[Ho usato una frase di Cartesio per sottolineare l’evidente difficoltà a trovare la presunta perfezione (che non credo sia di questo mondo … per fortuna, aggiungo), anche nella dimensione professionale. Ma di perfetto – ed è il senso del titolo – uso un numero, il 3, come le caratteristiche di cui scrivo qui e che, a mio parere, fanno di un fundraiser un “buon fundraiser”.]

 

La fine dell’anno: è sempre tempo di bilanci, l’occasione per riguardare quello che è accaduto e quello che si è fatto, per tirare le somme e guardare sia indietro che avanti.

Con il passare degli anni tendo a guardare tutto con più fluidità, non legandolo a periodi. Il 31 dicembre è certamente una data “simbolica”, ma a me piace pensarla nell’ottica di uno scorrere del tempo che non richiede necessariamente di classificare la vita in “+” e “-“.

Al di là di elucubrazioni filosofiche, tuttavia, vorrei concludere il 2019 con qualche riflessione su uno dei temi sui quali più mi sono trovata – ci siamo trovati, in realtà – a riflettere e a discutere più spesso, ovvero “chi è il fundraiser”. Non tanto da un punto di vista del mero elenco di declinazioni che compongono la professione di fundraiser quanto, piuttosto, da quello delle caratteristiche che fanno di un fundraiser un buon fundraiser.
Mi allontano per una volta, dunque, dal focus del blog sul Board e il fundraising per una riflessione che è figlia dei mesi scorsi, degli incontri e del lavoro fatto durante l’anno.

 

Ho condiviso pensieri e prospettive sulla professione del fundraiser in una conversazione a due voci (italo-francesi) durante l’Assif Day, lo scorso febbraio.
Ne ho parlato con il direttore di una fondazione internazionale con cui stiamo lavorando ad un piano di inserimenti di fundraisers.
Mi sono confrontata con colleghi da tutto il mondo durante l’ultimo IFC in Olanda.
E ho ripreso il tema rileggendo una delle domande al termine della sessione su “Board e fundraising” tenuta al Festival del fundraising di maggio, il cui senso era: “come diventare un bravo fundraiser?”

È dunque una questione con cui entriamo in contatto molto spesso, tutte le volte che si fa formazione o che incontriamo colleghi, soprattutto quelli più giovani. Ed è una domanda a cui negli anni ho cercato di dare una risposta che non fosse monolitica o univoca ma che rispecchiasse invece le caratteristiche multiformi che, a mio parere, distinguono “un fundraiser” da “un buon fundraiser”.
Provo, qui, ad individuarne tre tra quelle che mi fanno entusiasmare quando le riscontro nelle persone che popolano le mie giornate.

 

– La curiosità

Fare il fundraiser vuol dire, in primo luogo, cogliere l’essenza e l’essenziale – di una mission, un progetto, un’azione, un obiettivo – e trasformarli in uno strumento che li renda sostenibili.

Significa quindi avere uno sguardo aperto – la sola cosa che rende possibile costruire ogni giorno lo “slancio” verso il proprio lavoro.
Significa comprendere che esiste la propria modalità (di fare le cose, di lavorare, di affrontare i problemi), ma anche modalità diverse, magari lontane, ma non per questo meno valide. E avere la voglia di andare a vedere che cosa succede se si prova a spostare il focus, a cambiare prospettiva.

La curiosità consente di “stare nel mondo”, di viverlo, di sperimentarlo, di lasciarsene contaminare. E questa è una caratteristica che un fundraiser non può non avere. Perché è un lavoro che è fatto di quotidianità, di immersione nella propria mission in rapporto con quello che la circonda e con tutte le sue molteplici sfaccettature.
E che è antitetico al principio dei dogmi (si fa così). E ancor più delle monadi, ovvero di soggetti che stanno esclusivamente nel proprio mondo e lo abitano consapevolmente, ma indipendentemente da quello che accade fuori da loro.

