita), ma <strong>quello che tiene insieme le comunità, i territori, è lì. Anzi, è qui, e va colto e coltivato</strong>. Lo abbiamo notato nei gesti quotidiani delle persone con cui abbiamo a che fare – ormai da marzo rigorosamente quasi tutte dietro uno schermo ma non per questo meno presenti.</p>
<p>Ecco, concludo con quello che è apparentemente un paradosso: <strong>la lontananza fisica e la freddezza di uno schermo non bastano ad allontanare le persone. E neppure le cause.</strong> Ci ripetiamo che torneremo ad abbracciarci, e va bene così, certo che è un’altra cosa. Così come è un’altra cosa vedere i sorrisi delle persone, potersi dare la mano (alcune tra le situazioni imbarazzanti dei mesi scorsi sono state proprio gli incontri, quelli formali in particolare, i saluti con un cenno della testa e gli occhi che sorridevano e il gesto del braccio che si muove per dare la mano e si ferma a metà). Siamo tutti in astinenza da tante piccole cose banali, lo sappiamo. Torneremo prima o poi a prendere un caffè o fare pranzi di lavoro senza preoccuparsi di distanze/mascherine/disinfettanti.</p>
<p>Ma, <strong>pur da lontano, noi la vicinanza del “nostro mondo” la sentiamo forte</strong>. E parliamo delle organizzazioni con cui collaboriamo e a cui ci legano rapporti che sono di lavoro, ma anche di stima e di molto affetto (anche quando le consulenze terminano restiamo sempre in contatto e ci fa piacere essere aggiornati su quello che fanno); e dei colleghi, e includo anche i colleghi di Consiglio Direttivo ASSIF con cui abbiamo iniziato da qualche mese un percorso impegnativo ma davvero di grande costruzione di opportunità per il futuro della nostra professione; e dei Consiglieri, Presidenti, Segretari Generali e di tutti coloro con i quali il rapporto diventa fiduciario, di grande vicinanza; degli amici che incontriamo lungo la via e con i quali scambiamo impressioni e feedback (non l’avevo ancora fatto, di inserire un inglesismo, e alla fine è arrivato!).<br />
E questa vicinanza ci ha fatto star bene, ha lasciato aperto lo spiraglio sul mondo fuori dall’ufficio che fino al 7 marzo era la normalità quotidiana di treni/aerei/macchina/camminate e poi è diventata chilometri di ore in call su qualunque piattaforma esistente.</p>
<p><strong>Gli scorsi 10 mesi ci hanno insegnato molto, sotto tutti i punti di vista. In particolare, ci ha insegnato che non bisogna necessariamente correre, correre sempre dietro al tempo rimpinzando ogni singolo minuto di qualcosa. E che spesso anche la quiete, il silenzio, la calma, sono un ingrediente necessario per essere persone e professionisti migliori. E che la tecnologia è un enorme vantaggio dei nostri tempi, se utilizzata con criterio. E che, comunque, ci manca un sacco vedere tutto questo anche dal vivo.</strong></p>
<h4>Con la speranza collettiva di mesi da vivere “live”, un augurio a tutti di buon inizio anno!</h4>
<p>p.s. <em>la foto è stata scattata poco sopra Ortisei, nei 2018, durante uno dei tanti cammini fatti in montagna. E&#8217; una delle foto che amo di più perché ci sono le montagne, un sentiero che curva e non si sa dove vada, le nuvole disordinate e piene di sfumature e anche pezzi di cielo azzurro. E molto silenzio e natura.</em></p>
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		<title>Il Board visto &#8230; dal Board: intervista a Giancarlo Della Luna, Board member (e non solo) della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale</title>
		<link>https://www.engagedin.net/il-board-visto-dal-board-intervista-a-giancarlo-della-luna-board-member-e-non-solo-della-fondazione-archivio-diaristico-nazionale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Nov 2020 15:41:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Board visto... dal Board]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche settimana fa ho tenuto una lezione sul corporate fundraising ai partecipanti al percorso di alta formazione Talenti per il Fundraising, di Fondazione CRT, che seguiva di un paio di settimane un’altra dedicata, invece, al tema “Board e fundraising”.Preparando la lezione sul corporate, cercavo una case history da portare nella forma di testimonianza (perché ci piace [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><em>Qualche settimana fa ho tenuto una lezione sul corporate fundraising ai partecipanti al percorso di alta formazione <a href="https://www.fondazionecrt.it/attività/ricerca-e-istruzione/progetto-talenti-fundraising.html">Talenti per il Fundraising</a>, di Fondazione CRT, che seguiva di un paio di settimane un’altra dedicata, invece, al tema “Board e fundraising”.</em><br /><em>Preparando la lezione sul corporate, cercavo una case history da portare nella forma di testimonianza (perché ci piace aggiornare ogni volta materiali, organizzazione delle presentazioni, case history: è un modo utile per allenare il pensiero e integrare prospettive diverse) e <strong>ho pensato che sarebbe stato interessante far emergere il punto di vista delle aziende</strong>, spesso guardate con un certo timore reverenziale da parte dei fundraiser. <strong>Ma volevo anche un punto di vista che, in qualche modo, avesse a che fare con gli aspetti connessi alla strategia di entrambe le parti – azienda e organizzazione nonprofit</strong>. <strong>E anche, tanto per non farci mancare nulla, un punto di vista che “smitizzasse” il pensiero (ahimè) molto diffuso su cause “facili” e cause” impossibili”</strong> – sono convinta, e la mia esperienza di questi anni rafforza la mia convinzione, che ci siano cause più complesse o meno “popolari”, ma che, non per questo, non abbiano i loro donatori…occorre “solo” (si fa per dire) fare un lavoro di segmentazione e analisi un po’ più articolato.</em><br /><em><strong>Ho così pensato al “caso perfetto”, quello che incrociava tutte le dinamiche che avevo in mente e che, a mio parere, avrebbe potuto offrire un punto di vista utile per chi sta imparando – e non solo.</strong></em></p>
<p><em>

</em></p>
<p class="wp-block-paragraph"><em>Abbiamo conosciuto l’ing. Giancarlo Della Luna, imprenditore e fondatore di L.A. Sistemi, azienda specializzata nel trattamento delle acque con sede in Toscana, nel corso della nostra collaborazione con la <a href="http://www.archiviodiari.org">Fondazione Archivio Diaristico Nazionale</a>, organizzazione a cui siamo molto legati, nella veste di donatore corporate.</em><br /><em>La definizione, in realtà, non rende evidente l’approccio di una persona che incarna molti ruoli, tutti connessi al tema del dono e del coinvolgimento con una causa: l’ingaggio personale, la sensibilizzazione progressiva, l’interesse per lo sviluppo della causa, il coinvolgimento nella definizione dell’orizzonte strategico come Board member. Tutti passaggi che sono avvenuti nell’arco di qualche anno e che vedono oggi l’ing. Della Luna essere sia un donatore corporate che un componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, incarnando l’idea di “ambasciatore dei valori” che è associata- o dovrebbe esserlo – alla figura del Consigliere.</em></p>
<p><em>

