Breve raccolta di frasi epiche – 2

 

Non potevamo fermarci alla prima “raccolta”, l’avevamo premesso subito.

Perché ci sono espressioni che, oltre ad essere ricorrenti, sono un sintomo: non esattamente di una malattia (o almeno non tra quelle nel prontuario del medico di base), ma sicuramente di una forma mentale, un approccio al proprio essere “un’organizzazione nonprofit” che riguarda soprattutto chi ha ruoli di vertice.

E allora estrapolarle e metterle in un contenitore serve a costruirsi una casistica per essere attrezzati in caso di necessità e farne un elemento di costruzione o ricostruzione.

 

Naturalmente il tema “sostenibilità economica”, così come il proprio ruolo rispetto al resto del mondo, è un argomento centrale di conversazione, dialogo e confronto.

E a questo proposito, quando si lavora sul fundraising, una domanda centrale a cui dare risposta è

 

“perché un sostenitore (grande o piccolo) dovrebbe darvi il suo denaro?”

 

C’è un set di risposte e commenti che, con qualche variante di stile e vocabolario, ha un discreto successo e per questo diventa “epico”. E precisamente:

“Deve sostenerci. Siamo qualcosa di unico”

E quindi? Il fatto che un’organizzazione sia qualcosa di unico in me solleva due commenti: siamo certi di essere così “unici”? Cioè qualcuno si è mai preso la briga di fare una sorta di indagine di mercato, o un’analisi di contesto, che riveli un risultato attendibile? O è la solita presunzione di primogenitura e differenza che fa si che ognuno di questi “N gemelli” sia convinto di essere figlio unico?

E ancora: siamo sicuri che anche essere “gli unici” sia una virtù evidente? Non sarà che si è unici perché ciò di cui ci si occupa o il modo in cui lo si fa sono di interesse o necessità relativi e con una ricaduta trascurabile? Non sono domande cattive, sono solo domande, diciamo di sicurezza.

 

Oppure,

“Non mi spiego perché non ci sostengano, visto quello che abbiamo fatto in questi anni. La nostra importanza è evidente”.

Io non so se l’importanza sia così evidente. Ma una ragione se qualcuno, individuo o istituzione, non ci sostiene dovremo pur farcela. Potrebbe essere perché quell’importanza è tutto sommato relativa e, al di là di un generico apprezzamento, non smuove altro. Succede.

O potrebbe essere perché nessuno si è mai ricordato, o ha mai osato, chiedere un sostegno.

Fare cose belle e farle bene di per sé non è un generatore automatico di donazioni. E chiedere esplicitamente un sostegno non sminuisce né l’autostima né la portata di quello che facciamo: è semplicemente il modo per far sapere che è possibile fare queste meraviglie tutti insieme. Noi e chi desidera essere con noi.

Se ci si arrocca sulla torre dorata dei migliori aspettando che ci sia reso omaggio, un destino di solitudine è all’orizzonte.

 

E ancora, soprattutto a proposito di fondazioni e istituzioni:

“Se non ci sostengono, chiudiamo. Siamo un qualcosa di eccezionale, se non capiscono significa che non hanno la sensibilità per farlo”.

Me lo sono sentito dire ancora di recente.

Aveva le sembianze di qualcosa a metà tra la minaccia (a chi?) e la ripicca un po’ presuntuosa: sappi che se non fai una cosa ovvia e doverosa – darmi il denaro che mi spetta perché sono il migliore – sarò costretto a chiudere e non mi avrai più.

Ma se io venissi da te, presidente che hai pronunciato questa frase, e ti dicessi la stessa cosa nello stesso modo, credo che la tua reazione potrebbe rientrare tra:

  • un assegno con tante scuse per non averlo fatto prima
  • un’alzata di spalle con un in bocca al lupo per nuove avventure
  • un invito “deciso” a farsi delle domande e darsi delle risposte

Io propenderei statisticamente per la terza, o se sono molto fortunato per la seconda.

 

È evidente che c’è un tema di fondo ricorrente: la famosa “maledizione della conoscenza”, quella che ci fa presumere che tutti sappiano cosa facciamo bene come lo sappiamo noi e senza che glielo spieghiamo, unita alla “presunzione di eccellenza”, che è segnale di un ego rigoglioso e della fiducia nelle proprie capacità, ma non necessariamente una qualità su cui “costruire relazioni”.

Le organizzazioni sono anche “organismi”, sono fatte di persone e hanno una personalità che è fatta dalla personalità di chi le vive e le guida: è il loro bello, a volte un po’ meno bello.

Una delle doti che credo consenta alle persone, e quindi anche alle organizzazioni, di migliorarsi e crescere è l’umiltà, unita ad un sano bagno di oggettività.

E in questo faccio mio, e consiglio, di partire dalle parole di Alejandro Jodorowsky, su cui costruire una relazione più articolata e meno unilaterale con il mondo che ci circonda: “umiltà è smetterla di proteggere le tue convinzioni, di affermare a ogni momento la tua esistenza, di dimostrare a chi non si interessa a te che meriti di essere vivo”.

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Informazioni su Alberto Cuttica

esperto di pianificazione della raccolta fondi, è docente in corsi universitari, seminari, workshop a livello nazionale e internazionale su tematiche legate a fundraising, crowdfunding, pianificazione strategica. Socio dell'Associazione Italiana Fundraiser, si occupa di filantropia strategica e di analisi e sviluppo organizzativo.

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