<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Far funzionare il Board Archivi - Engagedin</title>
	<atom:link href="https://www.engagedin.net/category/far-funzionare-il-board/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.engagedin.net/category/far-funzionare-il-board/</link>
	<description>Consulenza e formazione per il noprofit</description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 Jul 2026 09:41:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.2</generator>

<image>
	<url>https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2021/09/favicon.png</url>
	<title>Far funzionare il Board Archivi - Engagedin</title>
	<link>https://www.engagedin.net/category/far-funzionare-il-board/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Non trovo le parole</title>
		<link>https://www.engagedin.net/non-trovo-le-parole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit governance fundraising board directors consultancy]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=18342</guid>

					<description><![CDATA[<p>Non trovo le parole. Se la mission non è chiara, il fundraising non può funzionare.<br />
Quando la raccolta fondi di una organizzazione nonprofit inizia a calare anno dopo anno, la tendenza comune è quella di incolpare i donatori che si allontanano.<br />
Ma se la vera causa fosse a monte? [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/non-trovo-le-parole/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/non-trovo-le-parole/">Non trovo le parole</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p style="font-weight: 400;"><em>Spesso il calo delle donazioni viene attribuito a un disinteresse dei donatori. Premettiamolo subito: di solito è un assunto errato. </em><em>Mettere a fuoco la vera radice della crisi risieda frequentemente all’interno dell’organizzazione richiede lucidità e anche coraggio, in primis nel Board, subito dopo nel team di fundraising. </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quando il problema è che mancano le parole per spiegare la propria ragion d&#8217;essere e il cambiamento tangibile che si vuole generare, l&#8217;attività di raccolta fondi si blocca inevitabilmente. </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Come uscire dall’impasse? </em><em>Proviamo a raccontarvelo a partire da un caso reale.</em></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div  class="wpb_single_image wpb_content_element vc_align_left wpb_content_element">
		
		<figure class="wpb_wrapper vc_figure">
			<div class="vc_single_image-wrapper   vc_box_border_grey"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="2560" height="1707" src="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-scaled.jpg" class="vc_single_image-img attachment-full" alt="" title="ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash" srcset="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-scaled.jpg 2560w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-1536x1024.jpg 1536w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2026/07/ling-app-afuNHP3omeQ-unsplash-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></div>
		</figure>
	</div>
</div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p style="font-weight: 400;">Torniamo a scrivere qui dopo un periodo di “lontananza” in cui ci siamo concentrati sulle consulenze, la formazione, il lavoro con i Board, e il tempo per scrivere considerazioni “a freddo” – al di là di appunti o considerazioni al volo – è stato davvero poco.</p>
<p style="font-weight: 400;">Poi accade qualcosa che fa scattare nuovamente la molla.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando <strong>condividere l’osservazione di un certo tipo di difficoltà può essere utile per altri che, magari, si trovano nella stessa situazione e non riescono ad intravedere la strada di uscita dall’<em>impasse</em>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">La situazione è questa: un’organizzazione medio-grande, distribuita su tutto il territorio nazionale, con uno staff consolidato e una mission che, seppure da lontano, conoscevamo per averla vista nascere ormai più di 10 anni fa.</p>
<p style="font-weight: 400;">La responsabile del fundraising ci ha contattati perché negli ultimi 3-4 anni l’attività di raccolta fondi è andata progressivamente diminuendo e il punto critico appare sempre più vicino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come accade sempre, abbiamo organizzato un incontro di approfondimento con due dei consiglieri più attivi e il team di fundraising. Abbiamo stimolato una panoramica guidata sull&#8217;evoluzione storica dell&#8217;organizzazione, ascoltato le criticità, la frustrazione per i mancati risultati conseguenti agli sforzi intrapresi, la preoccupazione. Abbiamo chiesto a cosa pensavano fosse dovuto il disimpegno, in particolare nell’ultimo anno, di sostenitori che pensavano essere acquisiti in modo solido.</p>
<p style="font-weight: 400;">La risposta del presidente è stata – letteralmente – questa: <strong>“<em>noi abbiamo una mission difficile, che non si può spiegare, che facciamo fatica a dire e quando la raccontiamo nessuno la comprende</em>”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Negli anni è ovviamente accaduto molto spesso di affiancare organi direttivi e staff che avevano necessità di una ri-messa a fuoco della mission, ed è un punto centrale del nostro lavoro, ma mai avevamo sentito una tale chiarezza nell’espressione di una difficoltà.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Alla domanda “<em>provi a raccontarci qual è la vostra mission</em>” la risposta del presidente è stata “<em>non riesco, è troppo difficile</em>”; l’altro consigliere presente ha aggiunto “<em>noi siamo particolari, non come tutti gli altri per i quali si capisce subito quello che fanno</em>”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La conseguenza logica di questo pensiero sarebbe un lavoro sulla verifica della mission, la sua focalizzazione, la sua traduzione. Perché se non è chiara né esprimibile c’è un problema davvero grosso a monte.</strong> In questo caso, invece, la conseguenza dell’organizzazione è stata: “<em>ci proveremo ancora, speriamo che qualcuno la comprenda</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questi i fatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui qualche considerazione:</p>
<ul>
<li><strong>Se neppure il presidente o il Board, riesce a “raccontare” la mission, il problema non è il <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">fundraising.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Il problema – ingombrante ed evidente, peraltro – è che non è chiara la ragione per cui l’organizzazione esiste e quindi perché qualcuno dovrebbe sostenerla.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ma se c’è un problema, c’è – o dovrebbe esserci – anche la sua soluzione.</strong> Ovvero una messa a fuoco delle ragioni fondanti che hanno portato alla nascita dell’organizzazione, orientata a risolvere un problema che, evidentemente, era rilevato nella comunità di riferimento.</p>
<p style="font-weight: 400;">E, se c’è la soluzione, lavorarci significa anche trovare le parole per esprimere il problema che l’organizzazione intende risolvere con la sua azione, i programmi e progetti che porta avanti.</p>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Senza neppure le parole per esprimere la mission, </strong></h5>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>i bisogni e le risposte offerte, </strong></h5>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>diventa impossibile trovare non solo fondi, ma anche ascolto.</strong></h5>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Se il Board, invece di concentrarsi sull’individuazione del problema e la </strong><strong>ricerca di una <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">soluzione, si affida alla speranza, le prospettive di fundraising sono perlomeno aleatorie.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Certamente lavorare sulla mission significa analizzarsi, mettersi in discussione, confrontare le diverse prospettive e le ragioni orgininarie che hanno portato alla nascita di una organizzazione; ma, senza questo lavoro – che è indubbiamente impegnativo, ma altrettanto ricco di spunti, prospettive di sviluppo, lati nascosti da tirare fuori – <em>“il futuro è un’ipotesi”</em> molto fumosa (perdonate la citazione cantautorale).</p>
<p style="font-weight: 400;">I donatori non sostengono qualcosa di cui non solo non è chiara la finalità ma, in questo caso, neppure la ragion d’essere.</p>
<p style="font-weight: 400;">E la domanda “qual è il cambiamento tangibile o più immateriale che la vostra azione genera nella comunità di riferimento” resta senza una risposta. E dunque senza un sostegno.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema è nell’organizzazione, non nei donatori che non donano più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Il solipsismo genera autoreferenzialità.</strong> Che, in qualunque settore, è una gabbia che <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">diventa sempre più stretta fino a che, ad un certo punto, non resta più spazio vitale.</span></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pensare che per gli altri, le altre organizzazioni, sia sempre tutto più facile, è un grande errore di valutazione </strong>e, permetteteci di dirlo, anche di superficialità. Dietro l’apparente facilità c’è sempre un gran lavoro di governo della complessità, di ricerca della chiarezza, di costruzione di ponti tra soggetti diversi intorno ad un obiettivo condiviso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">E quindi <strong>cosa fare? </strong>Ecco qui <strong>tre suggerimenti pratici</strong> per chi si trovi in una situazione del genere o che, magari, ci si avvicina:</p>
<ul>
<li><strong>Mettere a fuoco un problema dandogli il nome e il peso corretto significa fare già un grande primo passo per risolverlo. <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">Poi, però, vanno fatti anche gli altri, con azioni concrete nella direzione della risoluzione.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Avere una criticità così forte sul fundraising ,e aspettare anni pensando ad un “incattivimento” dei donatori, fino ad arrivare vicini al punto critico senza muovere nulla, significa non avere la lucidità necessaria per guardare avanti.</p>
<p style="font-weight: 400;">In questi casi uno sguardo professionale dall’esterno può innescare quel processo di analisi che consente di individuare la via d’uscita dall’impasse e ripartire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Affidarsi alla speranza, com’è evidente, non è molto … affidabile!</strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Stare fermi sperando che qualcosa cambi senza far nulla o, al contrario, facendo cose senza una strategia in mente, significa andare indietro mentre il resto del mondo va avanti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per “gli altri” non è facile: ci sono tantissime organizzazioni la cui mission non è così immediata ma che fanno un ottimo fundraising, crescono, ingaggiano donatori e pubblico intorno a cause meno popolari di altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è fortuna, ma impegno orientato in una direzione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco, individuare la direzione, “il mondo che vorremmo”, è un ottimo primo passo per mettere poi a fuoco, a ritroso, come arrivarci. In ogni caso presuppone una riflessione su chi siamo/chi vogliamo essere e perché.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci si può lavorare individuando un piccolo gruppo di lavoro interno, che comprenda naturalmente anche uno o più rappresentanti della governance, e cominciando da un brainstorming su “qual è il problema che vogliamo risolvere?”, che è poi anche la ragione prima per cui l’organizzazione è nata e si è data una certa mission. In alternativa rivolgersi ad un professionista esterno in grado di guidare l’organizzazione verso il futuro prossimo può essere una buona soluzione per avviare il processo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Last but not least: <strong>se il fundraising non funziona la causa non sono mai i donatori.</strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Occorre, invece, andarla a cercare a monte, laddove invece il fundraising è a valle, il punto di uscita della mission una volta che tutto il resto – i processi, la comunicazione, i progetti e programmi &#8211; è stato messo a punto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La variabile tempo non è secondaria, nel fundraising. Arrivare al punto di criticità, quello in cui le finanze scarseggiano e non si riesce più neppure ad investire in comunicazione né in fundraising, e si inizia a perdere lucidità, è pericoloso.</strong> Perché il fundraising è uno strumento strategico, funziona al suo meglio nel medio-lungo periodo e richiede una visione di cambiamento. E, com’è noto, il cambiamento non è una cosa che si realizzi in due giorni, soprattutto se, come solitamente accade alla mission delle organizzazioni nonprofit, è (giustamente) ambizioso.</p>
<p style="font-weight: 400;">Arrivare troppo vicino al punto critico rende complicato generare, grazie al fundraising, ritorni veloci, soprattutto se l’investimento – sugli strumenti, sulle professionalità – tendono allo zero.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il suggerimento è dunque quello di pensarci per tempo, se le donazioni diminuiscono costantemente. Non occorre rivoluzionare tutto ma, con metodo, impostare una strategia che corregga la rotta a partire dai punti di forza dell’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">E, per finire, un quarto suggerimento 🙂 <strong>Vuoi rimettere a fuoco la rotta della tua organizzazione? Scopri i <a href="https://www.engagedin.net/consulenza/">nostri servizi di consulenza</a>: parliamone e capiamo insieme come adattarli al meglio alla tua realtà.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div>
</div><p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/non-trovo-le-parole/">Non trovo le parole</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le trasformazioni (digitali e non): o sono strategiche o non sono</title>
		<link>https://www.engagedin.net/le-trasformazioni-digitali-e-non-o-sono-strategiche-o-non-sono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2024 17:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=18232</guid>

					<description><![CDATA[<p>Governance e trasformazione digitale: considerazioni e spunti alla luce dei dati che emergono dall'indagine Terzo Settore e Digitale 2024 realizzata da Italia Nonprofit [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/le-trasformazioni-digitali-e-non-o-sono-strategiche-o-non-sono/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/le-trasformazioni-digitali-e-non-o-sono-strategiche-o-non-sono/">Le trasformazioni (digitali e non): o sono strategiche o non sono</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p><em>È stato da poco pubblicato il nuovo report “Terzo Settore e Digitale”, frutto dell’indagine realizzata da <a href="http://www.italianonprofit.it" target="_blank" rel="noopener">Italia Nonprofit</a> in collaborazione con Teamystem sulle abitudini di utilizzo degli strumenti digitali da parte delle organizzazioni del Terzo Settore in Italia.</em><br />
<em>Come <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.engagedin.net" target="_blank" rel="noopener">ENGAGEDin</a></span> abbiamo aderito convintamente alla rete dei partner di progetto, convinti della necessità che approfondire il tema della digitalizzazione del Terzo Settore italiano vada ben oltre, per le sue implicazioni strategico-strutturali, il mero focus sugli strumenti. E dunque il taglio della ricerca ci interessava particolarmente proprio a partire da questa prospettiva sul tema.</em><br />
<em>Ci fa piacere dunque condividere alcune ragioni di metodo e, ancora più importante, di merito sull’ambito indagato.</em></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div  class="wpb_single_image wpb_content_element vc_align_left wpb_content_element">
		