</em></p>
<p class="wp-block-paragraph"><em>Condivido dunque qui un estratto della sua testimonianza al Master Talenti per il fundraising: credo che gli spunti emersi possano rendere l’idea di cosa significhi essere “a bordo” di una organizzazione.</em><br /><em>Buona lettura!</em></p>



<p><strong>Giancarlo, raccontaci qualcosa di te, chi sei e come e perché ti sei avvicinato all’Archivio.</strong></p>
<p><em>Sono un imprenditore, la mia azienda è specializzata nella progettazione e produzione di sistemi di telecontrollo e telegestione destinati alla gestione di reti tecnologiche, impianti industriali, territorio ed ambiente.</em><br /><em>Sono socio attivo dell’<a href="http://www.associazionetransafrica.org">Associazione Transafrica Sviluppo onlus</a>, una ONG che si occupa di fare educazione alla solidarietà e alla questione tuareg e di “portare acqua” in Mali e Niger, in particolare lavorando con le famiglie e le comunità tuareg.</em><br /><em>Più di 30 anni fa, appassionato di socialità, ho trovato sulla mia strada <a href="http://archiviodiari.org/index.php/larchivio-dei-diari/il-fondatore.html">Saverio Tutino</a>, giornalista corrispondente de l’Unità in America latina e fondatore dell’Archivio dei Diari. Al suo rientro in Italia aveva compreso che <strong>la storia non deve essere fatta solo sui libri di storia, ma sulle “persone comuni” e ha fondato l’Archivio dei Diari a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, paese pesantemente bombardato durante la II guerra mondiale e che nelle storie comuni ha trovato un modo per rinascere dopo quella ferita.</strong></em><br /><em><strong>La mia fascinazione arriva da questo</strong>. Ho un padre che è stato in campo di concentramento a Mauthausen, e la sua è la storia di un uomo comune che però ha fatto cose eccezionali per quel momento storico.</em><br /><em><strong>Ritrovarmi quindi a Pieve, in un luogo di memorie dove queste vite comuni “eccezionali” davano vita ad un lenzuolo di vite intessute che la grande storia non considera e che sono quelle che mi sentivo raccontare in casa continuamente, mi ha spinto a frequentare l’Archivio</strong>, il Premio Pieve, ad allacciare relazioni con tutti coloro che si ritrovano annualmente al Premio, a settembre, e con cui condivido un innamoramento empatico dei principi che sono dietro il racconto delle storie come lavoro di memoria collettiva.</em></p>
<p>&nbsp;</p>





<p><strong>Tu non sei nato come donatore dell’Archivio, ma ci sei arrivato perché hai sentito vicino la causa. Qual è stata la tua prima volta con l’Archivio come donatore, da essere una persona che andava a Pieve a diventare un donatore?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Ho iniziato a coinvolgere le persone con cui collaboro</strong> nell’Associazione Transafrica, portandole a Pieve; <strong>ho coinvolto gli amici, facendo conoscere quel luogo a cui mi sentivo così vicino</strong>, e anche loro, in qualche modo, sentivano questa magia.</em><br /><em>Poi ho conosciuto il meraviglioso gruppo di volontari e lo staff che lavorano con passione in Fondazione. <strong>Faccio l’imprenditore e so, però, che la passione non basta, nel lungo periodo. Mi sono quindi posto il problema di come facciano queste persone</strong> (la Fondazione, nda) <strong>ad andare avanti, come fanno a rendere concordi la passione con le necessità che ci sono anno dopo anno.</strong></em><br /><em>Quando si partecipa al Premio Pieve ci si accorge che è un evento molto emozionale e che le emozioni sono quelle che tengono insieme le persone – i partecipanti, ma anche lo staff e i volontari; sulle spese, invece, c’è sempre una sorta di pudore, pur essendo evidente l’impegno che richiede.</em><br /><em><strong>Così, in modo “brutale”, ho chiesto direttamente come funzionasse la “faccenda economica”, come facessero a rendere tutta l’attività sostenibile</strong>, visto che l’Archivio lavora non solo in occasione del Premio Pieve, ma lungo tutto l’anno e che i bilanci avevano, a mio avviso, necessità di una corroborazione abbastanza massiccia.</em><br /><em><strong>Ho pensato che bisognasse dare una mano.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>



<p style="text-align: right;"><strong>Questo bisogno di “dare una mano” ha messo insieme l’interesse per la causa con la tua mentalità da imprenditore. Mi sembra un aspetto molto interessante perché sei tra i donatori corporate che non si pongono il tema di essere sollecitati su un progetto, ma ragionano lucidamente anche sul tema (dibattuto) dei costi strutturali; il taglio che caratterizza il tuo desiderio di donare risponde cioè alla domanda “come fa questa organizzazione a stare in piedi?” e all’affermazione “se voglio esserci, voglio farlo da un punti di vista strutturale”.</strong><br /><strong>Cosa ti ha determinato a concentrarti sulla mission e non sui singoli progetti?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ritorno alla mia ONG: per finanziarla organizzo eventi, sono contento quando riesco a trovare uno sponsor e a garantire la visibilità che la sponsorizzazione richiede, ma sono iniziative spot che sono utili, ma non stabiliscono una continuità. Quando elabori un bilancio <strong>le entrate spot non possono essere le uniche</strong> – vanno sicuramente bene per iniziative come il Premio Pieve, ma <strong>devono essere affiancate da azioni più stabili</strong>. Perché i giornali, ad esempio, chiedono gli abbonamenti? Perché è quello che ti consente di fare la programmazione &#8211; e <strong>senza programmazione non si va avanti</strong> – senza la quale un ente come l’Archivio non potrebbe andare avanti.</em><br /><em>Nella mia ottica di imprenditore, verificando i costi sei in grado di pianificare su cosa concentrare gli sforzi, coinvolgere altri partners, provare a fare attività nuove – il Piccolo Museo del Diario ad esempio è un progetto nato dopo l’Archivio, diventando ad oggi una realtà quasi a sé come importanza. <strong>Come fare a garantirne la sostenibilità? Occorre un plafond con cui fare programmazione budgettaria; se non ce la fai intervieni con gli sponsor, ma una base “strutturale” ci deve essere.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>



