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	<description>Consulenza e formazione per il noprofit</description>
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		<title>Non trovo le parole</title>
		<link>https://www.engagedin.net/non-trovo-le-parole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit governance fundraising board directors consultancy]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non trovo le parole. Se la mission non è chiara, il fundraising non può funzionare.<br />
Quando la raccolta fondi di una organizzazione nonprofit inizia a calare anno dopo anno, la tendenza comune è quella di incolpare i donatori che si allontanano.<br />
Ma se la vera causa fosse a monte? [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p style="font-weight: 400;"><em>Spesso il calo delle donazioni viene attribuito a un disinteresse dei donatori. Premettiamolo subito: di solito è un assunto errato. </em><em>Mettere a fuoco la vera radice della crisi risieda frequentemente all’interno dell’organizzazione richiede lucidità e anche coraggio, in primis nel Board, subito dopo nel team di fundraising. </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quando il problema è che mancano le parole per spiegare la propria ragion d&#8217;essere e il cambiamento tangibile che si vuole generare, l&#8217;attività di raccolta fondi si blocca inevitabilmente. </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Come uscire dall’impasse? </em><em>Proviamo a raccontarvelo a partire da un caso reale.</em></p>

		</div>
	</div>
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			<p style="font-weight: 400;">Torniamo a scrivere qui dopo un periodo di “lontananza” in cui ci siamo concentrati sulle consulenze, la formazione, il lavoro con i Board, e il tempo per scrivere considerazioni “a freddo” – al di là di appunti o considerazioni al volo – è stato davvero poco.</p>
<p style="font-weight: 400;">Poi accade qualcosa che fa scattare nuovamente la molla.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando <strong>condividere l’osservazione di un certo tipo di difficoltà può essere utile per altri che, magari, si trovano nella stessa situazione e non riescono ad intravedere la strada di uscita dall’<em>impasse</em>.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">La situazione è questa: un’organizzazione medio-grande, distribuita su tutto il territorio nazionale, con uno staff consolidato e una mission che, seppure da lontano, conoscevamo per averla vista nascere ormai più di 10 anni fa.</p>
<p style="font-weight: 400;">La responsabile del fundraising ci ha contattati perché negli ultimi 3-4 anni l’attività di raccolta fondi è andata progressivamente diminuendo e il punto critico appare sempre più vicino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come accade sempre, abbiamo organizzato un incontro di approfondimento con due dei consiglieri più attivi e il team di fundraising. Abbiamo stimolato una panoramica guidata sull&#8217;evoluzione storica dell&#8217;organizzazione, ascoltato le criticità, la frustrazione per i mancati risultati conseguenti agli sforzi intrapresi, la preoccupazione. Abbiamo chiesto a cosa pensavano fosse dovuto il disimpegno, in particolare nell’ultimo anno, di sostenitori che pensavano essere acquisiti in modo solido.</p>
<p style="font-weight: 400;">La risposta del presidente è stata – letteralmente – questa: <strong>“<em>noi abbiamo una mission difficile, che non si può spiegare, che facciamo fatica a dire e quando la raccontiamo nessuno la comprende</em>”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Negli anni è ovviamente accaduto molto spesso di affiancare organi direttivi e staff che avevano necessità di una ri-messa a fuoco della mission, ed è un punto centrale del nostro lavoro, ma mai avevamo sentito una tale chiarezza nell’espressione di una difficoltà.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Alla domanda “<em>provi a raccontarci qual è la vostra mission</em>” la risposta del presidente è stata “<em>non riesco, è troppo difficile</em>”; l’altro consigliere presente ha aggiunto “<em>noi siamo particolari, non come tutti gli altri per i quali si capisce subito quello che fanno</em>”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La conseguenza logica di questo pensiero sarebbe un lavoro sulla verifica della mission, la sua focalizzazione, la sua traduzione. Perché se non è chiara né esprimibile c’è un problema davvero grosso a monte.</strong> In questo caso, invece, la conseguenza dell’organizzazione è stata: “<em>ci proveremo ancora, speriamo che qualcuno la comprenda</em>”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questi i fatti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui qualche considerazione:</p>
<ul>
<li><strong>Se neppure il presidente o il Board, riesce a “raccontare” la mission, il problema non è il <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">fundraising.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Il problema – ingombrante ed evidente, peraltro – è che non è chiara la ragione per cui l’organizzazione esiste e quindi perché qualcuno dovrebbe sostenerla.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ma se c’è un problema, c’è – o dovrebbe esserci – anche la sua soluzione.</strong> Ovvero una messa a fuoco delle ragioni fondanti che hanno portato alla nascita dell’organizzazione, orientata a risolvere un problema che, evidentemente, era rilevato nella comunità di riferimento.</p>