		<figure class="wpb_wrapper vc_figure">
			<a href="https://italianonprofit.it/studi/terzo-settore-e-digitale/report?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1pnOfrrtGGtt9ECvCfZk_AGK52HjEIGmv_fJjYfEsIkRSrufx_ue9ndq0_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw&#038;utm_campaign=lancio-report-20240611&#038;utm_medium=sm-organic&#038;utm_source=fb" target="_blank" class="vc_single_image-wrapper   vc_box_border_grey"><img decoding="async" width="1497" height="1058" src="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2024/06/Share-Image-new-logo-1200-x-631-1-pdf.jpg" class="vc_single_image-img attachment-full" alt="" title="Share Image new logo - 1200 x 631" /></a>
		</figure>
	</div>
</div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p><strong>Ci siamo più volte trovati a rimarcare la necessità di disporre di dati e indagini realizzate con rigore</strong> e, ancora più spesso, a constatare anche con altri colleghi quanto pochi, in realtà, siano tali &#8220;<em>facts &amp; figures</em>” riferiti ai vari ambiti del Terzo Settore italiano.</p>
<p>Da professionisti, questo <em>deficit</em> è penalizzante in relazione alla conoscenza del contesto in cui ci si muove, al confronto internazionale, alla visione di sviluppo, e rimarca ulteriormente la tendenza solipsistica da cui il nostro Paese spesso è affetto.</p>
<p><strong>Avere una consapevolezza chiara delle macro-tendenze e dei comportamenti è cruciale per muoversi non solo dal punto di vista tattico ma, ancora più importante, da quello strategico.</strong> Non ripeteremo qui quello che abbiamo già detto in tanti più volte: se mai ce ne fosse stato bisogno, dalla pandemia in poi il ruolo di un Terzo Settore maturo, stabile, organicamente parte di processi di sviluppo, è emerso in tutta la sua importanza.</p>
<p>Indagini e ricerche che ne investighino le caratteristiche sono quindi fondamentali per la comprensione del contesto e dei trend.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra i dati emersi dal report – a proposito: <span style="color: #0000ff;"><span style="color: #000000;">lo potete scaricare</span> <a style="color: #0000ff;" href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fbit.ly%2FTerzoSettoreDigitale-Report%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1urZIjgkc07d2SqP8pYHERT9XLa2kUWaK0561mSeLdDsSOX079wTLCVoM_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw&amp;h=AT1tVCEG266fumEYpc-9TFzX69Xav9JRtuKsnZwvtokJOQj5O7hpu_XW1gwL0fKtgeLnOezqeOCwx7kSUiFNRw6GpyUA7Qboa8ICbPtNbe2dxX4ta5e6yVBukfDsMYnxgvUMvTPRh4uCCh_lXA8eRpc&amp;__tn__=-UK-R&amp;c&#091;0&#093;=AT0cHqVW_V7EIh5iwr2z5LdGyoh3smfWzzxzPCRjXcXCdPaLhZIrSrAbrVzOXW_inw8161GdTJB9pb0gn564q5sYlHjGjWcnBJz7oGh_hNOkFFi841T0wKXHo4rGcDJJv3uBCLd6wCt0akd8XtXDhqfzskK0zDIC16TZaiiQFa-IeFN0nkZK1A" target="_blank" rel="noopener">qui</a> </span>– ce ne sono alcuni che ci interessa menzionare:</p>
<ul>
<li><strong>il difetto di competenze digitali nell’ambito della raccolta fondi online e, quindi, lo scarso presidio di tutta l’area del digital fundraising</strong> (nonostante i proclami di effettiva rivoluzione che si levano periodicamente);</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>un approccio al digitale che solo per il 13% degli Enti rispondenti fa parte di una prospettiva strategica</strong> &#8211; il che induce a pensare che la tendenza, perlomeno tra i partecipanti all’indagine, sia quella di attivare strumenti di fundraising online slegati da una strategia integrata;</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>la percezione di altre sfide prioritarie rispetto alla digitalizzazione</strong> da parte del 36.6% dei rispondenti, quale ostacolo alla digitalizzazione della propria organizzazione unita, per il 25% degli stessi, alla necessità di un cambiamento nella cultura interna dell’ente.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte e tre le aree rispondono, a nostro parere, ad una questione che avevamo presentato anni fa – <a href="https://www.iraiser.com/it/2019/10/fundraising-digital-transformation-day/">era il 2019, un’altra era, ma evidentemente il tema si era già affacciato <em>in nuce</em> – nel corso dell’iRaiser Day dedicato alla trasformazione digitale</a>.</p>
<p><strong>Avevamo concentrato la nostra riflessione sul tema della governance nei processi di evoluzione delle organizzazioni verso la trasformazione digitale</strong> e, pur con i dovuti aggiornamenti dovuti all’evento <em>disruptive </em>del Covid-19 e a tutto quello che è venuto dopo, <strong>ci sono alcune considerazioni che le risposte all’indagine di Italia Nonprofit ripropongono.</strong></p>
<p>In primo luogo il <em>misunderstanding</em>, sovrapposizione o presunzione di equivalenza, tra il digital fundraising e il crowdfunding – o la landing page o un altro degli strumenti che rientrano in quest’area – secondo il criterio alternativo dell’ “o – o” invece che dell’integrazione (“e – e”). In altre parole: la confusione tra lo strumento, la combinazione di strumenti e il fine a cui gli stessi tendono, che dovrebbe essere parte di una strategia più ampia di cui il singolo tool è solo uno dei veicoli di raccolta.</p>
<p><strong>L’approccio strategico, quindi, come modalità di pensiero che investe l’ambito digitale come qualunque altro ambito: se c’è, le cose funzionano, diversamente non funzionerà il fundraising online come non avrà funzionato quello tradizionale.</strong></p>
<p>Un approccio corretto/strategico include la sfera delle competenze: le tecnicalità, intese come complesso di skills e abilità tecniche vere e proprie che sono ampie e comprendono strumenti e veicoli diversi.</p>
<p>Il digital fundraising non è, come scrivevamo più sopra, avere la landing page – o, come ci è accaduto a volte di vedere, il tasto di collegamento a PayPal; è anche la landing page, ma solo se intesa come punto di arrivo di un’esperienza con l’organizzazione che inizia più a monte e, in ogni caso, è uno degli strumenti, che funzionerà al suo meglio solo se e in quanto integrato con il resto della strategia.</p>
<p>Non significa, naturalmente, che per far digital fundraising occorra necessariamente partire con una molteplicità di strumenti – e questo vale in particolare per le piccole e medie organizzazioni. Significa che, <strong>per partire, occorre una visione strategica che, secondo una logica step-by-step, integri <em>anche</em> la dimensione digitale nell’approccio complessivo dell’organizzazione.</strong> Un work in progress come metodologia, in poche parole, sulla base di uno degli acronimi che più spesso proponiamo a lezione e in consulenza come metodo di lavoro: KISS, ovvero <em>keep it super simple</em>, così da maneggiare competenze e processi e, progressivamente, aggiungere complessità. In questo modo la digitalizzazione diventa realmente parte della cultura organizzativa e non come spesso accade, un elemento posticcio da aggiungere “perché si deve”.</p>
<p>Una delle domande che proponevamo nel 2019 partiva dalla necessità, per comprendere appieno il concetto di trasformazione digitale, di utilizzare una lente diversa per affrontare il tema, prendendo a prestito dal bellissimo libro “The Game”, di Alessandro Baricco (ed. Einaudi, 2018) <strong>la domanda chiave se, quando si parla di trasformazione digitale, il tema sia quello della rivoluzione digitale o, più correttamente a nostro parere, quello della rivoluzione mentale.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Centrare la riflessione su questo punto consente di integrare la complessità all’interno della cultura dell’organizzazione, a partire dalla governance che, com’è ovvio, è protagonista di questa evoluzione, ma con il contributo di stimolo dei livelli più operativi.</strong></p>
<p>È dall’ascolto che occorre partire per avviare – o portare avanti – la discussione sul tema della digitalizzazione per coglierne la portata e le opportunità. <strong>Quella che definivamo “una governance trasformata” governa l’approccio culturale, interiorizza il cambiamento e lo elabora secondo i paradigmi organizzativi senza snaturarli ma, al contrario, riprocessandoli perché siano funzionali allo sviluppo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: center;">In questo modo <strong>parlare di digitalizzazione diventa un processo, non un insieme di strumenti slegati e variamente casuali, che ha al centro, com’è giusto che sia, lo sviluppo della mission e il suo futuro.</strong></h6>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div>
</div><p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/le-trasformazioni-digitali-e-non-o-sono-strategiche-o-non-sono/">Le trasformazioni (digitali e non): o sono strategiche o non sono</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quando il Board è poco &#8220;ambizioso&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/18165/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2023 15:39:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=18165</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cosa accade quando è la governance ad essere poco “ambiziosa”?<br />
Ne parliamo in questo articolo che, come sempre, trae spunto dall’esperienza professionale quotidiana e offre qualche spunto concreto per superare l’impasse. [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/18165/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/18165/">Quando il Board è poco &#8220;ambizioso&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p style="font-weight: 400;"><em>In relazione al tema della crescita delle organizzazioni, quello di cui più spesso si parla tra gli “addetti ai lavori” ha ad oggetto i donatori e riguarda la propensione al dono, le motivazioni, le modalità con cui rispondono – o non rispondono – agli appelli di fundraising.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>A volte l’impressione è di una scarsa comprensione, da parte dei donatori, dell’importanza di sostenere attivamente certe cause, iniziative o progetti impegnandosi convintamente a supportarle (sviluppo = non solo fondi ma anche relazioni, competenze, comunità) e la riflessione riguarda il come chi si occupa di sviluppo possa rendere al meglio tale impegno cruciale. Naturalmente è una generalizzazione, ogni caso è a sé.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quello che ci accade di notare – non troppo spesso, per fortuna, ma accade – è una certa ritrosia a “puntare in alto” in termini di sviluppo da parte di chi dovrebbe governare tali dinamiche, ovvero i Board.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Cosa accade, quindi, quando non sono i donatori “il problema”, ma è la governance ad essere poco “ambiziosa”?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ne parliamo in questo articolo che, come sempre, trae spunto dall’esperienza professionale quotidiana e offre qualche spunto concreto per superare l’impasse.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Buona lettura!</em></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div  class="wpb_single_image wpb_content_element vc_align_left wpb_content_element">
		