<p><strong>In questo tuo percorso con l’Archivio, che trovo molto interessante perché è legato al porsi il problema di dare continuità alla mission dell’organizzazione, la sensibilizzazione progressiva ti ha fatto diventare da “vicino alla causa” a donatore, poi donatore corporate, e infine Board member. Qual è il tuo approccio rispetto al tuo coinvolgimento, in che modo interpreti il tuo ruolo nel Board?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La prima cosa che il CdA ha dovuto decidere nel 2020 è stato se realizzare o meno il Premio Pieve, a settembre, e in che modo, perché per la prima volta nella sua storia l’evento è stato in dubbio. Ci siamo assunti delle responsabilità, ma <strong>lo spirito dell’essere realmente parte dell’Archivio è questo: esserci, per la comunità.</strong></em><br /><em><strong>Il mio primo obiettivo, da Consigliere, è sollecitare il Consiglio stesso su quanto i legami e le relazioni siano importanti per la continuità e lo sviluppo della missione. Il grande privilegio connesso all’essere nel CdA è “fare girare le cose per bene” e, per farlo, occorre avere i fondi, per cui il mio secondo impegno è di cercare i donatori in una logica peer to peer</strong>: non è un’impresa impossibile, io mi sono già mosso in questo senso così che, ad esempio, una manifestazione come il Premio sia in attivo, o che lo staff dedicato al fundraising sia adeguatamente formato e dimensionato, così da poter sviluppare a dovere la strategia di raccolta fondi.</em><br /><em>Ultima cosa: siamo a più di 9mila memorie: adesso l’Archivio ha la necessità di allargarsi e cambiare sede: è un obiettivo ambizioso, grazie al quale lo stesso territorio può rinascere intorno all’indotto che l’Archivio è in grado di sviluppare. <strong>È necessario non aver paura di andare a cercare denaro perché questo Archivio è un valore nazionale che va sviluppato sempre più e questo significa, a mio avviso, affrontare le cose con mentalità imprenditoriale</strong>.</em></p>
<p><em>

</em></p>
<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Abbiamo il dovere civico di non smettere di ricevere le memorie delle persone, e il mio compito come consigliere è “guardare” i progetti dello staff e cercare i soldi per realizzarli</strong>. L’Archivio è un bene della comunità, non dei privati, ed è questo lo spirito con cui vogliamo portare avanti il tema dello sviluppo.</em><br /><em>Non c’è nessun vantaggio a stare nel CdA dal punto di vista economico, ma solo l’interesse a fare le cose per bene e dimostrare che si possono fare le cose con criterio.</em></p>
<p>&nbsp;</p>