<p style="font-weight: 400;">E, se c’è la soluzione, lavorarci significa anche trovare le parole per esprimere il problema che l’organizzazione intende risolvere con la sua azione, i programmi e progetti che porta avanti.</p>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>Senza neppure le parole per esprimere la mission, </strong></h5>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>i bisogni e le risposte offerte, </strong></h5>
<h5 style="font-weight: 400; text-align: center;"><strong>diventa impossibile trovare non solo fondi, ma anche ascolto.</strong></h5>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Se il Board, invece di concentrarsi sull’individuazione del problema e la </strong><strong>ricerca di una <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">soluzione, si affida alla speranza, le prospettive di fundraising sono perlomeno aleatorie.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Certamente lavorare sulla mission significa analizzarsi, mettersi in discussione, confrontare le diverse prospettive e le ragioni orgininarie che hanno portato alla nascita di una organizzazione; ma, senza questo lavoro – che è indubbiamente impegnativo, ma altrettanto ricco di spunti, prospettive di sviluppo, lati nascosti da tirare fuori – <em>“il futuro è un’ipotesi”</em> molto fumosa (perdonate la citazione cantautorale).</p>
<p style="font-weight: 400;">I donatori non sostengono qualcosa di cui non solo non è chiara la finalità ma, in questo caso, neppure la ragion d’essere.</p>
<p style="font-weight: 400;">E la domanda “qual è il cambiamento tangibile o più immateriale che la vostra azione genera nella comunità di riferimento” resta senza una risposta. E dunque senza un sostegno.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema è nell’organizzazione, non nei donatori che non donano più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Il solipsismo genera autoreferenzialità.</strong> Che, in qualunque settore, è una gabbia che <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">diventa sempre più stretta fino a che, ad un certo punto, non resta più spazio vitale.</span></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pensare che per gli altri, le altre organizzazioni, sia sempre tutto più facile, è un grande errore di valutazione </strong>e, permetteteci di dirlo, anche di superficialità. Dietro l’apparente facilità c’è sempre un gran lavoro di governo della complessità, di ricerca della chiarezza, di costruzione di ponti tra soggetti diversi intorno ad un obiettivo condiviso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">E quindi <strong>cosa fare? </strong>Ecco qui <strong>tre suggerimenti pratici</strong> per chi si trovi in una situazione del genere o che, magari, ci si avvicina:</p>
<ul>
<li><strong>Mettere a fuoco un problema dandogli il nome e il peso corretto significa fare già un grande primo passo per risolverlo. <span style="font-family: var(--bs-body-font-family); font-size: var(--bs-body-font-size); text-align: var(--bs-body-text-align);">Poi, però, vanno fatti anche gli altri, con azioni concrete nella direzione della risoluzione.</span></strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Avere una criticità così forte sul fundraising ,e aspettare anni pensando ad un “incattivimento” dei donatori, fino ad arrivare vicini al punto critico senza muovere nulla, significa non avere la lucidità necessaria per guardare avanti.</p>
<p style="font-weight: 400;">In questi casi uno sguardo professionale dall’esterno può innescare quel processo di analisi che consente di individuare la via d’uscita dall’impasse e ripartire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>Affidarsi alla speranza, com’è evidente, non è molto … affidabile!</strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Stare fermi sperando che qualcosa cambi senza far nulla o, al contrario, facendo cose senza una strategia in mente, significa andare indietro mentre il resto del mondo va avanti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per “gli altri” non è facile: ci sono tantissime organizzazioni la cui mission non è così immediata ma che fanno un ottimo fundraising, crescono, ingaggiano donatori e pubblico intorno a cause meno popolari di altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è fortuna, ma impegno orientato in una direzione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ecco, individuare la direzione, “il mondo che vorremmo”, è un ottimo primo passo per mettere poi a fuoco, a ritroso, come arrivarci. In ogni caso presuppone una riflessione su chi siamo/chi vogliamo essere e perché.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ci si può lavorare individuando un piccolo gruppo di lavoro interno, che comprenda naturalmente anche uno o più rappresentanti della governance, e cominciando da un brainstorming su “qual è il problema che vogliamo risolvere?”, che è poi anche la ragione prima per cui l’organizzazione è nata e si è data una certa mission. In alternativa rivolgersi ad un professionista esterno in grado di guidare l’organizzazione verso il futuro prossimo può essere una buona soluzione per avviare il processo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Last but not least: <strong>se il fundraising non funziona la causa non sono mai i donatori.</strong></li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Occorre, invece, andarla a cercare a monte, laddove invece il fundraising è a valle, il punto di uscita della mission una volta che tutto il resto – i processi, la comunicazione, i progetti e programmi &#8211; è stato messo a punto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La variabile tempo non è secondaria, nel fundraising. Arrivare al punto di criticità, quello in cui le finanze scarseggiano e non si riesce più neppure ad investire in comunicazione né in fundraising, e si inizia a perdere lucidità, è pericoloso.</strong> Perché il fundraising è uno strumento strategico, funziona al suo meglio nel medio-lungo periodo e richiede una visione di cambiamento. E, com’è noto, il cambiamento non è una cosa che si realizzi in due giorni, soprattutto se, come solitamente accade alla mission delle organizzazioni nonprofit, è (giustamente) ambizioso.</p>