		<figure class="wpb_wrapper vc_figure">
			<div class="vc_single_image-wrapper   vc_box_border_grey"><img decoding="async" width="2560" height="2560" src="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-scaled.jpg" class="vc_single_image-img attachment-full" alt="" title="katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash" srcset="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-scaled.jpg 2560w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-300x300.jpg 300w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-1024x1024.jpg 1024w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-150x150.jpg 150w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-768x768.jpg 768w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-1536x1536.jpg 1536w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2023/04/katrina-wright-yMg_SMqfoRU-unsplash-2048x2048.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></div>
		</figure>
	</div>
  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper"></div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p style="font-weight: 400;"><strong>Quando si parla di sviluppo</strong> – e utilizziamo volutamente questo termine “ombrello” che include, oltre al fundraising, anche tutte le strategie legate al posizionamento, il coinvolgimento, lo sviluppo territoriale e delle comunità – <strong>l’ambizione al cambiamento non è un “peccato”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A volte accade di leggere appelli di fundraising che, a fronte di dichiarazioni altisonanti legate alla causa e al cambiamento positivo che la stessa è in grado di generare, chiedono solo “piccole donazioni” per realizzarlo.</p>
<p style="font-weight: 400;">È il classico trade-off caratterizzato da una scarsa logica sequenziale: <strong>per cambiare occorre “pensare in grande” e attivarsi di conseguenza per fare in modo che accada. Non si possono fare grandi cose, in altre parole, se si fa il minimo indispensabile.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È per questo che gli appelli ai donatori dovrebbero essere “ambiziosi”, riflettere il modo in cui l’organizzazione vuole cambiare in meglio il mondo (ovvero la realtà di cui si occupa) e incoraggiarli ad essere parte di qualcosa di più grande dei singoli.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalla nostra prospettiva, spesso non sono i donatori ad essere poco ambiziosi o partecipativi, ma le organizzazioni – un po’ come quando si dice che i donatori italiani non sono pronti a sentir parlare di lasciti e, nella pratica, sono invece le organizzazioni ad avere timore di farlo (suggerimento pratico: toccate sempre con mano le situazioni prima di rifugiarvi nel “si dice che …”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Prendiamo, ad esempio, il caso di una organizzazione che ha obiettivi di sviluppo ambiziosi in termini di progetti da realizzare al servizio di una certa comunità territoriale, aspettative in termini di fundraising decisamente consistenti sia con riferimento ai grandi donatori che alle aziende, con un patrimonio relazionale della governance di tutto rispetto e un posizionamento – derivante in massima parte dalla reputazione dei Consiglieri – solido.</p>
<p style="font-weight: 400;">Immaginiamo che la stessa organizzazione, proprio per queste caratteristiche positive, si dia traguardi ambiziosi e sia consapevole che, alla luce della complessità che richiede il loro raggiungimento, occorra investire nella struttura organizzativa inserendo ulteriori unità di staff. Aggiungiamo anche che sempre la stessa organizzazione, ovvero la sua governance, sia consapevole che occorrano professionalità senior per strutturare prima e sviluppare poi tali obiettivi e che occorra partire dal vertice, ovvero dall’inserimento di un direttore che sia in grado di avviare il processo e, con un approccio step-by-step, possa consolidare e sviluppare la struttura interna di staff, la strategia e il programma operativo di fundraising e comunicazione, le necessarie relazioni con la comunità di riferimento in un’ottica peer-to-peer che consenta di rafforzare ulteriormente il posizionamento dell’organizzazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">La governance ha dunque un elevato grado di consapevolezza rispetto alla necessità di un “top manager”, ovvero di un direttore, per avviare il processo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Viene aperta una posizione che viene veicolata alla rete relazionale di prossimità, così da selezionare i possibili candidati a partire da una conoscenza personale e, con colloqui ad hoc, una verifica delle competenze professionali necessarie.</p>
<p style="font-weight: 400;">Identificato il candidato, viene proposto un contratto che incontra le esigenze di entrambe le parti ma, al momento della firma, emerge un problema: no, non è di natura economica, come ci si aspetterebbe, ma è legato alla qualifica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema, in altre parole, è il “titolo professionale” di Direttore che, a dire della governance, è eccessivo per l’organizzazione, nata solo da qualche anno e che teme di fare il passo più lungo della gamba nell’inserire una figura dirigenziale così definita. Il ragionamento, quindi, diventa: abbiamo bisogno di un direttore per realizzare quello che abbiamo in mente, abbiamo selezionato il professionista che incontra le nostre esigenze dal punto di vista delle competenze, dell’approccio al ruolo e anche economico. Però non ce la sentiamo di chiamarlo direttore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Supponiamo anche che emergano proposte alternative da parte della stessa governance: potremmo chiamarlo responsabile operativo, oppure responsabile fundraising oppure niente, l’importante è che <em><strong>lavori come se</strong> </em>fosse il direttore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema, adesso, è che questa persona, a cui è stato proposto di fare il direttore sulla base di obiettivi specifici definiti in fase di selezione, spiega che non sarà possibile raggiungere tali obiettivi – principalmente legati a partnership strategiche – senza potersi presentare con un ruolo che non è solo formale, ma anche sostanziale. Con una capacità negoziale, in altre parole, che derivi dal committment forte da parte del Board e da una posizione organizzativa di vertice riconoscibile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il Board, a questo punto, concorda, però sostiene che la comunità di riferimento non comprenderebbe l’assunzione di un direttore e che questo metterebbe in ombra i Consiglieri, che si vedrebbero in qualche modo indeboliti nel loro ruolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">La persona selezionata, a questo punto, fa marcia indietro e rifiuta l’assunzione, rinunciando all’incarico proposto e lasciando il Board nell’imbarazzo e al suo destino (quello del “noi sappiamo come ci si muove”, “abbiamo sempre fatto così”, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Lasciamo a chi legge immaginare se sia una storia vera o frutto di fantasia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Quello che a noi preme è trarre alcune considerazioni e offrire qualche spunto:</p>
<ul>
<li><strong>il ruolo del Board è diverso da quello del management. Il primo ha un ruolo politico-strategico e, per così dire, detta la linea; il secondo ha un ruolo legato, appunto, alla gestione</strong>. Con gradi diversi a seconda dell’organizzazione e dei rapporti di forza interni, ma, in nessun caso, un Board dovrebbe essere “messo in ombra” da parte del direttore o del Segretario Generale o di figure apicali. Quando accade è la spia di un problema di riconoscimento reciproco e di “struttura” della governance, in termini di interpretazione del ruolo e, come tutti i problemi, su può lavorare per risolverlo – <a href="https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila/">nel libro che abbiamo scritto su “governance e sviluppo” forniamo suggerimenti su come fare, in particolare (ma non solo) al capitolo 2;</a></li>
</ul>
<ul>
<li><strong>la “forma” che può assumere un Board in termini di modalità di lavoro è diversa a seconda dell’organizzazione, del momento storico che la stessa vive in relazione al suo sviluppo, dei consiglieri che lo compongono e del loro approccio.</strong> In alcune situazioni accade che il Direttore sia un “comandante in seconda”, soprattutto quando la governance inizia il mandato ed è magari composta da membri di prima nomina. Nell’evoluzione, tuttavia, i ruoli si riequilibrano, anche quando il Direttore affianca attivamente il Board. Anche in questo caso, quando ciò non accade occorre lavorare per comprenderne le cause e riequilibrare le relazioni tra gli organi;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>il Board è, nella stragrande maggioranza dei casi, composto da membri volontari. Ciò non significa che l’impegno sia minore né, soprattutto se si ha a cuore lo sviluppo dell’organizzazione, la professionalità sia un optional. Pretendere professionalità dallo staff è sacrosanto, ma lo stesso vale per il Board.</strong> Un Consiglio Direttivo che agisca come nel caso raccontato sopra depotenzia l’organizzazione determinando un corto circuito tra ambizioni dichiarate e orientamento sostanziale nel perseguirle. Vale a dire: punto in alto, ma con il minimo cambiamento di marcia possibile. Il risultato non potrà che essere commisurato allo sforzo, come sempre accade, quindi sarà un risultato di minima. La cui responsabilità, sempre riprendendo l’esempio, ricadrebbe poi sul direttore-che-non-si-può-chiamare-tale.</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Ciò che premia sempre è lavorare in maniera coerente: non occorre fare il passo più lungo della gamba e non è neanche consigliato pensarci. <strong>Quello che serve</strong>, però, <strong>è un approccio coerente tra dichiarazioni e aspettative, tra ambizioni di sviluppo dell’organizzazione e strutturazione interna, tra il perseguimento della <em>mission</em> e le modalità per farlo.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La governance</strong> – la sua strutturazione, l’assunzione del ruolo, l’individuazione delle persone adatte per il caso specifico (non in generale, quindi, perché non si tratta di dare giudizi sulle persone ma di valutare chi sia più adatto di altri in relazione alla situazione) – <strong>è tra gli assi cruciali dello sviluppo </strong>e non va sottovalutato l’impatto che ha sullo stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Pensarci prima, <strong>disegnare una governance coerente, vuol dire assicurare il futuro di una organizzazione e della sua <em>mission</em>.</strong></p>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div>
</div><p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/18165/">Quando il Board è poco &#8220;ambizioso&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Board visto &#8230; dal Board: intervista a Carlo Mazzola, presidente di Fondazione Mazzola</title>
		<link>https://www.engagedin.net/intervista-presidente-fondazione-mazzola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2022 09:32:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=18024</guid>

					<description><![CDATA[<p>Spunti emersi dal confronto con il dott. Carlo Mazzola, Presidente e co-fondatore dell’organizzazione Fondazione Mazzola. [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/intervista-presidente-fondazione-mazzola/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/intervista-presidente-fondazione-mazzola/">Il Board visto &#8230; dal Board: intervista a Carlo Mazzola, presidente di Fondazione Mazzola</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p><em>La prima volta che ho “incontrato” <a href="http://www.fondazionemazzola.it">Fondazione Mazzola</a> – virtualmente, per il tramite della conoscenza del Segretario Generale della Fondazione – ho pensato che parlasse un linguaggio che mi è molto caro. A partire dalla mission – “contribuire al benessere delle persone a rischio di marginalizzazione, allargando le opportunità disponibili per le persone in condizione di disabilità attraverso lo sport” – che include uno degli strumenti più potenti in grado di tirare fuori, letteralmente, le caratteristiche personali, come lo sport, di cui sono appassionata. E proseguendo con il modello adottato, la Teoria del Cambiamento come approccio “di sistema”, la chiarezza sul proprio posizionamento in termini valoriali e desiderati.</em><br />
<em>Guardando la Fondazione un po’ più da vicino emerge una realtà dinamica, flessibile, che abita il tempo e il contesto in cui si muove e che ha un’idea chiara del cambiamento e del modo in cui intende realizzarlo, a partire da una qualità fondamentale che dovrebbe caratterizzare chi fa filantropia e non solo: l’ascolto.</em></p>
<p><em>Con molto piacere, dunque, condivido gli spunti emersi dal confronto con il dott. Carlo Mazzola, Presidente e co-fondatore dell’organizzazione.</em><br />
<em>Buona lettura!</em></p>

		</div>
	</div>
  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
	<div  class="wpb_single_image wpb_content_element vc_align_left wpb_content_element">
		
		<figure class="wpb_wrapper vc_figure">
			<div class="vc_single_image-wrapper   vc_box_border_grey"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1152" src="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2022/04/Carlo-Mazzola.jpeg" class="vc_single_image-img attachment-full" alt="" title="Fotografia ufficio Norisk Srl Milano" srcset="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2022/04/Carlo-Mazzola.jpeg 768w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2022/04/Carlo-Mazzola-200x300.jpeg 200w, https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2022/04/Carlo-Mazzola-683x1024.jpeg 683w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></div>
		</figure>
	</div>
  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  </div></div></div></div></div></div><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-12"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">  <div class="custom-space py-3">