<p><strong>La tua storia è quella che si legge nei manuali – il mondo del fundraising come dovrebbe essere, coinvolgimento progressivo, la vicinanza alla causa, il porsi il problema della sostenibilità della causa nel tempo, l’essere un Board member che ragiona in questi termini e che in prima persona va a cercare ulteriori risorse.</strong><br /><strong>C’è un suggerimento che ti senti di dare ai fundraiser nella tua duplice veste di Board member e imprenditore, che quindi guarda al tema del fundraising da entrambi i lati?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Sul discorso che più mi appartiene, quello di sostenitore corporate continuativo, occorre pensare alle ragioni per cui un imprenditore si avvicina ad una causa</strong>. Perché è un imprenditore del territorio che in qualche modo desidera far sentire la sua presenza? Perché ha un’affinità con questi temi – nel mio caso il tema dell’umanità, della memoria, dello stare insieme?</em><br /><em><strong>Io credo che occorra cercare la “funzione filosofica” che avvicina alla causa, e il compito del fundraiser è capire quale sia la sensibilità dell’imprenditore “istituzionale”, quello che può essere continuativo.</strong></em><br /><em><strong>Andare a cercare qual è questa connessione e quindi fare in modo che attraverso questa si possa trovare un filo conduttore comune, una strada da percorrere insieme: e questa è la cosa che forse può sembrare più difficile ma, allo stesso tempo, è l’essenza del fundraising e la sfida per chi se ne occupa all’interno di un’organizzazione.</strong></em></p>
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		<title>&#8220;Board in prima fila&#8221;: il nostro libro su Board e fundraising</title>
		<link>https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila-il-nostro-libro-su-board-e-fundraising/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 07:27:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
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		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settembre è il vero inizio dell’anno.Il mese in cui tutto riprende, c’è “movimento”, si programmano le attività per l’anno successivo e, rigenerati (in linea di massima) dalla pausa estiva, si affronta con energia la ripresa.Quest’anno, a dire il vero, è una ripresa strana – come è strano tutto questo periodo.L’energia c’è ma non è esattamente [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Settembre è il vero inizio dell’anno.<br />Il mese in cui tutto riprende, c’è “movimento”, si programmano le attività per l’anno successivo e, rigenerati (in linea di massima) dalla pausa estiva, si affronta con energia la ripresa.<br />Quest’anno, a dire il vero, è una ripresa strana – come è strano tutto questo periodo.<br />L’energia c’è ma non è esattamente quella degli anni passati: a noi, a ripensarci, sembra che fossimo più spensierati, prima. Il che, naturalmente, non è del tutto corretto ma, in questo strano 2020, quello che stiamo vivendo – tutti, nessuno escluso – è la dimensione collettiva di un cambiamento forzato, qualcosa che è radicalmente diverso da “malesseri individuali” e che ci impone di pensare e ragionare ancora di più come comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nei mesi scorsi di forzata stanzialità in ufficio abbiamo cercato di cogliere il lato positivo del non dover giocare di incastri tra treni e aerei e, tra le altre cose, abbiamo terminato la scrittura di un manuale che avevamo in mente da tempo.</strong><br />La copertina è quella che vedete sopra, il libro è disponibile da qualche giorno e ne abbiamo parlato “in anteprima” qualche giorno fa a <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=756605804915114&amp;extid=FB4WjU9SEzKFeE47">Casa Fundraising</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo blog parliamo di Board, Consigli Direttivi, Consiglieri, governance e leadership, traducendo in post quello di cui, ormai da diversi anni, ci occupiamo professionalmente nel nostro quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il libro</strong>, dunque, <strong>nasce dal desiderio di condividere spunti, buone pratiche, riflessioni e strumenti utili per chi – chiunque si occupi di fundraising, in realtà – lavori insieme ai Board o dovrebbe/vorrebbe farlo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ciascun capitolo contiene un “tema”, che affrontiamo e sviluppiamo con analisi di casi pratici e offrendo possibili soluzioni e spunti</strong>; la parte finale di ciascun capitolo è poi riassunta in sintesi, così da avere una <strong><em>overview</em></strong> di quanto trattato, pensata come uno strumento utile per chi abbia bisogno di capire velocemente se il capitolo riguarda il suo “problema”; e, infine, proponendo quelli che abbiamo chiamato “<strong><em>keypoints</em></strong>”, ovvero i punti chiave relativi al tema elencati sotto forma di suggerimenti utili, con un approccio pratico che consenta di cogliere quello che si ritiene utile e applicarlo fin da subito.<br />Dal “tipo” di Consiglio al perché è necessario includere il Board in qualsivoglia pensiero riguardante il fundraising e, ancora prima, come fare a coinvolgerlo quando i due – Board e fundraising – sembrano punti antitetici anziché speculari di una relazione; dalla costruzione del profilo del Consigliere ideale ai compiti dei Consiglieri, alle modalità per avviare e far funzionare la relazione tra fundraising e Board sia che siate un fundraiser che un consulente. Per finire con una <strong>sezione dedicata alle FAQ</strong> e alla viva voce di alcuni tra i colleghi che, nel tempo, abbiamo intervistato sui temi del Consiglio, con abstract tratti dai vari confronti.<br /><strong>E anche un’appendice per “Board management in tempi di crisi”</strong>, scritta in questo strano anno che, però, ci sta insegnando molto e raccontando altrettanto su di noi, sul modo in cui affrontiamo il “quotidiano”.<br /><strong>E, <em>last but not least</em>, anche un regalo…che, però, è una sorpresa e quindi non possiamo raccontarvela!</strong><br />Tutto “condito” di <strong>schede pratiche che potete utilizzare per il lavoro in organizzazione</strong>, così da facilitare la messa a punto delle varie azioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, <strong>abbiamo cercato di condividere realmente una parte importante del nostro lavoro, anche in tema di strumenti pratici messi a punto negli anni, che utilizziamo nel nostro quotidiano professionale e di cui abbiamo “validato” l’efficacia. Naturalmente con l’avvertenza che ciascuna realtà è a sé e che più si è in grado di personalizzare l’approccio meglio si riuscirà ad interpretare la situazione e a gestirla al meglio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona lettura (aspettiamo i vostri <em>feedback</em>)!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci auguriamo che il libro vi piaccia, che lo troviate utile e che sia di stimolo per un cambiamento positivo nelle organizzazioni del Terzo Settore e nella cultura del nonprofit.<br />E naturalmente non esitate a contattarci per organizzare presentazioni o momenti di confronto: la cultura – ne siamo convinti – non può che essere un prodotto dello studio e dell’ascolto reciproco.</p>
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		<title>La coccarda degli enti nonprofit</title>
		<link>https://www.engagedin.net/la-coccarda-degli-enti-nonprofit/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 14:19:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
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		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che nel fundraising la fiducia, l’etica, la reputazione siano asset imprescindibili è cosa nota a tutti (dovrebbero essere parole chiave patrimonio dell’umanità, a dire il vero, ma limitiamoci qui a parlare di quello che su cui possiamo intervenire più concretamente). Il capitale intangibile è quello che passa spesso inosservato, che si dà per scontato, un “a [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Che nel fundraising la fiducia, l’etica, la reputazione siano <em>asset</em> imprescindibili è cosa nota a tutti </strong><em>(dovrebbero essere parole chiave patrimonio dell’umanità, a dire il vero, ma limitiamoci qui a parlare di quello che su cui possiamo intervenire più concretamente).</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitale intangibile è quello che passa spesso inosservato, che si dà per scontato, un “a priori” che non richiede di essere comunicato.<br />Sappiamo bene, invece, <strong>quanto sia necessario raccontare chi siamo, come facciamo le cose, in che modo “funzioniamo” come organizzazione e quali principi e valori ci ispirano</strong>; non necessariamente a fini comparativi, ma “solo” per esprimere la nostra visione del mondo e creare adesione intorno ad essa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo vale a maggior ragione per chi, come i fundraiser e le organizzazioni nonprofit, dovrebbe fare della trasparenza e dell’etica uno stile di condotta permanente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo blog ci occupiamo di governance delle organizzazioni. Cioé le persone che, sui temi dell’etica e della trasparenza, ci mettono letteralmente la faccia, rappresentando l’organizzazione e la sua missione, i valori che promuove, il modo di interpretarli.<br />È l’approccio proattivo al “tema” che ci ha convinto profondamente nell’essere tra i media partner dell’iniziativa “<strong>la coccarda per gli enti nonprofit</strong>” promossa recentemente da <a href="http://www.assif.it/partecipa/memorandum-d-intesa-onp.html">ASSIF</a> e <a href="https://italianonprofit.it/memorandum-assif/">Italia Nonprofit</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricorderete, forse, la campagna “<a href="http://www.assif.it/il-fundraiser/la-retribuzione.html">Io non lavoro a percentuale</a>” promossa da Assif ormai diversi anni fa.<br />All’epoca ricordo che era un tema fortemente attuale nel mio quotidiano.<br /><strong>Mi accadeva spesso di sentirmi chiedere se il mio compenso fosse a percentuale e di dover spiegare ogni volta perché non lo fosse</strong>. Di confrontarmi con reazioni stupite – ma il rappresentante che vende i prodotti dell’azienda PincoPallino viene normalmente retribuito in questo modo, non c’è nulla di male – e mancanza di informazioni su cosa fosse il fundraising e perché non potesse essere assimilato ad altri lavori (con punti di tangenza, ma non uguali e, soprattutto, basati su presupposti completamente diversi).<br />Di lavorare con i Board alla costruzione dei piani strategici e “negoziare” stanziamenti di budget per l’inserimento di fundraiser che prevedessero una retribuzione fissa, condizioni di lavoro almeno accettabili (nel senso di “prendibili in considerazione” dal potenziale candidato) e un ambiente pronto a ricevere gli scombussolamenti (positivi … ma questo sarà evidente solo dopo qualche tempo!) che un fundraiser di solito genera entrando in organizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ormai da qualche anno non accade quasi più (ma le eccezioni ci sono) di sentire certe affermazioni riferite a me o a noi, però sono assolutamente cosciente del fatto che sia un tema “caldo”.<br />E allora <strong>ben venga l’iniziativa che premia chi sposa il profilo etico che deve caratterizzare la professione del fundraising.</strong><br /><strong>Perché significa riconoscerne le peculiarità, l’importanza e la funzione strategica e, in ultima analisi, interpretarne correttamente le caratteristiche.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le organizzazioni – i Board, in primis – non possono chiamarsi fuori dalla questione, perché è (anche) da questo che passa l’evoluzione del settore nonprofit, la professionalizzazione dei fundraiser, l’opportunità di una strutturazione sostenibile nel tempo.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading"> </h4>