Ecco, la curiosità è la voglia di vedere cosa c’è oltre, di allargare l’orizzonte per cercare “nuove possibilità possibili”.

 

– La concretezza

Ho sempre trovato il mix di teoria e pratica che caratterizza il lavoro nel fundraising una combinazione adatta a me, che ho bisogno sia di cogliere la “big picture” – e quindi analizzare, derivare dei principi, individuare modelli e schemi, immaginare sviluppi che seguano una pianificazione – ma poi anche di andare sul piano pratico, portando a terra i discorsi per generare cambiamento attraverso l’azione.
Ultimamente mi capita spesso di citare una frase di Walt Disney letta nell’interessantissimo “Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita)” di Francesca Gino, che dice: “l’unico modo di iniziare qualcosa è smettere di parlare e cominciare a farlo”.

Ecco, il punto è proprio questo: ragioniamo, riflettiamo, programmiamo sempre, ma poi “facciamo” anche.

Un buon fundraiser, dunque, deve saper mettere le mani in pasta, mettersi alla prova – con le relazioni, le richieste, i no e tutto quello che è la quotidianità. Naturalmente ciascuno per la propria area di competenza, ma con la consapevolezza che si diventa bravi fundraiser facendo fundraising. E dunque misurandosi anche con i propri limiti, che non necessariamente dovranno essere superati ma che – conosciuti – generano consapevolezza.

 

– Last but not least – e questa è una caratteristica senza la quale è impensabile, a mio parere, fare il fundraiser:

la passione.

Certamente per tutti ci sono giorni in cui è più viva e giorni in cui lo è meno, ma il desiderio di cambiare in meglio certe situazioni – quelle che costituiscono la base della mission delle organizzazioni per le quali lavoriamo – è il motore di tutto.

Quello che fa andare avanti caparbiamente nonostante le difficoltà.

Quello che fa dire “proviamoci”.

Quello che ci fa fare mille telefonate o incontri per arrivare ad un sì.

Quello che ci fa arrabbiare quando sentiamo i luoghi comuni triti e ritriti sul nonprofit.

Quello che ci fa arrivare al Natale (di solito) “camminando sui gomiti” per tutto il lavoro fatto con le campagne di fine anno, e i controlli e le telefonate per avere feedback sull’andamento delle donazioni. E che ci fa gioire quando vediamo i progetti e gli obiettivi un po’ più vicini, più alla portata.

Perché è per questo che lavoriamo, no?

 

Ecco, in questa riflessione di fine anno sono questi i 3 “mai più senza” che porto con me (portiamo con noi) nel 2020 da tutte le storie ascoltate, le persone incontrate, i progetti che si sono realizzati, quelli che lo faranno nel prossimo futuro e anche quelli che non saranno tra questi – perché avere consapevolezza significa anche abbandonare quello che non ha prospettive.

Sono consapevole che le caratteristiche di un buon fundraiser siano molte, molte di più – e vi invito a scrivercele e a raccontarci il vostro punto di vista – perché il nostro è un lavoro complesso e multiforme (per fortuna!).
E magari ci saranno altre “puntate”, in futuro, chissà.

 

Ecco, non c’è fine anno senza auguri… e allora un caldo augurio di Buon Natale e Buon Anno a tutti voi – che sia un tempo di curiosità, di concretezza e di passione! – da noi di ENGAGEDin!

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Informazioni su Simona Biancu

Consulente e formatrice su fundraising e filantropia strategica con la sua società ENGAGEDin. Master in fundraising all’Università di Bologna e Executive in Strategic Philanthropy presso Fondazione Lang, collabora da anni con enti nonprofit, Università, istituzioni sanitarie e culturali in Italia e all’estero. International Advisory Panel Member di Rogare, Centro internazionale di Ricerca sul fundraising dell’Università di Plymouth, tiene corsi e conferenze a livello internazionale su fundraising e filantropia. Socia ASSIF (IT) e Institute of Fundraising (UK). Vice Presidente dell’Associazione Collina degli Elfi onlus.

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