  </div>
  
	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
		<div class="wpb_wrapper">
			<p><strong>Il primo elemento che colpisce quando si apre il sito della Fondazione è la chiarezza. Senza giri di parole né dichiarazioni altisonanti, esprimete in maniera limpida la mission della Fondazione. E altrettanto chiara è la connessione tra la storia familiare e il perché della Fondazione.</strong><br />
<strong>Sono elementi che trovo preziosi dal punto di vista dell’elaborazione del pensiero strategico prima che del piano di azione.</strong><br />
<strong>Quali sono stati i passi, le decisioni, le idee su cui avete iniziato a lavorare?</strong></p>
<p><em>La Fondazione è, per noi, un punto di arrivo dopo diversi anni spesi a supporto del settore sociale sostenendo progetti e iniziative che incontravano il nostro interesse personale – intendo il mio e quello della mia famiglia. Sono stati anni di grandi esperienze molto diverse tra loro che ci hanno fatto capire cosa ci piace fare, cosa vorremmo fare, come ingaggiare – letteralmente – la famiglia rispetto ad un veicolo filantropico strutturato come una fondazione.</em><br />
<em><strong>Il percorso che ci ha portato fin qui parte da un dato personale</strong>: da una parte il legame con il passato – nel nostro caso la figura di mio zio*, tetraplegico e persona illuminata a cui ero molto legato e che ci ha passato l’idea della motivazione e dello sport come veicolo di sviluppo – che ci ha permesso di focalizzare l’area di interesse. Dall’altra abbiamo avuto bisogno di riflettere attentamente sul veicolo, su come fare, cioè, a strutturare un percorso con un orizzonte di lungo periodo e non basato su iniziative sporadiche: personalmente sono agnostico nei confronti dei veicoli, <strong>quello che ci interessava era mettere a sistema di tanti interventi molto destrutturati fatti negli anni</strong>, a titolo personale. Abbiamo quindi definito quello che chiamo un ragionamento di struttura: una fondazione, pur avendo dei costi e presupponendo un commitment e un orientamento molto forti, ti permette di essere credibile, di stare sul “mercato”, di orientare interventi strategici e non episodici.</em><br />
<em>L’idea della fondazione di famiglia ci è sembrata quella che meglio ricalcasse questo pensiero. Peraltro, io sono convinto che nella fondazione possano lavorarci non solo persone appartenenti alla cerchia familiare e che sia opportuno e, anzi, necessario avvalersi di competenze di terzi esterni per far circolare idee e prospettive diverse. All’interno della riflessione strategica sulla Fondazione stiamo cercando di creare questo mix: non escludiamo l’integrazione di qualcuno di esterno alla famiglia, con competenze specifiche e che possa portare una visione complementare, “esterna” e un contributo intellettuale che ci permetta di ampliare lo sguardo.</em></p>
<p><em>E, sempre <strong>in tema di governance e di imprinting, siamo anche convinti che il Board diventi efficace quando i Consiglieri, oltre ad avere un ruolo strategico, abbiano anche deleghe operative per poter crescere nel loro ruolo, oltre che per far crescere e consolidare la Fondazione</strong>. Ed è quello che stiamo cercando di portare avanti sia come Consiglio che con il Segretario Generale della Fondazione, con riunioni di Consiglio dalle 4 alle 8 volte all’anno, un’impostazione per cui le linee strategiche le individuano e portano avanti operativamente i Consiglieri.</em><br />
<em>Il Consiglio attuale è composto, oltre che da me, da mia moglie e dai nostri due figli. Abbiamo ritenuto che fosse giusto, seppure ad una età molto giovane come la loro che hanno circa 20 anni, che vedessero come funziona un Consiglio di Amministrazione e, in generale, l’economia del Terzo Settore, così da avere uno sguardo ampio oltre il mero settore degli investimenti.</em><br />
<em>Come Consiglieri siamo tutti, in modo diverso, operativi – <strong>per me, in particolare, è stata una scelta di vita in cui credo profondamente e a cui mi dedico con passione.</strong></em><br />
<em>Questo è il punto a cui siamo arrivati oggi.</em><br />
<em><strong>Non è stato un processo breve né indolore &#8211; perché non basta “fare” una fondazione per farla funzionare bene – e in passato abbiamo fatto scelte che non hanno preso la direzione immaginata ma, d’altro canto, fa parte della cultura della nostra fondazione considerare il fallimento come l’esito inatteso di un’attività, qualcosa da cui possiamo imparare</strong>. L’approccio che portiamo avanti ha raggiunto il livello di efficacia che desideravamo e, oltre a questo, abbiamo imparato a declinarlo a partire da qualcosa che ci appassionava, perché senza passione è difficile costruire qualcosa di stimolante.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il concetto del fallimento come scelte che sono andate da un’altra parte è molto interessante e, dal mio punto di vista, liberatorio. Quanto conta nell’approccio culturale della governance sapere di “potersi permettere” di fallire?</strong></p>
<p><em>Occorre capire che mandato hanno i consiglieri e quando e quanto possano permettersi di “fallire”, perché è questione molto delicata.</em><br />
<em><strong>La vera sfida del capitale filantropico, soprattutto per le piccole fondazioni come Fondazione Mazzola, a mio parere, è provare ad utilizzare la lente dell’innovazione per generare cambiamento</strong>; cercare, cioè, di raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati f utilizzando criteri “non standard” – non perché questi non vadano bene o contengano limiti intrinseci ma perché è probabile che siano già stati utilizzati da altri soggetti filantropici e, in questo caso, secondo noi è più efficace utilizzare il criterio erogativo finanziando qualcun altro.</em><br />
<em>Se vuoi arrivare a determinati risultati che realizzino la visione che porti avanti occorre “puntare” su questo approccio: <strong>il capitale filantropico &#8211; ed è uno dei punti che cerchiamo di passare alla generazione successiva – deve, o dovrebbe, permettersi di essere un po’ ambizioso sui risultati sapendo che potrà generare un ritorno sociale</strong>, in qualche caso anche pseudo finanziario. <strong>Se non è chiara la distinzione tra capitale filantropico e capitale finanziario diventa difficile definire obiettivi attesi</strong>. Ed è un concetto che dovrebbe permeare tutta la cultura dell’organizzazione. Personalmente sto lavorando proprio alla definizione di cosa è il capitale filantropico, partendo dal presupposto che il capitale di ciascuno individuo è costituito dal denaro che possiede e da chi è dal punto di vista personale (il capitale umano, i valori, gli orientamenti). <strong>Avere chiara l’intersezione tra questi due aspetti significa non schiacciare il concetto di cambiamento solo sul dato monetario e considerare non perfettamente sovrapponibili capitale finanziario e capitale filantropico, così da aprire l’orizzonte a riflessioni e sviluppi più ampi. Ed è proprio in questa intersezione che dovrebbero lavorare le istituzioni del c.d. civil sector per produrre cambiamento.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Essere in governance è sempre anche una questione di chiarezza ed equilibri. A maggior ragione quando la governance è espressione di una storia familiare.</strong><br />
<strong>Come vi siete divisi in ruoli e in che modo il principio dell’efficacia dell’azione ha guidato tali decisioni?</strong><br />
<strong>Quanto definire a monte un impegno ha “ingaggiato” gli altri Board members e quanto li ha, invece, lasciati perplessi?</strong></p>
<p><em>La fondazione nasce soprattutto da una mia spinta personale e la divisione dei ruoli è venuta in maniera piuttosto naturale, con un coinvolgimento attivo primario mio e di mia moglie e un ruolo meno operativo ma legato alla visione di sviluppo che riguarda i nostri figli, che attualmente vivono all’estero e che, causa Covid, negli ultimi 2 anni sono riusciti a seguire la fondazione solo a distanza.</em><br />
<em>Uno dei momenti di significato che ci ha regalato questa strutturazione è stato quando, durante un meeting di Consiglio in cui parlavamo di modalità di selezione di progetti da sostenere – e quindi si entrava molto nel dato numerico come valore chiave della sostenibilità, che tendeva a premiare certe categorie di progetti rispetto ad altre –uno dei nostri figli ci ha detto, letteralmente: “ricordiamoci che noi siamo una fondazione e una fondazione deve guardare veramente ai più deboli e a quelli che hanno bisogno, il rischio di schiacciare tutto il nostro operato solo sull’aspetto finanziario rischia di farci perdere l’anima sociale, per cui premiare solo quelle realtà in grado di produrre dati, outcome e output attesi, report, non realizza in maniera esclusiva un approccio filantropico che dovrebbe anche guardare ad altro”. E’ un concetto di cui mi ero un po’ dimenticato e lui me l’ha ricordato: il grande valore che possono apportare è la diversità – anagrafica e di contenuti – nell’azione della nostra fondazione, e questo è fondamentale perché è quello che realizza, nel nostro approccio, il concetto di “buona governance”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Trovo molto interessante la sistematizzazione dei principi che guidano l’azione della Fondazione nel “Manifesto della filantropia”. Ritengo sia una condivisione fondamentale per definire il proprio pubblico, dal punto di vista dell’identità valoriale e di vedute e, a mio parere, dovrebbe essere un passo dirimente per qualunque organizzazione, esprimere la propria visione del mondo e presentarla al mondo stesso.</strong><br />
<strong>Rispetto a questo tema, quanto ritiene che la filantropia italiana sia in cammino verso una consapevolezza diversa – spesso uso l’espressione “filantropia come lifestyle, invece che materia per grandi patrimoni” – rispetto alla storia filantropica del nostro Paese?</strong></p>
<p><em>Parlo a titolo personale: la definizione di fondazione come “bancomat finanziario-emozionale” si percepisce abbastanza, e credo sia il frutto del modo in cui storicamente ha “funzionato” il Terzo Settore nel nostro Paese.</em><br />
<em>C’è una fetta cospicua di enti filantropici che sono orientati alla mera erogazione, al finanziamento di progetti: naturalmente è un approccio che non ha nulla di sbagliato ed è il modo più veloce per supportare delle realtà – di solito le erogazioni, a meno di disastri, un po’ di sollievo lo apportano. <strong>Ci siamo però interrogati su come fosse possibile “fare del bene” meglio</strong>, perché è vero che il filantropo dovrebbe essere una persona che ama l’umanità ma, allo stesso tempo, penso che debba essere una persona che, oltre all’umanità, ama se stesso, e se tu stai interpretando male il ruolo filantropico che ti sei dato le conseguenze riguardano anche la sfera personale, l’impatto sulla tua vita di essere umano, e questo è il peggio che possa succedere.</em><br />
<em>Quando abbiamo dato vita alla fondazione abbiamo portato avanti l’onda lunga dei progetti che già sostenevamo (alcuni di questi esistono ancora e sono fuori dall’alveo della Fondazione); ci siamo però resi conto che non sono così efficienti, pur essendo tutti bei progetti, e ci è sembrato che – soprattutto se sei una fondazione piccola che vuole provare a crescere e ad interagire con dei partners e dei donatori &#8211; <strong>l’unico modo che realizzare l’approccio che intendevamo portare avanti fosse passare dal finanziamento dei progetti al “finanziamento dei cervelli”, analogamente a quanto accade nel mondo della finanza con gli incubatori e gli acceleratori.</strong></em><br />
<em>Non abbiamo fatto nulla di nuovo – è qualcosa che già “praticavo” durante il mio percorso professionale &#8211; ma ci è sembrato il modo migliore per lavorare: all’inizio ci hanno guardato in modo un po’ stranito perché le organizzazioni con cui interagivamo erano abituate a presentare progetti, ma hanno capito l’approccio che stiamo cercando di portare avanti.</em><br />
<em>L’obiettivo della nostra fondazione è individuare un buon numero di soggetti da “alimentare” intellettualmente ed economicamente all’interno di una relazione bidirezionale in grado di determinarne, oltre alla sostenibilità strutturale, anche la scalabilità, perché se non si portano le azioni ad una minima dimensione industriale non si riesce a generare un grande impatto.</em><br />
<em>E’, questa, una logica che ci piace molto. Ci abbiamo messo 2 anni per definire questo tipo di modello semplice, pragmatico e scalabile, sia dal punto di vista della fondazione che dei soggetti con cui vogliamo lavorare.</em><br />
<em><strong>Le persone, le cause sociali le aiuti in tanti modi, non ne esiste uno solo,</strong> e sono curioso di vedere cosa accadrà tra 3-4 anni dal punto di vista dei risultati prodotti dai progetti che stiamo sostenendo: non sempre sarà facile ma l’abbiamo messo in conto.</em><br />
<em><strong>Torniamo al discorso sulla capacità di ascolto, che è fondamentale: non mi sembra che sia così diffusa, anche da parte degli enti filantropici, ma personalmente ritengo sia il modo migliore per spendere le risorse che abbiamo</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un altro tema che ha suscitato il mi interesse è l’individuazione delle aree in cui la Fondazione opera, in particolare il mix di grantmaking e capacity building, pratica che lentamente sta entrando anche nell’azione di Fondazione a volte più “conservatrici” nel modello di intervento come quelle di origine bancaria. Come dire: erogazioni sì ma, in parallelo, anche un ruolo di sostegno alle competenze che generano sviluppo, autonomia crescente e visione strategica per le onp del terzo settore.</strong><br />
<strong>È un tema su cui credo che, nel nostro Paese, si debba e si possa fare di più, proprio per puntare sulla crescita e non solo sul sostegno puntuale a progetti o iniziative.</strong><br />
<strong>Quanto ha contato, per voi, la consapevolezza che occorre un approccio strategico – più complesso ma anche più efficace – per generare sviluppo e quanto le stesse onp hanno consapevolezza che occorra imparare per crescere e anche imparare a chiedere meglio?</strong></p>
<p><em>Non lo so, noi abbiamo iniziato a lavorare con la Fondazione da 3 anni, quindi un tempo breve, e io sono un ottimista nato. Da una parte ci sono quelle realtà che sono in quella che chiamo “l’area di soddisfazione”, che si chiedono perché dover cambiare un approccio che, in qualche modo, li sostiene. Poi ci sono quelli che con l’innovazione si sentono più a loro agio.</em><br />
<em><strong>Sono consapevole che non sia facile anche per le organizzazioni nonprofit comprendere e interiorizzare il cambiamento, e noi non vogliamo spiegare agli altri come devono lavorare: quello che ci interessa e su cui stiamo lavorando è impostare un dialogo.</strong> Se c’è chi lo apprezza lo affianchiamo, sennò – nel caso in cui ci convinca – siamo disponibili a finanziare anche in modo più tradizionale. E’ un po’ la mentalità che ha fatto propria <a href="https://www.ashoka.org/it-it">Ashoka</a> e che ha a che fare con il cambio di paradigma.</em><br />
<em>In generale sono convinto che condividere i punti di vista serva anche a definire chi sono i partner naturali con cui fare un pezzo di strada: con alcuni è così, per altri probabilmente non siamo gli interlocutori “giusti”.</em><br />
<em>Un problema che percepisco in particolare nel nostro Paese è la necessità del ricambio generazionale degli “organi apicali”: non c’è un giudizio su chi occupa lo stesso ruolo magari per 30 anni e sicuramente ha fatto delle cose meritevoli ma, per quel che riguarda Fondazione Mazzola, abbiamo un’idea differente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa suggerirebbe a chi, come lei, è all’interno della governance e si trova nella fase della definizione o ri-definizione della strategia di sviluppo? Qual è il punto o i punti su cui ritiene debba esserci un’attenzione particolare per evitare (o minimizzare) passi falsi?</strong></p>
<p><em>&#8211; <strong>Chiarirsi bene su quali sono i propri obiettivi</strong>. Io ho deciso di costituire la fondazione quando mi è stato chiaro in maniera inoppugnabile che uno dei macro obiettivi della mia vita era il supporto ai soggetti fragili. E’ stata la spinta iniziale, e da lì è partito tutto. Se non si mettono a fuoco gli obiettivi personali di rischia di confondere lo strumento con l’obiettivo;</em><br />
<em>&#8211; Fare qualche chiacchierata con esperti del settore per <strong>ampliare lo sguardo</strong> all’interno di un confronto aperto;</em><br />
<em>&#8211; <strong>Formarsi</strong>: partecipare a conferenze, leggere, ascoltare chi vive dinamiche simili perché aiuta a mettere a fuoco la propria “direzione” &#8211; se uno vuole aiutare gli altri lo può fare direttamente a prescindere dal veicolo fondazione. Peralto una fondazione “fatta male” o che “non nasce bene” fa molti più danni: costituire una fondazione significa avere l’idea di scalare il modo in cui si affronta un tema, sennò sono soldi buttati via che potrebbero essere usati per sostenere singole iniziative.</em><br />
<em>&#8211; <strong>Individuare la governance a partire dalle motivazioni e dal coinvolgimento personale che i possibili consiglieri potrebbero avere rispetto ad una organizzazione</strong>: non è una questione di favori e, se si decide di intraprendere una strada come quella che abbiamo intrapreso noi, occorre porsi tutta una serie di domande a monte … perché non basta fare una fondazione, e farla senza porsi queste domande rischia di non produrre effetti e di generare un freno per la reputazione dell’intero sistema filantropico.</em><br />
<em>In generale, e per concludere, vorrei aggiungere che <strong>non è facile fare sistema o lavorare trasversalmente ma occorre provarci.</strong></em><br />
<em><strong>Io sono disponibile e se il mio lavoro può servire a far crescere nuovi presidenti di fondazione o nuovi filantropi sono disponibile</strong>, anche se so che le persone a volte temono di affrontare certi discorsi. Personalmente credo che il coaching sia uno strumento potente per generare ispirazione e dinamiche diffuse, che generino uno scambio non solo monetario e che diano al denaro un valore che va oltre il mero dato finanziario.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6><em>*Piergiorgio Mazzola, tetraplegico C6-C7, tra i pionieri nella diffusione di una cultura dell’inclusività e nel contrasto alle barriere, fisiche e percettive, che potessero limitare l’autonomia delle persone in condizione di disabilità.</em></h6>
<p>&nbsp;</p>
<h6>Fondatore di Norisk, società di analisi finanziaria indipendente, Carlo Mazzola è stato consulente per investitori istituzionali e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo essersi laureato in economia politica presso l’Università Bocconi, ha conseguito un master in economia e finanza presso l’Università di Warwick. È autore del libro “Investire in ETF &#8211; La sfida ai fondi comuni e alle gestioni” (Franco Angeli, 2005), primo testo in lingua italiana sugli ETF. È Presidente di Fondazione Mazzola che promuove lo sport come strumento per la salute, il benessere e l’empowerment delle persone in condizione di disabilità attraverso iniziative che consentano l’accesso alla pratica sportiva o che utilizzino lo sport come strumento di inclusione economica, di sviluppo di competenze e di inserimento lavorativo (www.fondazionemazzola.it)</h6>