<h4 class="wp-block-heading">Noi ci crediamo profondamente, in questo approccio. Dal punto di vista valoriale e, molto più concretamente, perché nel lavoro quotidiano di anni è l’unico approccio che funziona, garantisce il rapporto sereno con l’organizzazione e l’impegno serio, onesto e affidabile rispetto alla mission e al proprio lavoro.<br />Questo vuol dire, secondo noi, professionalità e coinvolgimento rispetto alla causa.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Al link indicati sopra trovate tutte le informazioni sull’iniziativa: date un’occhiata e promuovetela, parlatene, se siete una organizzazione nonprofit o un suo consigliere o presidente promuovetela all’interno dell’organizzazione per chiedere di aderirvi e garantire, così, la qualità del vostro fundraising e dell’organizzazione tutta.</p>
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		<title>#stranigiorni &#8211; riflessioni al termine della quarantena</title>
		<link>https://www.engagedin.net/stranigiorni-riflessioni-al-termine-della-quarantena/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2020 10:22:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo è un post diverso da quelli che pubblichiamo di solito, per spirito e contenuto.È un mix di riflessioni che tengono insieme la parte professionale e quella personale. Una sorta di punto della situazione spontaneo, dopo settimane strane e stranianti, in cui i pensieri, quando mi sono seduta a scrivere, sono fluiti spontaneamente. Sono state [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo è un post diverso da quelli che pubblichiamo di solito, per spirito e contenuto.</strong><br />È un mix di riflessioni che tengono insieme la parte professionale e quella personale. Una sorta di punto della situazione spontaneo, dopo settimane strane e stranianti, in cui i pensieri, quando mi sono seduta a scrivere, sono fluiti spontaneamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono state settimane complesse. Per fortuna non difficili dal punto di vista personale – non ho avuto problemi di salute, sono riuscita a mantenere inalterati i ritmi di lavoro e ho continuato a seguire i progetti a cui stavo lavorando senza alcuna interruzione (evviva la tecnologia!). E <strong>ho imparato molto: non solo <em>tool</em> digitali ma, soprattutto, modalità differenti per guardare le cose da un’altra prospettiva.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è poco; anzi, è davvero tantissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi quasi 2 mesi di chiusura, di silenzio e spazi liberi, sono stati un’opportunità per approfondire, studiare, confrontarmi e scoprire cose.<br />Mi sono iscritta ad un corso online sulla musica classica – più o meno 30 anni dopo aver lasciato il Conservatorio; ho frequentato un buon numero di webinar a tema digital – non solo strumenti ma, soprattutto, cultura della trasformazione digitale; ho partecipato a webinar in cui ero tra i relatori e anche all’Open Day del Master in Fundraising in qualità di ex allieva; ho letto, non solo di fundraising e filantropia, e ho ascoltato.<br />Anzi, direi che <strong>ho cercato il più possibile di ascoltare. Per capire meglio, provare a guardare le cose in modo più ampio, trovare una dimensione “a distanza” che consentisse un’esperienza di senso.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E vorrei condividere qui alcune delle cose che ho imparato, sempre naturalmente sui temi di cui tratta il blog – dichiarando sin d’ora che mi piacerebbe molto confrontarmi con il pensiero di chi leggerà, per cui ogni commento sarà più che gradito.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La fiducia è il motore. Di tutto.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">La Presidente positiva al Coronavirus per la quale “<em>l’unico modo di fare bene il mio lavoro è l’incontro con gli altri</em>” che ha trovato un modo meraviglioso di raccontare la quarantena con video settimanali da casa, davanti ad un quaderno di appunti perché “<em>quando si parla bisogna essere precisi</em>”, ma con una informalità fatta di rumori dal giardino, approccio rilassato e il racconto di una situazione difficile, davvero difficile, per l’organizzazione, è la prima immagine che mi viene in mente. Senza paraventi di ufficialità e a volte neppure le parole giuste, quelle misurate; perché un’emergenza è un’emergenza e i bambini della comunità avevano bisogno – di fare lezione a distanza, di rassicurazioni, di presenze e di conforto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le richieste di aiuto – come questa &#8211; generano risposte, spesso molto veloci.<br />Perché un’emergenza è un’emergenza, e occorre muoversi rapidamente.<br />Anche quando non ci si conosce prima e ci si fa bastare una telefonata e l’indicazione di un sito web che attesti la veridicità di quello che si sta raccontando, di un’organizzazione in sofferenza. Anche quando chi interviene parte dal Veneto e arriva in Lombardia – due tra i poli di contagio più in sofferenza, in tutto questo periodo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è inutile girarci intorno: <strong>se ho bisogno di aiuto devo chiederlo, con chiarezza, senza mezzi termini né parole edulcorate.</strong><br />Un bisogno è un bisogno, non altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Qual è il senso? </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’apertura autentica all’altro, dal mio punto di vista. Quella che ci espone e che, allo stesso tempo, ci racconta meglio di giri di parole formalmente ineccepibili, ma che raffreddano il messaggio, aggiungono livelli di intermediazione laddove dovrebbe parlare solo l’emozione (che la donazione sia soprattutto di pancia lo sappiamo tutti, no?).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In queste settimane ho visto consiglieri e presidenti all’opera, chi con attività pratiche, chi dietro la propria scrivania, chi tessendo reti per far circolare informazioni e aiuti. Tutti impegnati a far fronte a qualcosa di inatteso e sconosciuto, a tenere insieme l’incertezza della situazione contingente con la necessità di dare risposte a bisogni concreti e urgenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è, questo, un punto che trovo particolarmente interessante ed “educativo”: <strong>la pretesa di governare in modo razionale e rigido l’incertezza – soprattutto quella generale – è una chimera, genera risposte affrettate, lavora su un orizzonte di brevissimo periodo, costringe dentro un perimetro qualcosa che ancora non si conosce e che, proprio per questo, non può essere compressa.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">La soluzione, forse, è accogliere l’incertezza e fare la propria parte al meglio possibile.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Continua a tornarmi in mente una frase che ho sempre amato molto, del poeta inglese Alexander Pope, che dice: “<em>act well your part, there all the honour lies</em>”. “Fai bene la tua parte, lì sta tutto l’onore”.<br />Vale per tutti. E qui, in questo blog, vale anche per i Board alla guida delle organizzazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non esiste una regola uguale per tutti, è questo il bello dell’essere un Board member.</strong><br /><strong>Esiste, però, una causa e la capacità di comprendere cosa occorre fare, anche in momenti di emergenza e crisi e anche quando la causa non è connessa all’emergenza, per farla progredire.</strong><br />Chi aveva già compreso il concetto ha potuto continuare a lavorare, nonostante le difficoltà, la crisi – quella attuale e quella che, inevitabilmente, caratterizzerà i prossimi mesi.<br />Gli altri hanno subito una battuta d’arresto. Era inevitabile, la pandemia è stata probabilmente solo un acceleratore, in questi casi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre disperare, però. Da tutto si può imparare per migliorare – sono da sempre una convintissima sostenitrice dell’utilizzo “terapeutico” dei fallimenti e delle difficoltà: tolgono un sacco di pressione e aiutano a correggere il tiro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Lo smart working (forse) non è la dimensione ideale, ma possiamo fare in modo che ci si avvicini.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Da sempre utilizzo piattaforme per gli incontri a distanza. In queste settimane ne ho scoperte altre ma, soprattutto, ho preso confidenza con la possibilità che si stia insieme pur da parti opposte di uno schermo.<br />Ho continuato a portare avanti le mie consulenze e gli incontri; ho supportato una organizzazione straniera con cui collaboro nel processo di selezione del direttore del fundraising facendo i colloqui ai 9 candidati della shortlist; ho tenuto corsi di formazione a classi più o meno numerose, interagendo con i partecipanti, stimolandoli con esercizi e partecipazione attiva alle lezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho imparato, insomma, a sentirmi a mio agio davanti allo schermo quasi come se fossi in presenza – sia chiaro: è un succedaneo, l’incontro fisico resta sempre l’opzione preferita, per quel che mi riguarda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ho ripreso un punto di cui avevo parlato all’evento sulla <a href="https://www.iraiser.eu/it/2019/10/fundraising-digital-transformation-day/">Digital Transformation</a> a cui iRaiser mi aveva invitato lo scorso autunno: dovevo parlare di come il processo culturale – dal mio punto di osservazione – determinasse un cambiamento di mentalità prima ancora di arrivare ad individuare gli strumenti che l’avrebbero sostenuto. E, in particolare, il mio orizzonte di riferimento erano i Board, con cui il tema si era posto – e continua a porsi – come riflessione “di sistema”, non episodica.<br />Preparando il materiale per la mia sessione avevo ripreso un libro letto tempo prima e che mi aveva affascinato – è ancora sul mio comodino e, ogni tanto, lo apro ad una delle pagine contrassegnate con le orecchie (sì, io segno in questo modo i passaggi che mi interessano, per cui i libri che leggo – non importa se di narrativa o testi professionali – hanno sempre l’aria vissuta) perché ci sono passaggi che trovo realmente illuminanti.<br />Il libro è <em>The Game</em>, di Alessandro Baricco (ed. Einaudi, 2018) e, in particolare, questa frase racconta in modo preciso, a mio parere, quello che queste settimane di quarantena hanno reso evidente: <em>&#8220;La rivoluzione digitale è una rivoluzione mentale, più che meramente tecnologica, perché ha cambiato e sta cambiando la nostra postura mentale. (…) crediamo che la rivoluzione mentale sia un effetto della rivoluzione tecnologica, e invece dovremmo capire che è vero il contrario” – prima la rivoluzione mentale, poi quella tecnologica. Che significa che un nuovo tipo di intelligenza ha generato gli strumenti in grado di soddisfarla</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quello che sta emergendo con chiarezza è quanto le due dimensioni – online e offline – non siano in contrapposizione e neppure distinte ma, più correttamente, parti integrate di una stessa unicità</strong>. Io sono la stessa persona in entrambe le dimensioni, posso decidere come approcciare l’una e l’altra ma non posso considerare alcune aree del mio lavoro fattibili solo in presenza e altre anche a distanza – è ovvio che mi riferisco specificatamente alla mia realtà professionale con le sue caratteristiche peculiari. Ma vale davvero quasi per tutti coloro che non svolgono esclusivamente attività manuali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, questo sentirmi a mio agio in entrambe le dimensioni è un aspetto che, abituata a confrontarmi con persone dal vivo &#8211; Board, grandi donatori, aziende, colleghi, solo per citarne alcune – e a considerare la dimensione live come l’unica in grado di “sostenere” quella che è buona parte del mio lavoro – i temi dei lasciti, delle donazioni pianificate, delle partnership, dei percorsi di coaching con i Board – mi porto a casa come una delle cose che ho imparato.<br /><strong>È una possibilità, non necessariamente l’unica.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">Il tempo è una variabile primaria.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Di punto in bianco ci siamo trovati – tutti, e mi riferisco a tutti coloro che sono stati fortunati e non sono stati toccati direttamente dal virus – con un tempo dilatato, in grado di generare possibilità o, al contrario, ansia o noia.<br />I primi giorni di <em>lockdown</em> li ricordo come fatti di un tempo non lineare, frastagliato, ovattato. E ricordo la sensazione comune di essere dentro una bolla di irrealtà.<br />Ho parlato con molte persone, in quella prima settimana, e tutte eravamo prese da qualcosa di simile all’ebbrezza della novità, dal sentirci parte di uno sforzo collettivo, di un corpo unico che stava lottando per restare vivo.<br />Poi è subentrata una certa assuefazione ad una normalità che tanto normale non era (e non è) e, con questa, anche la necessità di “fare il punto”, riorganizzarsi in qualche modo, dare un orizzonte alla quotidianità, trovare parole e strumenti per andare avanti “con senso”, non “in sospensione”.<br />Per me è stata la contiguità tra vita personale e vita professionale la chiave per trovarlo, questo senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come spesso mi accade quando ho bisogno di mettere a fuoco qualcosa, ho iniziato a scrivere.<br />Ad osservare e scrivere. E non ho avuto bisogno di farlo nei ritagli di tempo tra un treno e l’altro o appuntandomi le idee sullo <em>smartphone</em>. Ero seduta alla scrivania e potevo scegliere di dedicare due ore a riordinare i pensieri, a guardare il mio mondo professionale di riferimento attraverso la lente di un ritmo più lento e quindi più profondo.<br />Ho tenuto a distanza di sicurezza i <em>social</em> – non li demonizzo e sono una utilizzatrice abituale di social, ma ad un certo punto le “urla”, la velocità dei messaggi, la quantità delle informazioni mi ha in parte travolto e in parte stufato.<br />Mi è sembrato tutto troppo, come dissonante, inappropriato. E in un periodo in cui immaginavo <em>report</em> catastrofici del tempo di utilizzo del mio <em>smartphone</em> questo è, invece, sorprendentemente, calato. Non ne ricavo leggi universali, ma <strong>un rapporto più equilibrato con l’istante presente, un utilizzo diverso del tempo e un’attenzione più spostata sul “poco, ma di qualità” è stata fonte di grande ispirazione e beneficio</strong>.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Una parola ha rappresentato queste settimane meglio di altre, per quel che mi riguarda: integrazione.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Tra online e offline, come scrivevo; iniziative programmate da riscrivere senza stravolgerle per renderle coerenti con il contesto; interessi personali e tempo da dedicarvi senza sentirmi in difetto e tempo di lavoro che è anche lettura, studio (con calma), riflessione.<br />Per me si è tradotto in una maggiore creatività, sia con riferimento alla sfera personale che professionale. Sono venuti fuori progetti nuovi e progetti già avviati hanno preso strade diverse, intuite sul momento e man mano sviluppate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Fase 2 non cambia quasi nulla, per me e per noi come gruppo di consulenti, dal punto di vista logistico.<br />Le organizzazioni con cui collaboriamo e i corsi in programma sono tutti fuori regione e all’estero, per cui continueremo a lavorare dai due lati dello schermo.<br />Mi auguro che vada meglio per tutti, questo sì. E che si riesca ad imprimere bene nella nostra mente quello che è accaduto &#8211; la generosità, l’abnegazione oltre ogni immaginazione, il senso di comunità, l’altruismo, così come le falle del sistema emerse qua e là.<br />Mi auguro e ci auguriamo che tutto questo diventi bagaglio di conoscenza e consapevolezza da non abbandonare troppo presto in nome di un ritorno al “prima”.<br />E che si possa ripartire, un passo per volta, e ri-pensare, con saggezza maggiore.</p>