		</div>
	</div>
</div></div></div></div></div></div>
</div><p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/intervista-presidente-fondazione-mazzola/">Il Board visto &#8230; dal Board: intervista a Carlo Mazzola, presidente di Fondazione Mazzola</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Facciamo bilanci, non siamo bilanci</title>
		<link>https://www.engagedin.net/facciamo-bilanci-non-siamo-bilanci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2021 11:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=17712</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il nostro tempo, come individui, come organizzazioni e come società vive soprattutto di “anni”. L’inizio di uno parla sempre di possibilità, la fine di bilanci. Siamo naturalmente portati a farli, ma &#8211; a differenza dei bilanci &#8211; noi come persone fortunatamente non abbiamo necessità di cercare l’approvazione di tutti, ed è una libertà che dovremmo [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/facciamo-bilanci-non-siamo-bilanci/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/facciamo-bilanci-non-siamo-bilanci/">Facciamo bilanci, non siamo bilanci</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il nostro tempo, come individui, come organizzazioni e come società vive soprattutto di “anni”.</em><br />
<em>L’inizio di uno parla sempre di possibilità, la fine di bilanci.</em><br />
<em>Siamo naturalmente portati a farli, ma &#8211; a differenza dei bilanci &#8211; noi come persone fortunatamente non abbiamo necessità di cercare l’approvazione di tutti, ed è una libertà che dovremmo valorizzare sempre.</em><br />
<em>Quindi <strong>in questi giorni che collegano la parentesi di tempo che è stata a quella che sarà, ci viene naturale pensare non tanto a come si compensano le cose positive e negative passate, ma al bagaglio di esperienze e consapevolezze che è utile portare nel viaggio dei prossimi 12 mesi.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Dal nostro punto di osservazione professionale, ha sempre più senso parlare di sviluppo e filantropia, piuttosto che di fundraising per questo o quel progetto, o organizzazione.</h4>
<p><strong>Tempi complessi comportano sfide complesse e richiedono uno sguardo a tutto tondo, capacità di lettura, pazienza e pensiero laterale.</strong><br />
Qui ci occupiamo di governance, ed ecco quindi i concetti da mettere nella valigia dei board in partenza per l’anno in arrivo…</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>L’investimento nello sviluppo e, in particolare, nello strumento fundraising, non è (solo) un investimento economico ma, prima di tutto, di visione.</h4>
<p>Quando l’istituzione ci crede, a partire dalla governance, dal Direttore al management, il fundraising è riconosciuto come strumento strategico. “Strumento”, non scopo. “Strategico”, quindi non affrettato.<br />
È un processo di crescita culturale graduale, ma la convinzione a monte e la consapevolezza di cosa significa investire rendono possibile la sperimentazione, i test, le analisi, il coinvolgimento delle varie divisioni organizzative. E sperimentare significa anche darsi lo spazio per l’errore e per la ricerca di nuove strade.<br />
Da qui discendono l’investimento in competenze interne (non tutto e subito, ma un passo per volta, perché la crescita sia strutturale e consapevole) e l’investimento nelle relazioni sia all’interno che all’esterno.<br />
Le strategie e le campagne partono dall’ascolto, in primo luogo dei dipendenti e dei volontari: cogliere la loro la percezione del valore della propria organizzazione in rapporto al “mondo” consente di andare all’esterno con una consapevolezza diversa.<br />
E consente di curare le relazioni, non semplicemente “gestirle” (torna il tema della cura, ancora).<br />
È così che un presidente, o un direttore, non ha timore di promuovere appelli di raccolta fondi o di esporsi in prima persona sostenendo le call to action, ma neppure di delegare allo staff occasioni di esposizione, se funzionali allo scopo.<br />
Tutti dettagli e comportamenti che potrebbero sembrare semplici, ma tutto ciò che non è scontato non è mai semplice.<br />
Si investe in pensiero, non solo in denaro. E si raccolgono fiducia e solidità organizzativa, prima ancora che denaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Il tema dello sviluppo è un tema “da Consiglieri”, ma non si esaurisce nella “Sala Consiglio”.</h4>
<p>Se vogliamo far crescere la consapevolezza, dobbiamo creare <strong>le condizioni perché i board lavorino e si confrontino con la struttura organizzativa</strong>.<br />
Mai come quest’anno abbiamo lavorato a percorsi di formazione e coaching con i Consigli Direttivi di organizzazioni di settori, dimensioni, storia diverse.<br />
Adattando, ogni volta, il linguaggio, gli strumenti utilizzati e i tempi in relazione agli obiettivi.<br />
L’analisi è fondamentale, ma dev’essere orientata: tradotto in termini pratici, una volta analizzata la situazione, definiti i punti critici e quelli di forza, individuato un tono di voce dell’organizzazione e le peculiarità del Consiglio come organo, <strong>occorre uscire e diventare sostenibili…ovvero: fare fundraising.</strong><br />
Si può fare in molti modi, ma il risultato devono essere <strong>iniziative realizzabili non in teoria</strong>, e un’organizzazione che lavora “insieme”, in un patto di reciproca comprensione tra chi la governa e chi la gestisce quotidianamente. E che lavora in maniera “ordinata” (il più possibile, perché la perfezione non esiste e non è nemmeno desiderabile).<br />
Un passo per volta, con convinzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>La cultura organizzativa è fatta di tanti aspetti.</h4>
<p>Di un sentire comune, di un linguaggio condiviso, di un orientamento che porta tutti nella stessa direzione, del rispetto profondo di ruoli e competenze.<br />
Perché le cose funzionino occorre conoscersi, confrontarsi e soprattutto ascoltarsi.<br />
Il nostro approccio ci porta a <strong>lavorare con gruppi allargati “misti”</strong>: consiglieri, fundraiser e comunicatori, responsabili dei progetti, dell’amministrazione e dell’IT, operatori dei servizi.<br />
Tutti insieme a mettere a fuoco o “costruire” la visione dell’organizzazione, ma traducendola subito dopo in piani operativi.<br />
<strong>I piani non si calano dall’alto, né si definiscono solo dal basso</strong>. È dall’incontro tra le due dimensioni che esce quella che potremmo chiamare “una visione strategica realistica”.<br />
Lavorare con gruppi misti ed eterogenei insegna molto.<br />
Prima di tutto a noi, che dobbiamo trovare un linguaggio e proporre contenuti interessanti e coinvolgenti utilizzando schemi fuori dalla comfort zone di chi parla solo ai “propri simili”; ma anche ai partecipanti che, spesso per la prima volta, si trovano a confrontarsi con un tema – lo sviluppo – che non è detto rientri nel proprio orizzonte professionale diretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Il cambiamento richiede tempo, perseveranza, convinzione e convincimento.</h4>
<p>È sempre possibile, ma solo a condizione che lo si voglia nei fatti, non solo a parole.<br />
In questo 2021 di organizzazioni che hanno lavorato sul cambiamento ne abbiamo incontrate molte, seppure la dimensione di “incontro” sia stata ancora più virtuale che fisica. Ciò non ha tolto energia né a noi né alle organizzazioni che ci hanno chiesto di supportarle in questo viaggio verso il loro futuro, un futuro diverso.<br />
La costante &#8211; crediamo una delle esternalità positive di questi quasi 24 mesi tragicamente eccezionali &#8211; è stata un atteggiamento di apertura al nuovo, di resilienza, di comprensione che <strong>si cambia (in meglio) cambiando, non dicendo di farlo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Infine, un ultimo pensiero dedicato alla leadership.</h4>
<p>Intesa come modo di esercitare un ruolo di guida, è parte integrante del lavoro che facciamo con i Board, ma quest’anno è stato ancora più utile approfondire – nella pratica quotidiana – alcuni concetti che negli anni hanno caratterizzato il modo in cui guardiamo a quello che ci circonda – nella sfera personale e professionale.<br />
Concetti come <strong>la gentilezza</strong> (che è ben più dell’educazione formale),<strong> l’ascolto</strong>, <strong>l’apertura all’altro</strong> e al pensiero divergente,<strong> l’integrazione</strong> (da intendersi come capacità di considerare possibili approcci non naturalmente propri o immediati), <strong>la complessità</strong> anche quando è difficile da capire, dovrebbero caratterizzare il dibattito sul tema della leadership – Terzo Settore o for-profit poco rileva.<br />
Ne riparleremo presto ma, giusto come <em>pro memoria</em>, sono concetti con cui tutti dovremo confrontarci con meno superficialità, se vorremo realmente dare corpo al mondo inclusivo e più giusto che ci spinge ad essere quel che siamo.</p>
<p>Con il solito sacco di aspettative e buoni propositi… <strong>auguri di cuore, per feste serene di quiete e pensiero e un anno ancora una volta fertile di idee.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/facciamo-bilanci-non-siamo-bilanci/">Facciamo bilanci, non siamo bilanci</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Presidente &#8220;tuttofare&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2021 15:54:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=17544</guid>

					<description><![CDATA[<p>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit. Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi. [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/">Il Presidente &#8220;tuttofare&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit.</em><br />
<em>Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi.</em><br />
<em>Apparentemente può non sembrare un fattore critico; nei fatti, invece, finisce per condizionare negativamente la fluidità dell’azione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’approccio corretto alle dinamiche organizzative – come a quasi tutti gli aspetti della vita – dovrebbe, nel mondo ideale, mettere in pratica il principio “<em>in medio stat virtus</em>”, tanto saggio da attraversare i secoli dal medioevo a oggi, ma altrettanto difficile da realizzare.</strong><br />
E, visto che tra gli estremi dell’assenza del Board e della “ultrapresenza” esiste una via di mezzo sana e salutare per tutti, mi sembra opportuno condividere qualche riflessione unitamente a qualche suggerimento su come orientarsi quando si verificano certe situazioni.</p>
<p><strong>Il caso tipico è quello di una persona che assume su di sé l’intero onere di far andare avanti l’organizzazione in tutti i suoi aspetti – latamente strategici, di solito operativi fin nel più piccolo dettaglio.</strong><br />
La maggior parte delle volte a seguire questo schema di comportamento è il Presidente dell’organizzazione, con alcune eccezioni: nei <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">percorsi sviluppati con i Board</a> abbiamo incontrato presidenti e vice-presidenti molto (troppo?) attivi e anche Consiglieri particolarmente coinvolti nella vita organizzativa.<br />
Sottolineiamo i termini: nella vita organizzativa, non nella mission. Perché <strong>il coinvolgimento nella missione è auspicabile e desiderato, anzi richiesto; quello nella vita organizzativa, quando oltrepassa i confini tra ruoli e funzioni, spesso inficia l’attività quotidiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Tra i principi di funzionamento delle organizzazioni c’è il ruolo (o funzione, o come lo si voglia denominare), che implica che ciascun componente – staff, Consiglio Direttivo, idealmente anche i volontari – sappia di cosa deve occuparsi, conosca i confini della propria azione e la flessibilità degli stessi, abbia cognizione dei flussi e della relazione con il resto dell’organizzazione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Per fare un esempio: il fundraiser che, alla luce della necessità di verificare l’andamento delle donazioni, pretenda di definire la struttura dei flussi contabili complessivi dell’organizzazione e i meccanismi di registrazione delle entrate e delle uscite in generale, sicuramente eccede il proprio ruolo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando questo riguarda il Presidente – prendiamo in esame questo ruolo in quanto rappresentativo della maggioranza dei casi di questo tipo – le ripercussioni sull’organizzazione sono, con tutta evidenza, più pesanti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I compiti dell’organo di governance (<a href="https://www.engagedin.net/ma-il-board-deve-davvero-occuparsi-del-fundraising-per-cominciare-a-parlarne/">qu</a>i trovate qualche spunto, e altri più dettagliati sono nel nostro “<a href="https://www.engagedin.net/libro-board-in-prima-fila/">Board in prima fila</a>”) sono definiti in primis dal punto di vista giuridico, nello Statuto; e andrebbero definiti anche nel disegno del Board con riferimento allo sviluppo dell’organizzazione.<br />
All’interno della cornice, naturalmente, l’interpretazione del ruolo è lasciata all’orientamento individuale e del “consesso Consiglio Direttivo”, così che ciascun membro possa attivamente contribuire allo sviluppo della mission e dell’organizzazione stessa.</p>
<p>A volte, dicevamo, il Presidente assume un ruolo di preminenza – non in via di principio, ma nei fatti, nell’operato.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Un esempio concreto: il presidente (sempre a titolo esemplificativo) ritiene che per aumentare la notorietà dell’organizzazione si debbano organizzare una serie di eventi divulgativi che aiutino a raccontarla, definisce il format degli appuntamenti e seleziona gli ospiti diversificando il più possibile la provenienza così da coprire più ambiti, individua un calendario che condivide con gli ospiti. Senza che di tutto ciò alcuno, all’interno dell’organizzazione, ne sia informato. Poi, 15 giorni prima dell’avvio del ciclo di eventi, invia una mail al fundraiser condividendo l’idea, il calendario degli eventi e gli ospiti e chiedendo di elaborare un piano di comunicazione e promozione degli stessi nonché l’attività di raccolta fondi da organizzare al riguardo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>O ancora: il presidente non è soddisfatto della “narrazione” dell’organizzazione sul sito e sui social e chiede a chi si occupa di comunicazione di togliere il materiale esistente e al fundraiser di non utilizzare più quelle call to action e quel tipo di appelli, impegnandosi a rivedere in prima persona i testi e gli appelli in modo più coerente con la propria visione dell’organizzazione e assumendo su di sé l’onere dell’area comunicazione e fundraising. Dopo 3 mesi e mezzo una intera sezione del sito è totalmente vuota e, dalla stessa data, nessuna attività di engagement e fundraising è stata fatta tramite i canali digital per mancanza di una linea condivisa- meglio: di una linea tout court &#8211; tra il presidente e lo staff.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Apparentemente l’idea di partenza – in entrambi i casi – è ottima</strong>: io, in quanto vertice dell’organizzazione do personalmente un impulso all’attività della stessa allargando lo sguardo, nel primo caso; desidero che la mission venga comunicata diversamente e meglio e che gli appelli di fundraising siano coerenti con tale comunicazione, nel secondo.<br />
Agisco, propongo e dispongo, vado avanti in prima persona e lavorando con alacrità, poi solo dopo mi ricordo/mi rendo conto che non posso fare tutto da solo/a e, allora, affido dei compiti a chi dovrebbe occuparsene in base al ruolo ma che, non avendo preso parte alla riflessione, è in difficoltà nel comprendere come adattare un programma di lavoro a qualcosa di non organico oppure lascio in standby una parte di attività perché, tra le mille cose che ho da fare, anche questa non riesco a seguirla anche se vorrei…e quindi resta un pensiero incompiuto (con tutte le conseguenze del caso per l’organizzazione).</p>
<p>E quando il fundraiser – o chi si occupa di comunicazione o figure di staff analoghe &#8211; fa presente che non ha idea di quale sia il filo conduttore di eventi già progettati e che, pur con un approccio proattivo e collaborativo, comunicare e fare appelli in questo modo è difficoltoso, in un caso, oppure (sempre il fundraiser o chi per lui/lei) continua a scrivere lamentando una flessione nelle entrate da raccolta fondi sui canali digitali/social, il presidente “legge” vede una carenza di disponibilità e competenze, pensa che ci siano sempre meno persone in grado di lavorare professionalmente e spendersi adeguatamente per una causa, pensando in modo strategico e andando oltre il proprio pezzetto di lavoro. Il presidente vorrebbe tutti un po’ tuttologi e velocissimi, come sé stesso, o sé stessa, in grado di cogliere al volo tutte le opportunità e sviluppare tutte le idee perché qualcosa di buono comunque arriverà.</p>
<p>Sicuramente persone “che vedono solo il proprio pezzetto di lavoro” esistono. E, tuttavia, modalità di azione come quelle sopra descritte sono quelle che, tipicamente, generano confusione e conflitto, situazioni in cui chiunque non è a proprio agio o non riesce a orientare in modo efficace il proprio lavoro quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Come fare</strong>, quindi?</h4>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per fundraiser</em>:</h4>
</li>
</ul>
<p>L&#8217;ottimo è nemico del buono. Provate a trovare una o più parole chiave dopo aver chiesto al presidente perché ha pensato proprio a quelle persone da invitare e, su quelle, costruite una narrazione “di visione”, ampia, che tenga conto dell’ispirazione che ha mosso il presidente e la declini sulla interpretazione della mission in maniera ampia.</p>
<p>Poi, però, chiedete (con tatto e con il sorriso) al presidente di non farlo più… perlomeno senza avervi avvisati! È un approccio costruttivo che mette a fuoco un metodo di azione non corretto, ma lo “reinterpreta” in maniera, appunto, costruttiva, che consente di non perdere un’opportunità.</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per presidenti (o analoghi)</em></h4>
</li>
</ul>
<p>Essere proattivi, avere iniziativa, è un’ottima cosa. Ma se esiste un Consiglio Direttivo che è un organo collegiale, e un piano di lavoro che serve allo staff per sviluppare iniziative e azioni, forse occorre inserire le idee rendendolo coerenti con il tutto. Per evitare conflitti e fibrillazioni e, soprattutto, per fare delle idee innovative un driver effettivo di progresso dell’organizzazione. Quindi: benissimo l’iniziativa individuale, ma, in generale, meglio fare un check dei piani di lavoro già definiti e concordare azioni nuove e innovative con lo staff, così da massimizzarne l’impatto e l’efficacia senza creare attriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Maneggiare” le organizzazioni è materia complessa.</strong><br />
<strong>Essere in governance ed esercitare il proprio mandato richiede lungimiranza e mediazione tra l’entusiasmo e la necessità di essere concreti e ragionare/agire per step successivi.</strong><br />
<strong>L’approccio del “one man/woman company” è estremamente pericoloso</strong>: non solo perché genera confusione e moltiplica i processi, inclusi quelli non necessari, ma, soprattutto, perché nel lungo periodo genera disinteresse e deresponsabilizzazione in chi, nei fatti, si sente esautorato del proprio ruolo. Senza che, però, ci sia un reale rimpiazzo – no, <strong>per quanto in gamba, una sola persona non può sostituirsi ad un Consiglio intero o allo staff.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per cui <strong>spazio alle idee e alle novità, ma sempre tenendo presente che un’organizzazione è un organismo complesso fatto di “sistemi viventi” che devono remare tutti (possibilmente) nella stessa direzione.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/">Il Presidente &#8220;tuttofare&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Board e il fundraising, comunque lo si chiami</title>
		<link>https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/</link>
					<comments>https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 14:26:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=17521</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di Board coaching con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne. &#160; [per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/">Il Board e il fundraising, comunque lo si chiami</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">Board coaching</a> con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un <strong>Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, pratica e sviluppo del fundraising, come strumento di sostenibilità, per quelle organizzazioni il cui Board necessiti di un lavoro ad hoc dal punto di vista delle competenze, del committment, del “disegno” di un modo differente di declinare il tema dello sviluppo dell’organizzazione</strong>.</em><br />
<em>È un lavoro molto interessante perché – ma questo accade sempre quando ci si occupa di fundraising – non ha soluzioni o modelli pre-individuabili a monte, va costruito e sviluppato in relazione alla situazione contingente e trova sempre modalità originali di sviluppo]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’organizzazione ha una storia molto bella, nasce da una motivazione forte, ha una reputazione consolidata, un buon numero di volontari. E <strong>un fundraising che fa fatica a crescere: pur con una buona strutturazione, la questione dello sviluppo, in termini di numero donatori e fondi raccolti, è un tema su cui sono concentrati gli sforzi da un po’ di tempo.</strong></p>
<p>La mia collaborazione, dunque, si sviluppa su due assi:<br />
1) <strong>la strategia di fundraising</strong> – l’analisi, la revisione e l’upgrade delle campagne, lo sviluppo del database, la comunicazione e tutto quello che riguarda il fundraising dal punto di vista anche tecnico;<br />
2) <strong>il lavoro diretto e pratico con il Board</strong>, perché possa essere il reale punto di snodo verso una strategia di sostenibilità più efficace per l’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Dopo aver “inquadrato” la situazione dal punto di vista dei “numeri” e dell’organizzazione, <strong>il passaggio al fundraising ha visto un certo timore da parte dei Consiglieri.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Pur convinti – tutti! Il che è già un ottimo punto di partenza – che il fundraising sia necessario, hanno manifestato una certa ritrosia nel chiedere, </strong><strong>il timore (solito…) di creare imbarazzi tra amici e conoscenti, qualche perplessità sul riuscire a chiedere.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Il punto è stato esattamente questo: “il fundraising è fondamentale, ma io non riuscirei mai a farlo perché non so chiedere nulla, neppure per questa organizzazione alla quale tengo moltissimo”.</p>
<h4 style="text-align: center;">Le persone di cui parlo sono realmente volontari dell’organizzazione: non solo compongono il Consiglio ma, da sempre, prestano attività di volontariato professionale in maniera continuativa per far progredire i progetti. Sono realmente coinvolte e attive rispetto alla causa. Ci sono per lo staff.<br />
Ma non se la sentono… di fare fundraising.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[faccio un inciso: negli ultimi 2 mesi, immagino per puro caso, mi è accaduta già 3 volte la stessa tipologia di situazione. Evidentemente il tema si pone, i Board se lo pongono e sono interessati a cercare le modalità per superare la stasi. E questo, a mio avviso, è un aspetto fondamentale, davvero un passo diverso]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come facciamo sempre durante le consulenze, ho cominciato a “stringere” sul tema per capire dove poter incuneare una leva da utilizzare per generare quel cambio di passo che è l’obiettivo del percorso di lavoro.</strong><br />
Ad un certo punto, durante questo scambio di domande che stavo guidano, un consigliere – riferendosi al presidente &#8211; ha detto che aveva fatto un atto di “pirateria” (ha usato letteralmente questo termine) perché, a fronte della necessità di sostituire uno strumento essenziale che si era rotto e che avrebbe dovuto essere oggetto di una campagna di fundraising a settembre, il Presidente ci ha pensato, ripensato, preoccupato che il macchinario rotto determinasse l’impossibilità di erogare certe prestazioni e alla fine, una mattina di qualche giorno fa, ha alzato la cornetta per chiamare uno dei suoi contatti corporate …e gli ha chiesto 50mila euro. Così, senza colpo ferire. E li ha ottenuti quasi tutti.</p>
<p>Io l’ho guardato, ho guardato il Consigliere che ha riferito l’episodio, e non potevo crederci. Non tanto per la cifra – ero certamente contentissima per il caso fortunato che ha voluto che l’incontro tra un bisogno e un desiderio fosse esattamente quello giusto in quel momento – quanto perché l’approccio contraddiceva nei fatti quello che lo stesso presidente stava dicendo fino ad un minuto prima.<br />
Gliel’ho fatto notare e <strong>gli ho chiesto come l’avrebbe chiamata, una cosa del genere, se non fundraising</strong>. E lui mi ha detto che sì, era come un atto di pirateria perché è entrato a gamba tesa con il suo contatto e, senza girarci neppure intorno, gli ha detto che il macchinario si era rotto, non riuscivano ad erogare prestazioni e che, per comprarne uno nuovo, ci sarebbero voluti alcuni mesi e nel frattempo le persone non avrebbero potuto fare quel tipo di esami e che, insomma, non era una bella situazione perché significava bloccare l’attività della struttura sanitaria. E la persona in questione gli aveva risposto che no, questo non doveva succedere e che ci avrebbe pensato lui, vista l’emergenza.</p>
<p>Mentre cercavo di mettere insieme gli elementi per far notare, nella maniera più piana e convincente possibile, che il fundraising era esattamente quella cosa lì, un altro consigliere – anche lui fino a poco prima mi stava dicendo che non avrebbe avuto problemi a scrivere o contattare amici e conoscenti, ex colleghi e chiunque altro fosse stato potenzialmente utile, ma senza neppure nominare l’espressione “ti chiedo di …” – mi ha detto che anche a lui era accaduta una cosa simile, ma che non l’aveva chiamata pirateria bensì “Provvidenza”.<br />
Durante una serata con amici di famiglia aveva raccontato di un progetto che stava seguendo in prima persona per l’organizzazione e che avrebbe voluto svilupparlo coinvolgendo un numero maggiore di destinatari e che sperava di riuscire ad avere i fondi per farlo. Ascoltando, poi, uno dei presenti che parlava di budget aziendali e di risparmi dovuti ad una gestione efficiente degli stessi, gli aveva detto – testualmente – “ma visto che questi soldi li avete comunque in cassa perché non fate una cosa per qualcun altro e li donate per questo progetto?” e quello gli aveva detto che non ci aveva mai pensato e che sì, ne avrebbe parlato in azienda perché era una buona idea. E qualche giorno dopo aveva chiesto un incontro per approfondire il tutto e, nell’arco di pochissimi giorni, erano arrivati quei soldi.</p>
<p><strong>La Provvidenza, dunque. O la pirateria.</strong></p>
<h4 style="text-align: center;">Comunque la si chiami, è qualcosa con cui queste persone si sentono più a loro agio che con il termine “fundraising”.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci ho ragionato un bel po’, su questo aspetto. Come scrivevo più sopra, <strong>mi accade piuttosto di frequente di trovarmi di fronte a questo tipo di approccio e di dover trovare la chiave per poterlo trasformare in qualcosa di concreto e strutturato – che nella mia testa e nel mio lessico si chiama fundraising ma, evidentemente, può anche assumere nomi differenti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su questo punto, quindi, mi sento di elencare due aspetti/suggerimenti:</p>
<p>&#8211; <strong>demistificare il termine fundraising a volte può essere la chiave di interpretazione per cambiare la percezione e, di conseguenza, l’approccio concreto</strong> (perché non tutti i consiglieri, ne sono consapevole, sono “pirati” o beneficiati dalla “provvidenza”).  a<br />
Tutte le volte in cui ho adottato questo approccio, nei casi in cui mi sembrava necessario, si è poi rivelato quello giusto. Certo, <strong>ho dovuto imparare ad essere flessibile in quanto a termini e proprietà lessicali, ma è stato – ed è – sempre un esercizio utile anche per me. Perché imparare a guardare le cose da punti di vista diversi è quello che insegna ad includere (oltre ad essere enormemente stimolante)</strong>;</p>
<p>&#8211; <strong>approfondire, non accontentarsi della prima risposta o perplessità o dubbio, è la strada per comprendere quali siano la reale situazione dell’organizzazione in quel momento e, soprattutto, le potenzialità.</strong><br />
La capacità di analisi, la lettura non solo dei dati ma anche del contesto, l’ascolto attivo e l’individuazione delle domande giuste sono, a mio avviso, tra gli strumenti fondamentali del fundraiser – in questo caso declinati su un percorso di sviluppo del Board ma, in generale, validi nella relazione con i donatori e con chiunque sia coinvolto dal tema dello sviluppo.<br />
Non essermi fermata alla prima domanda/risposta – “abbiamo timore a chiedere” – ha fatto sì che, in un clima informale e di confronto aperto, senza giudizio né remore nel condividere dubbi e perplessità (e questa “apertura” occorre generarla, perché a volte non arriva affatto da sé), emergessero le risposte “vere”.</p>
<h4></h4>
<h4></h4>
<h4>In questo anno e qualche mese in cui tutti abbiamo dovuto confrontarci con l’impensabile, la mia impressione è che uno degli insegnamenti sia proprio quello dell’apertura verso l’altro, anche quando quello che si mostra è vulnerabilità.</h4>
<h4>Perché è da lì che si costruisce, laddove invece la perfezione (o, per usare un termine che non mi piace: la performance) non necessità di curiosità e approfondimenti.</h4>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/">Il Board e il fundraising, comunque lo si chiami</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.engagedin.net/il-board-e-il-fundraising-comunque-lo-si-chiami/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Pensieri per un buon anno</title>
		<link>https://www.engagedin.net/pensieri-per-un-buon-anno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2021 12:05:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=17245</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le icone nella parte bassa dello schermo: è ancora tutto aperto, tutto quello che, nel 2020, è stato il mio, il nostro mondo lavorativo e non. Dallo schermo del computer verso il resto del mondo. È sempre stato un momento cruciale quello in cui, a fine anno o prima di una lunga vacanza, si chiude [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/pensieri-per-un-buon-anno/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/pensieri-per-un-buon-anno/">Pensieri per un buon anno</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le icone nella parte bassa dello schermo: è ancora tutto aperto, tutto quello che, nel 2020, è stato il mio, il nostro mondo lavorativo e non. Dallo schermo del computer verso il resto del mondo.</em><br />
<em>È sempre stato un momento cruciale quello in cui, a fine anno o prima di una lunga vacanza, si chiude tutto con la consapevolezza che per qualche giorno cambieranno ritmi, si starà offline, il filtro non sarà lo schermo – non quello del computer, perlomeno (forse, in realtà, perché poi da un lavoro che si ama e che è in continuità con il resto della vita non è che ci si separi così, con una sorta di cesura netta…per fortuna).</em></p>
<p><strong>Il 2020 è stato diverso, per tutti i motivi che conosciamo. <em>Se penso che un anno fa, a quest’ora, se mi avessero detto quello che sarebbe accaduto avrei reagito pensando si trattasse di un film catastrofico made in USA…beh, dà la misura dell’entità di questi mesi.</em></strong><br />
Da tempo ho smesso di fare bilanci di fine o inizio anno, perché non mi piace l’idea del “saldo” che implicano. O meglio, lo faccio solo su quello che è riducibile a grandezze certe; sul resto preferisco l’idea dei puntini che si connettono, ma a volte anche no e va bene lo stesso perché la vita è molto più complessa di come riusciamo a immaginarcela.<br />
<strong>Su questo blog scriviamo di governance e fundraising, di organizzazioni nonprofit, di consiglieri e fundraiser.</strong><br />
<strong>Quello che fa da sfondo a tutto questo è la visione delle organizzazioni come un puzzle che, per poter formare un’immagine, ha bisogno che tutte le tesserine vadano al posto giusto</strong>. La metafora (assolutamente poco originale) rende evidente quello che è il punto di osservazione da cui partiamo nel nostro lavoro, ovvero una<strong> visione a tutto tondo</strong>. Anzi, mi piace spesso definirla olistica perché ha dentro l’aspetto strategico del fundraising, quello creativo, quello dell’analisi organizzativa e non solo, quello legato alla tecnica e ai report/tabelle/KPIs e simili, quello legato alle persone dentro e fuori dall’organizzazione e molto altro ancora.</p>
<p><strong>Nell’anno appena chiuso, ancora più che in precedenza, la visione a 360 gradi è stata quella che ci ha permesso di navigare un po’ più a vista, ma, in ogni caso, tenendo la barra dritta (più o meno, come tutti). E siamo certi che sarà la bussola anche per il futuro.</strong></p>
<p>E allora anche noi vogliamo raccontarvi <strong>le nostre parole del 2020</strong>, quelle che ci hanno accompagnato e che si aggiungono a tutte quelle degli anni precedenti…perché i puntini, secondo noi, vanno connessi, o anche no, ma va trovato un filo che leghi il tutto per narrare il senso di un “fare” che è prima di tutto “essere”.</p>
<h4>&#8211; Visione olistica</h4>
<p>Cominciamo da qui, appunto. Non vorrei ripetermi, ma <strong>non riesco a non pensare che chi, in questi tempi complessi </strong>– e intendo virus o non virus –<strong> riesce ad andare avanti, ad essere progettuale nonostante i cambi di paradigma</strong> e il terreno che sembra franare sotto i piedi, <strong>è chi ha una visione d’insieme chiara</strong>. A volte meno definita rispetto al dettaglio, ma in grado di cogliere il modo in cui le cose si muovono e le opportunità che, pur nelle difficoltà, si portano dietro. <strong>Non è adattamento passivo o andar dietro agli eventi, è proprio la capacità di leggere e interpretare le situazioni declinandole secondo la propria personalità, il proprio sistema di valori.</strong><br />
<strong>È una caratteristica sempre più “pesante” in termini di approccio</strong> al futuro, di creazione di reti complesse, di costruzione di comunità. Nel 2020 ne abbiamo avuto esempi cristallini, <strong>ed</strong> <strong>è un insegnamento che ci portiamo dietro e vogliamo avere ben presente oggi.</strong></p>
<h4>&#8211; Investimento</h4>
<p>In un momento storico che mette a dura prova certezze costruite nel corso di anni, e addirittura la struttura profonda del nostro modo di vivere (intendo l’Occidente, <em>in primis</em>), <strong>una mentalità orientata all’investimento è tra le caratteristiche che consentono di costruire passo dopo passo, in modo incrementale, e poi raccoglierne i frutti.</strong><br />
Dal nostro punto di osservazione il fundraising è andato bene, è cresciuto, sta cominciando ad uscire dalla cerchia ristretta di chi se ne occupa in modo professionale e a diventare qualcosa di più “pop” (passatemi il termine!), che magari viene fatto in maniera ingenua e spontaneistica e poi si scontra con certi appesantimenti burocratici, ma, comunque, produce cambiamento e forme solidali di interazione.<br />
La condizione perché questo si verifichi è proprio l’investimento.<br />
<strong>Le organizzazioni che negli anni hanno lavorato sul <em>donor care</em>, sulla relazione, sulla costruzione di legami forti, anche quando hanno visto un calo delle entrate sono comunque state in grado di sostenerlo.</strong> A fatica, ma stanno tenendo tutto insieme. Naturalmente il nostro è un punto di vista parziale, che non copre la totalità del nonprofit, ma ritengo possa essere un elemento significativo perché racconta qualcosa che, da diversi anni, ci diciamo tra chi, come noi, lavora in questo settore: <strong>chi non riesce – per ragioni culturali, perché il discrimine sta qui, non nei soldi o nelle risorse attivabili – ad investire per immaginare, governare e gestire il cambiamento, rischia di restare fuori da uno sviluppo del settore che – appunto, virus o non virus – in ogni caso c’è.</strong><br />
Certo, per “restare fuori” non intendevamo &#8220;arriva un virus da chissà dove&#8221; e causa tutto quello che abbiamo visto in questi mesi…ma di “cigno nero” sono anni che se ne parla (il saggio di Nassim Taleb è del 2007…) , e nel 2020 è arrivato sotto la forma del Covid-19.<br />
<strong>Il cambiamento non è facile né immediato, va accompagnato, seguito, curato. Però è possibile, a condizione che lo si veda anche come una possibilità concreta di lavorare per migliorare. E si investa perché ciò accada</strong>. Ripeto: <strong>investimento non vuol necessariamente dire “avere tanti soldi”, spesso i driver di sviluppo sono un mix di tanti fattori. Occorre trovare il proprio mix e dargli corpo per realizzarlo.</strong></p>
<h4>&#8211; Valori, personalità. Insieme.</h4>
<p>Abbiamo visto cose spesso inenarrabili e impensabili, nel 2020. Tutti abbiamo davanti agli occhi immagini che mai avremmo pensato di vedere nelle nostre società protette, sicure, sane.<br />
E invece.<br />
E invece, come sempre, nelle difficoltà emerge tutto il buono che l’essere umano – gli esseri umani – sanno tirare fuori. Adesso ripeto un altro dei nostri mantra, e cioè che <strong>fare un lavoro come il nostro consente di vedere e avere a che fare con quella parte di mondo che si rimbocca le maniche, che quando “è nelle curve” non si lascia annichilire e, magari stringendo i denti e pure arrabbiandosi, prova a cambiare in meglio le situazioni.</strong><br />
<strong>È un punto di vista privilegiato, quello di chi lavora nel e con il nonprofit, perché non consente di abbattersi. Non per molto, perlomeno.</strong><br />
Insieme alle cose tristi, preoccupanti, disorientanti e tutto il resto, nell&#8217;anno appena trascorso <strong>abbiamo visto tante persone lontane anni luce da chi “frequenta” il nonprofit preoccuparsi per gli altri</strong> – l’ospedale cittadino, il vicino anziano, la famiglia in difficoltà economica, le persone che vivono da sole.<br />
Certo, la stanchezza di questi ultimi mesi è ben diversa dal clima del primo lockdown della passata primavera (e mi fa una certa impressione numerarli, i lockdown, come se fossero una cosa normale nella nostra vita), ma <strong>quello che tiene insieme le comunità, i territori, è lì. Anzi, è qui, e va colto e coltivato</strong>. Lo abbiamo notato nei gesti quotidiani delle persone con cui abbiamo a che fare – ormai da marzo rigorosamente quasi tutte dietro uno schermo ma non per questo meno presenti.</p>
<p>Ecco, concludo con quello che è apparentemente un paradosso: <strong>la lontananza fisica e la freddezza di uno schermo non bastano ad allontanare le persone. E neppure le cause.</strong> Ci ripetiamo che torneremo ad abbracciarci, e va bene così, certo che è un’altra cosa. Così come è un’altra cosa vedere i sorrisi delle persone, potersi dare la mano (alcune tra le situazioni imbarazzanti dei mesi scorsi sono state proprio gli incontri, quelli formali in particolare, i saluti con un cenno della testa e gli occhi che sorridevano e il gesto del braccio che si muove per dare la mano e si ferma a metà). Siamo tutti in astinenza da tante piccole cose banali, lo sappiamo. Torneremo prima o poi a prendere un caffè o fare pranzi di lavoro senza preoccuparsi di distanze/mascherine/disinfettanti.</p>
<p>Ma, <strong>pur da lontano, noi la vicinanza del “nostro mondo” la sentiamo forte</strong>. E parliamo delle organizzazioni con cui collaboriamo e a cui ci legano rapporti che sono di lavoro, ma anche di stima e di molto affetto (anche quando le consulenze terminano restiamo sempre in contatto e ci fa piacere essere aggiornati su quello che fanno); e dei colleghi, e includo anche i colleghi di Consiglio Direttivo ASSIF con cui abbiamo iniziato da qualche mese un percorso impegnativo ma davvero di grande costruzione di opportunità per il futuro della nostra professione; e dei Consiglieri, Presidenti, Segretari Generali e di tutti coloro con i quali il rapporto diventa fiduciario, di grande vicinanza; degli amici che incontriamo lungo la via e con i quali scambiamo impressioni e feedback (non l’avevo ancora fatto, di inserire un inglesismo, e alla fine è arrivato!).<br />
E questa vicinanza ci ha fatto star bene, ha lasciato aperto lo spiraglio sul mondo fuori dall’ufficio che fino al 7 marzo era la normalità quotidiana di treni/aerei/macchina/camminate e poi è diventata chilometri di ore in call su qualunque piattaforma esistente.</p>
<p><strong>Gli scorsi 10 mesi ci hanno insegnato molto, sotto tutti i punti di vista. In particolare, ci ha insegnato che non bisogna necessariamente correre, correre sempre dietro al tempo rimpinzando ogni singolo minuto di qualcosa. E che spesso anche la quiete, il silenzio, la calma, sono un ingrediente necessario per essere persone e professionisti migliori. E che la tecnologia è un enorme vantaggio dei nostri tempi, se utilizzata con criterio. E che, comunque, ci manca un sacco vedere tutto questo anche dal vivo.</strong></p>
<h4>Con la speranza collettiva di mesi da vivere “live”, un augurio a tutti di buon inizio anno!</h4>
<p>p.s. <em>la foto è stata scattata poco sopra Ortisei, nei 2018, durante uno dei tanti cammini fatti in montagna. E&#8217; una delle foto che amo di più perché ci sono le montagne, un sentiero che curva e non si sa dove vada, le nuvole disordinate e piene di sfumature e anche pezzi di cielo azzurro. E molto silenzio e natura.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/pensieri-per-un-buon-anno/">Pensieri per un buon anno</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Board in prima fila&#8221;: il nostro libro su Board e fundraising</title>
		<link>https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila-il-nostro-libro-su-board-e-fundraising/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 07:27:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=16825</guid>