<h6 class="wp-block-heading">p.s. la foto che vedete in questo post è stata scattata a Noordwijk lo scorso 15 ottobre: ero in Olanda per la conferenza IFC e ho fatto una passeggiata lungo le dune, al pomeriggio, immersa in una luce e un paesaggio magici.</h6>
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		<title>Governance e leadership al femminile: intervista a Helene Wolf, co-fondatrice di FAIR SHARE of Women Leaders</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Feb 2020 15:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Board visto... dal Board]]></category>
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		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ho conosciuto Helene Wolf durante una interessantissima sessione ad IFC 2019 sulla leadership al femminile … a cui non ho potuto fare a meno di partecipare!<br />Helene è una di quelle persone con cui – a volte accade! – si è creato fin da subito un terreno comune di riflessione e lavoro insieme.<br />Mi è piaciuto molto il suo approccio alla “feminist leadership” e la possibilità di sviluppare alcuni progetti anche nel nostro Paese (di questo parlerò prossimamente) con l&#8217;organizzazione di cui è co-fondatrice &#8211; <a href="https://www.fairsharewl.org">FAIR SHARE of Women Leaders</a>.<br />E’ un piacere, dunque, averla qui sul blog per alcune riflessioni che mettono insieme il tema della governance – dalla sua prospettiva di Board member – e quello della leadership femminile. Quattro domande sono poche rispetto alla complessità del tema, ma confido di riprendere gli spunti che emergeranno nei prossimi blogpost – e, naturalmente, aspetto feedback e commenti che arricchiscano la conversazione sul punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona lettura!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Helene, the payoff on your website says “We call on all civil society organisations to match the percentage of women in leadership positions to the percentage of women in their staff”. What is the situation both in Europe and globally, from your perspective?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Women are underrepresented in top leadership positions of civil society organisations</strong>; both globally and from what we know so far also nationally. Based on the data we gathered in our FAIR SHARE Monitor, a man is currently 5 times more likely to rise to a senior management or board position than a woman. Considering the fact, that the workforce in the civil sector are largely women, this gap is outrageous and illustrates the inequalities in our workplaces.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>But it is not only a gap in representation. I think, the credibility gap between the external goals of the sector around equality, social justice and human rights is even worse. <strong>How can we legitimately claim to work towards a more equitable world, if we do not manage to live up to these objectives within our own structures?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>The word “feminist” is often perceived as somewhat intimidating. I personally find that it is among those words that require to be contextualized in order to grab their strength. There is a huge need to talk about what being feminist – and feminism in general – implies nowadays. What is your way to define a feminist today?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Anyone who believes in and aims to advance equal rights for all genders is a feminist</strong>. This is why we also advocate for feminist leadership as the new paradigm for the civil society sector – it strives for intersectionality, representation and collective decision-making and can be practised by men and women.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>The UN Secretary-General and the Canadian prime Minister call themselves feminists so others, especially men, should follow their example and take a stand on gender equality.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>This blog is focused on governance and its relationship with development of nonprofit organizations. You are a board member at FairShare, which is an NPO that has a multi-national all-woman Board of Directors. Which are the main features that, in your daily job at FairShare, are capable to express your leadership?</strong><br /><em>Our ambition is to explore feminist tools and practises also in our governance and decision-making to experiment and hopefully lead by example. This is a challenge for me to keep all the different streams of work and ideas focused and work with a large number of enthusiastic individuals to ensure that we have the best approach possible. Collective decision-making is time-consuming and sometimes exhausting but also a lot of fun and rewarding and I truly believe in the power of the collective voices and perspectives. I have already benefitted so much from insights and advice from the <a href="https://www.fairsharewl.org/action-circle">FAIR SHARE Action Circle</a> – the collective decision-making body I established together with Emily Bove, the founder of <a href="https://feministleadership.org">The Feminist Leadership Project</a> – and others who believe things can be different. FAIR SHARE as an organisation and me personally would not be where we are today without the amazing group of people around us.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>We will have the first Italian Nonprofit Women Camp at the beginning of March. Would you provide any suggestion to women in the Third Sector to encourage their organizations to put more efforts in advance this issue?</strong><br /><em>I think, it is time we claim our seat at the table – on our own terms. One reason we started the FAIR SHARE Monitor was to give women in the sector the evidence about the gap in representation so that they can make a strong argument for organisational change. <strong>We will not significantly change the number of women in leadership without re-thinking our cultures and structures that have over-benefitted men for decades</strong>. So we have to get organised, act in solidarity and define new rules for leadership. <strong>A FAIR SHARE Monitor that looks at the situation in Italy could be a powerful starting point to mobilise around our shared goal of gender equality in the civil society sector.</strong> We would be happy to support such an effort.</em></p>