					<description><![CDATA[<p>Settembre è il vero inizio dell’anno.Il mese in cui tutto riprende, c’è “movimento”, si programmano le attività per l’anno successivo e, rigenerati (in linea di massima) dalla pausa estiva, si affronta con energia la ripresa.Quest’anno, a dire il vero, è una ripresa strana – come è strano tutto questo periodo.L’energia c’è ma non è esattamente [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila-il-nostro-libro-su-board-e-fundraising/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila-il-nostro-libro-su-board-e-fundraising/">&#8220;Board in prima fila&#8221;: il nostro libro su Board e fundraising</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Settembre è il vero inizio dell’anno.<br />Il mese in cui tutto riprende, c’è “movimento”, si programmano le attività per l’anno successivo e, rigenerati (in linea di massima) dalla pausa estiva, si affronta con energia la ripresa.<br />Quest’anno, a dire il vero, è una ripresa strana – come è strano tutto questo periodo.<br />L’energia c’è ma non è esattamente quella degli anni passati: a noi, a ripensarci, sembra che fossimo più spensierati, prima. Il che, naturalmente, non è del tutto corretto ma, in questo strano 2020, quello che stiamo vivendo – tutti, nessuno escluso – è la dimensione collettiva di un cambiamento forzato, qualcosa che è radicalmente diverso da “malesseri individuali” e che ci impone di pensare e ragionare ancora di più come comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nei mesi scorsi di forzata stanzialità in ufficio abbiamo cercato di cogliere il lato positivo del non dover giocare di incastri tra treni e aerei e, tra le altre cose, abbiamo terminato la scrittura di un manuale che avevamo in mente da tempo.</strong><br />La copertina è quella che vedete sopra, il libro è disponibile da qualche giorno e ne abbiamo parlato “in anteprima” qualche giorno fa a <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=756605804915114&amp;extid=FB4WjU9SEzKFeE47">Casa Fundraising</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Su questo blog parliamo di Board, Consigli Direttivi, Consiglieri, governance e leadership, traducendo in post quello di cui, ormai da diversi anni, ci occupiamo professionalmente nel nostro quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il libro</strong>, dunque, <strong>nasce dal desiderio di condividere spunti, buone pratiche, riflessioni e strumenti utili per chi – chiunque si occupi di fundraising, in realtà – lavori insieme ai Board o dovrebbe/vorrebbe farlo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ciascun capitolo contiene un “tema”, che affrontiamo e sviluppiamo con analisi di casi pratici e offrendo possibili soluzioni e spunti</strong>; la parte finale di ciascun capitolo è poi riassunta in sintesi, così da avere una <strong><em>overview</em></strong> di quanto trattato, pensata come uno strumento utile per chi abbia bisogno di capire velocemente se il capitolo riguarda il suo “problema”; e, infine, proponendo quelli che abbiamo chiamato “<strong><em>keypoints</em></strong>”, ovvero i punti chiave relativi al tema elencati sotto forma di suggerimenti utili, con un approccio pratico che consenta di cogliere quello che si ritiene utile e applicarlo fin da subito.<br />Dal “tipo” di Consiglio al perché è necessario includere il Board in qualsivoglia pensiero riguardante il fundraising e, ancora prima, come fare a coinvolgerlo quando i due – Board e fundraising – sembrano punti antitetici anziché speculari di una relazione; dalla costruzione del profilo del Consigliere ideale ai compiti dei Consiglieri, alle modalità per avviare e far funzionare la relazione tra fundraising e Board sia che siate un fundraiser che un consulente. Per finire con una <strong>sezione dedicata alle FAQ</strong> e alla viva voce di alcuni tra i colleghi che, nel tempo, abbiamo intervistato sui temi del Consiglio, con abstract tratti dai vari confronti.<br /><strong>E anche un’appendice per “Board management in tempi di crisi”</strong>, scritta in questo strano anno che, però, ci sta insegnando molto e raccontando altrettanto su di noi, sul modo in cui affrontiamo il “quotidiano”.<br /><strong>E, <em>last but not least</em>, anche un regalo…che, però, è una sorpresa e quindi non possiamo raccontarvela!</strong><br />Tutto “condito” di <strong>schede pratiche che potete utilizzare per il lavoro in organizzazione</strong>, così da facilitare la messa a punto delle varie azioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, <strong>abbiamo cercato di condividere realmente una parte importante del nostro lavoro, anche in tema di strumenti pratici messi a punto negli anni, che utilizziamo nel nostro quotidiano professionale e di cui abbiamo “validato” l’efficacia. Naturalmente con l’avvertenza che ciascuna realtà è a sé e che più si è in grado di personalizzare l’approccio meglio si riuscirà ad interpretare la situazione e a gestirla al meglio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona lettura (aspettiamo i vostri <em>feedback</em>)!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci auguriamo che il libro vi piaccia, che lo troviate utile e che sia di stimolo per un cambiamento positivo nelle organizzazioni del Terzo Settore e nella cultura del nonprofit.<br />E naturalmente non esitate a contattarci per organizzare presentazioni o momenti di confronto: la cultura – ne siamo convinti – non può che essere un prodotto dello studio e dell’ascolto reciproco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila-il-nostro-libro-su-board-e-fundraising/">&#8220;Board in prima fila&#8221;: il nostro libro su Board e fundraising</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Questions and answers, direttamente dal Festival del Fundraising &#8211; 3</title>
		<link>https://www.engagedin.net/questions-and-answers-direttamente-dal-festival-del-fundraising-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2019 08:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.engagedin.net/?p=16629</guid>