<h6 class="wp-block-heading">Helene co-founded FAIR SHARE of Women Leaders e.V. and has been leading the setup of the initiative on a voluntary basis since then. Over the first year, she built a coalition of organisations and individuals committed to gender parity and feminist leadership in the social impact sector. The FAIR SHARE Monitor measures the number of women in leadership positions with the aim to achieve gender equality in the sector by 2030.</h6>



<h6 class="wp-block-heading">Before founding FAIR SHARE, she served as the Deputy Executive Director at the International Civil Society Centre where she managed the development from a start-up phase to a mid-sized organisation. In this capacity she also worked closely with the top leadership of the largest internationally operating civil society organisations on issues such as governance, accountability and cooperation. She lives in Berlin, Germany and has two sons.</h6>



<h6 class="wp-block-heading"> </h6>
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		<title>&#8220;I numeri perfetti sono rari, così come le persone&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Dec 2019 17:58:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Il Board visto dai fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[Ho usato una frase di Cartesio per sottolineare l&#8217;evidente difficoltà a trovare la presunta perfezione (che non credo sia di questo mondo &#8230; per fortuna, aggiungo), anche nella dimensione professionale. Ma di perfetto &#8211; ed è il senso del titolo &#8211; uso un numero, il 3, come le caratteristiche di cui scrivo qui e che, [...]</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>[Ho usato una frase di Cartesio per sottolineare l&#8217;evidente difficoltà a trovare la presunta perfezione (che non credo sia di questo mondo &#8230; per fortuna, aggiungo), anche nella dimensione professionale. Ma di perfetto &#8211; ed è il senso del titolo &#8211; uso un numero, il 3, come le caratteristiche di cui scrivo qui e che, a mio parere, fanno di un fundraiser un &#8220;buon fundraiser&#8221;.]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">La fine dell’anno: è sempre tempo di bilanci, l’occasione per riguardare quello che è accaduto e quello che si è fatto, per tirare le somme e guardare sia indietro che avanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con il passare degli anni tendo a guardare tutto con più fluidità, non legandolo a periodi. Il 31 dicembre è certamente una data “simbolica”, ma a me piace pensarla nell’ottica di uno scorrere del tempo che non richiede necessariamente di classificare la vita in “+” e “-“.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al di là di elucubrazioni filosofiche, tuttavia, <strong>vorrei concludere il 2019 con qualche riflessione su uno dei temi sui quali più mi sono trovata – ci siamo trovati, in realtà – a riflettere e a discutere più spesso, ovvero “chi è il fundraiser”.</strong> <strong>Non tanto da un punto di vista del mero elenco di declinazioni che compongono la professione di fundraiser quanto, piuttosto, da quello delle caratteristiche che fanno di un fundraiser un buon fundraiser.</strong><br />Mi allontano per una volta, dunque, dal focus del blog sul Board e il fundraising per una riflessione che è figlia dei mesi scorsi, degli incontri e del lavoro fatto durante l’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho condiviso pensieri e prospettive sulla professione del fundraiser in una conversazione a due voci (italo-francesi) durante l’Assif Day, lo scorso febbraio.<br />Ne ho parlato con il direttore di una fondazione internazionale con cui stiamo lavorando ad un piano di inserimenti di fundraisers.<br />Mi sono confrontata con colleghi da tutto il mondo durante l’ultimo IFC in Olanda.<br />E ho ripreso il tema rileggendo una delle domande al termine della sessione su &#8220;Board e fundraising&#8221; tenuta al Festival del fundraising di maggio, il cui senso era: “come diventare un bravo fundraiser?”</p>



<p class="wp-block-paragraph">È dunque una questione con cui entriamo in contatto molto spesso, tutte le volte che si fa formazione o che incontriamo colleghi, soprattutto quelli più giovani. Ed è una domanda a cui negli anni ho cercato di dare una risposta che non fosse monolitica o univoca ma che rispecchiasse invece le caratteristiche multiformi che, a mio parere, distinguono “un fundraiser” da “un buon fundraiser”.<br />Provo, qui, ad individuarne tre tra quelle che mi fanno entusiasmare quando le riscontro nelle persone che popolano le mie giornate.</p>



<h4 class="wp-block-heading">&#8211; La curiosità</h4>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fare il fundraiser vuol dire, in primo luogo, cogliere l’essenza e l’essenziale</strong> &#8211; di una mission, un progetto, un’azione, un obiettivo &#8211; <strong>e trasformarli in uno strumento che li renda sostenibili.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa quindi <strong>avere uno sguardo aperto</strong> &#8211; la sola cosa che rende possibile costruire ogni giorno lo “slancio” verso il proprio lavoro.<br />Significa comprendere che esiste la propria modalità (di fare le cose, di lavorare, di affrontare i problemi), ma anche modalità diverse, magari lontane, ma non per questo meno valide. E avere la voglia di andare a vedere che cosa succede se si prova a spostare il focus, a cambiare prospettiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La curiosità consente di “stare nel mondo”, di viverlo, di sperimentarlo, di lasciarsene contaminare. E questa è una caratteristica che un fundraiser non può non avere.</strong> Perché è un lavoro che è fatto di quotidianità, di immersione nella propria mission in rapporto con quello che la circonda e con tutte le sue molteplici sfaccettature.<br />E che è antitetico al principio dei dogmi (si fa così). E ancor più delle monadi, ovvero di soggetti che stanno esclusivamente nel proprio mondo e lo abitano consapevolmente, ma indipendentemente da quello che accade fuori da loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, <strong>la curiosità è la voglia di vedere cosa c’è oltre, di allargare l’orizzonte per cercare “nuove possibilità possibili”.</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">&#8211; La concretezza</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre trovato il mix di teoria e pratica che caratterizza il lavoro nel fundraising una combinazione adatta a me, che ho bisogno sia di cogliere la “<em>big picture</em>” – e quindi analizzare, derivare dei principi, individuare modelli e schemi, immaginare sviluppi che seguano una pianificazione – ma poi anche di andare sul piano pratico, portando a terra i discorsi per generare cambiamento attraverso l’azione.<br />Ultimamente mi capita spesso di citare una frase di Walt Disney letta nell’interessantissimo “<em>Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita)</em>” di Francesca Gino, che dice: “<em>l’unico modo di iniziare qualcosa è smettere di parlare e cominciare a farlo</em>”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, il punto è proprio questo: ragioniamo, riflettiamo, programmiamo sempre, ma poi “facciamo” anche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un buon fundraiser, dunque, deve saper mettere le mani in pasta</strong>, mettersi alla prova – con le relazioni, le richieste, i no e tutto quello che è la quotidianità. Naturalmente ciascuno per la propria area di competenza, ma con la consapevolezza che si diventa bravi fundraiser facendo fundraising. E dunque misurandosi anche con i propri limiti, che non necessariamente dovranno essere superati ma che – conosciuti – generano consapevolezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Last but not least – e questa è una caratteristica senza la quale è impensabile, a mio parere, fare il fundraiser:</p>



<h4 class="wp-block-heading">la passione.</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Certamente per tutti ci sono giorni in cui è più viva e giorni in cui lo è meno, ma <strong>il desiderio di cambiare in meglio certe situazioni</strong> – quelle che costituiscono la base della mission delle organizzazioni per le quali lavoriamo – <strong>è il motore di tutto</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che fa andare avanti caparbiamente nonostante le difficoltà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che fa dire “proviamoci”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che ci fa fare mille telefonate o incontri per arrivare ad un sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che ci fa arrabbiare quando sentiamo i luoghi comuni triti e ritriti sul nonprofit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che ci fa arrivare al Natale (di solito) “camminando sui gomiti” per tutto il lavoro fatto con le campagne di fine anno, e i controlli e le telefonate per avere feedback sull’andamento delle donazioni. E che ci fa gioire quando vediamo i progetti e gli obiettivi un po’ più vicini, più alla portata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché è per questo che lavoriamo, no?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, in questa riflessione di fine anno <strong>sono questi i 3 “mai più senza” che porto con me (portiamo con noi) nel 2020 da tutte le storie ascoltate, le persone incontrate, i progetti che si sono realizzati, quelli che lo faranno nel prossimo futuro e anche quelli che non saranno tra questi – perché avere consapevolezza significa anche abbandonare quello che non ha prospettive.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono consapevole che le caratteristiche di un buon fundraiser siano molte, molte di più – e vi invito a scrivercele e a raccontarci il vostro punto di vista – perché il nostro è un lavoro complesso e multiforme (per fortuna!).<br />E magari ci saranno altre “puntate”, in futuro, chissà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ecco, non c’è fine anno senza auguri… e allora un caldo augurio di Buon Natale e Buon Anno a tutti voi &#8211; che sia un tempo di curiosità, di concretezza e di passione! &#8211; da noi di ENGAGEDin!</strong></p>
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