					<description><![CDATA[<p>Riprendiamo, a distanza di qualche tempo, le domande che arrivano dalla sessione su &#8220;board e fundraising&#8221; che abbiamo tenuto al Festival del Fundraising 2019. (Ci sarà un capitolo 4 e anche un 5, perché ci avete sollecitato davvero su temi molto interessanti a cui vogliamo cercare di dedicare il giusto spazio).Il tema che fa da [...]</p>
<p><a class="btn btn-secondary understrap-read-more-link" href="https://www.engagedin.net/questions-and-answers-direttamente-dal-festival-del-fundraising-3/">Leggi di più...</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/questions-and-answers-direttamente-dal-festival-del-fundraising-3/">Questions and answers, direttamente dal Festival del Fundraising &#8211; 3</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Riprendiamo, a distanza di qualche tempo, le domande che arrivano dalla sessione su &#8220;<em><strong>board e fundraising</strong></em>&#8221; che abbiamo tenuto al <a href="http://www.festivaldelfundraising.it">Festival del Fundraising 2019</a>. <em>(Ci sarà un capitolo 4 e anche un 5, perché ci avete sollecitato davvero su temi molto interessanti a cui vogliamo cercare di dedicare il giusto spazio).</em><br><strong>Il tema che fa da sfondo è, invariabilmente, la creazione e comprensione di una cultura del fundraising che permei tutta l&#8217;organizzazione e la sostenga, creando quella rete di relazioni forti che &#8211; sola &#8211; è in grado di assicurare il futuro allo sviluppo della mission.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Buona lettura!</p>



<h4 class="wp-block-heading">Come arrivare a coinvolgere un advisory board composta da membri di altissimo profilo quando in mezzo ci sono un responsabile fr e un direttore che frenano i contatti diretti?</h4>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Il fundraising è una questione di relazioni tra persone</em>” credo che possa a buon titolo essere citata come una delle frasi “di culto” che più spesso ripetiamo – tutti coloro che lavorano in questo ambito la citano spesso, direi.<br>E le relazioni tra persone, come tali, sono spesso mosse da dinamiche complesse. Senza voler sconfinare in tentativi di comprensione di natura psicologica, quello che credo sia importante è comprendere le motivazioni.<br><strong>Da un punto di vista logico è evidente che sia poco coerente, con la logica del fundraising, un atteggiamento di freno alla relazione Board – fundraising da parte dello stesso fundraiser o di chi, per la propria posizione all’interno dell’organizzazione, dovrebbe incoraggiarla.</strong><br>Nella consapevolezza che non esiste una risposta valida per tutte le situazioni, a prescindere dalla loro specificità, personalmente in casi come questi lavoro sulla comprensione del “non detto”, di quello che c’è a monte del comportamento frenante. Perché <strong>se il tema è quello di una mancanza di volontà, da parte del responsabile del fundraising o del direttore, di favorire contatti personali tra il Board e il singolo fundraiser, forse la spiegazione va cercata in motivazioni connesse con il timore di una possibile confusione di ruoli e responsabilità, oppure nelle non comprensione delle dinamiche positive che un rapporto più stretto tra il Board e il fundraising potrebbe generare in un’ottica di sviluppo.</strong><br>Nella mia esperienza accade che le motivazioni siano molteplici, alcune anche coerenti con la storia personale e la cultura dell’organizzazione. In tutti i casi, però, il mio ruolo mi impone, una volta comprese le ragioni, di trovare soluzioni concrete che consentano di superare l’impasse. Mi è accaduto, dunque, di fare da facilitatore nella reciproca comprensione – spesso tutta interna al team di fundraising – delle modalità più opportune per <strong>impostare la relazione con il Board, attraverso la consapevolezza dei rispettivi ruoli professionali, la messa a punto di un piano d’azione con obiettivi e attività, il coinvolgimento attivo del direttore o segretario generale</strong> nel favorire questo tipo di processi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per riprendere un caso direttamente dall’esperienza concreta, ricordo un’organizzazione con cui ho collaborato qualche anno fa il cui Direttore aveva timore che non solo il team di fundraising ma anche io, in quanto consulente, avessi qualunque tipo di contatto con il Board, nella convinzione che questo rapporto dovesse essere in capo a lui in maniera esclusiva. Con il risultato che, conoscendo il fundraising in modo non approfondito, i feedback ricevuti dal Board in tema di strategie e piani di sviluppo erano sempre “troppo poco”, come annacquati da risposte generiche a domande specifiche. E’ evidente, in casi come questo, che ci sia una lacuna in termini di competenze a monte, di non capacità di cogliere i punti sensibili e trattarli/presentarli durante i Board meeting in modo tale da ottenere risposte precise. In questo caso specifico la questione è stata risolta quando ho personalmente chiesto al Direttore un incontro con il Board e, di fronte alle sue perplessità, ho chiesto approfondimenti sulle ragioni che determinavano questi tentennamenti. Nel caso specifico erano solo timori di venire bypassato – cosa che, naturalmente, non si è mai verificata – e esplicitarli ha reso le cose più facili, evidenti e, di conseguenza, ne ha determinato la risoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Occuparsi del Board &#8211; giova ripeterlo &#8211; è anche compito del fundraiser (non solo consulente, anche interno).</strong></p>



<h4 class="wp-block-heading">Come è possibile far capire la cultura e le strategie di azione che stanno dietro all’attività di fr?</h4>



<p class="wp-block-paragraph">Parlandone. Può apparire una risposta troppo semplice ma, nei fatti, è l’unica cosa che funziona. Con qualche precisazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare non vuol dire mettersi in cattedra e tenere lezioni periodiche su cosa è il fundraising e quanto l’organizzazione si discosti dalla teoria – è il modo migliore, questo, di rafforzare il convincimento che il fundraising sia una “patata bollente” o, peggio ancora, una chimera.<br><strong>Parlare con il Board dovrebbe implicare raccontare il cambiamento che lo “strumento fundraising” è in grado di produrre dal punto di vista dell’impatto sulla mission.</strong> E il racconto dovrebbe puntare al coinvolgimento della persona che abbiamo di fronte – quello che accade con chiunque, all’interno della sfera personale, a cui raccontiamo qualcosa della nostra vita a cui teniamo particolarmente.<br>Spesso tendiamo a pensare che l’engagement valga solo per “l’esterno” – per i donatori, la comunità, a volte i volontari. E dimentichiamo che, <strong>ancora prima di andare all’esterno dell’organizzazione, occorre ingaggiare le persone all’interno, dando loro l’opportunità di vedere il fundraising come uno strumento di sviluppo, di condivisione, di relazione.</strong><br>Nella pratica questo “racconto” può prendere forme diverse – mi è capitato di organizzare incontri di presentazione dell’unità e del piano di fundraising allo staff dell’organizzazione, che aveva solo un’idea vaga di cosa fosse il fundraising e del team che se ne occupava; oppure di discutere la strategia di fundraising insieme al Board e ai fundraisers dell’organizzazione, analizzando le ragioni di quanto messo a punto da questi ultimi e cercando feedback dai consiglieri; o anche di presentare il piano di fundraising ai “costituenti più stretti” dell’organizzazione – a coloro, cioè, che più di altri, hanno a cuore il suo sviluppo.<br>In tutti i casi quello che è apparso fondamentale è stato proprio l’ingaggio: il racconto, in altre parole, del perché di una certo tipo di piano e di azioni, degli obiettivi che ci si prefigge, delle modalità di analisi dei risultati e di quelle relative allo sviluppo delle azioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un approccio aperto e trasparente, vorrei dire autentico, che lascia intravedere quello che c’è dietro i numeri di una strategia e che, d’altro canto, è il motivo per cui lavorare come fundraiser è appassionante.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.engagedin.net/questions-and-answers-direttamente-dal-festival-del-fundraising-3/">Questions and answers, direttamente dal Festival del Fundraising &#8211; 3</a> proviene da <a href="https://www.engagedin.net">Engagedin</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