<p style="font-weight: 400;">Arrivare troppo vicino al punto critico rende complicato generare, grazie al fundraising, ritorni veloci, soprattutto se l’investimento – sugli strumenti, sulle professionalità – tendono allo zero.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il suggerimento è dunque quello di pensarci per tempo, se le donazioni diminuiscono costantemente. Non occorre rivoluzionare tutto ma, con metodo, impostare una strategia che corregga la rotta a partire dai punti di forza dell’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">E, per finire, un quarto suggerimento 🙂 <strong>Vuoi rimettere a fuoco la rotta della tua organizzazione? Scopri i <a href="https://www.engagedin.net/consulenza/">nostri servizi di consulenza</a>: parliamone e capiamo insieme come adattarli al meglio alla tua realtà.</strong></p>

		</div>
	</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Le trasformazioni (digitali e non): o sono strategiche o non sono</title>
		<link>https://www.engagedin.net/le-trasformazioni-digitali-e-non-o-sono-strategiche-o-non-sono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2024 17:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Governance e trasformazione digitale: considerazioni e spunti alla luce dei dati che emergono dall'indagine Terzo Settore e Digitale 2024 realizzata da Italia Nonprofit [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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		<div class="wpb_wrapper">
			<p><em>È stato da poco pubblicato il nuovo report “Terzo Settore e Digitale”, frutto dell’indagine realizzata da <a href="http://www.italianonprofit.it" target="_blank" rel="noopener">Italia Nonprofit</a> in collaborazione con Teamystem sulle abitudini di utilizzo degli strumenti digitali da parte delle organizzazioni del Terzo Settore in Italia.</em><br />
<em>Come <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.engagedin.net" target="_blank" rel="noopener">ENGAGEDin</a></span> abbiamo aderito convintamente alla rete dei partner di progetto, convinti della necessità che approfondire il tema della digitalizzazione del Terzo Settore italiano vada ben oltre, per le sue implicazioni strategico-strutturali, il mero focus sugli strumenti. E dunque il taglio della ricerca ci interessava particolarmente proprio a partire da questa prospettiva sul tema.</em><br />
<em>Ci fa piacere dunque condividere alcune ragioni di metodo e, ancora più importante, di merito sull’ambito indagato.</em></p>

		</div>
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			<a href="https://italianonprofit.it/studi/terzo-settore-e-digitale/report?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1pnOfrrtGGtt9ECvCfZk_AGK52HjEIGmv_fJjYfEsIkRSrufx_ue9ndq0_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw&#038;utm_campaign=lancio-report-20240611&#038;utm_medium=sm-organic&#038;utm_source=fb" target="_blank" class="vc_single_image-wrapper   vc_box_border_grey"><img decoding="async" width="1497" height="1058" src="https://www.engagedin.net/website/wp-content/uploads/2024/06/Share-Image-new-logo-1200-x-631-1-pdf.jpg" class="vc_single_image-img attachment-full" alt="" title="Share Image new logo - 1200 x 631" /></a>
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	<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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			<p><strong>Ci siamo più volte trovati a rimarcare la necessità di disporre di dati e indagini realizzate con rigore</strong> e, ancora più spesso, a constatare anche con altri colleghi quanto pochi, in realtà, siano tali &#8220;<em>facts &amp; figures</em>” riferiti ai vari ambiti del Terzo Settore italiano.</p>
<p>Da professionisti, questo <em>deficit</em> è penalizzante in relazione alla conoscenza del contesto in cui ci si muove, al confronto internazionale, alla visione di sviluppo, e rimarca ulteriormente la tendenza solipsistica da cui il nostro Paese spesso è affetto.</p>
<p><strong>Avere una consapevolezza chiara delle macro-tendenze e dei comportamenti è cruciale per muoversi non solo dal punto di vista tattico ma, ancora più importante, da quello strategico.</strong> Non ripeteremo qui quello che abbiamo già detto in tanti più volte: se mai ce ne fosse stato bisogno, dalla pandemia in poi il ruolo di un Terzo Settore maturo, stabile, organicamente parte di processi di sviluppo, è emerso in tutta la sua importanza.</p>
<p>Indagini e ricerche che ne investighino le caratteristiche sono quindi fondamentali per la comprensione del contesto e dei trend.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra i dati emersi dal report – a proposito: <span style="color: #0000ff;"><span style="color: #000000;">lo potete scaricare</span> <a style="color: #0000ff;" href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fbit.ly%2FTerzoSettoreDigitale-Report%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAAR1urZIjgkc07d2SqP8pYHERT9XLa2kUWaK0561mSeLdDsSOX079wTLCVoM_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw&amp;h=AT1tVCEG266fumEYpc-9TFzX69Xav9JRtuKsnZwvtokJOQj5O7hpu_XW1gwL0fKtgeLnOezqeOCwx7kSUiFNRw6GpyUA7Qboa8ICbPtNbe2dxX4ta5e6yVBukfDsMYnxgvUMvTPRh4uCCh_lXA8eRpc&amp;__tn__=-UK-R&amp;c&#091;0&#093;=AT0cHqVW_V7EIh5iwr2z5LdGyoh3smfWzzxzPCRjXcXCdPaLhZIrSrAbrVzOXW_inw8161GdTJB9pb0gn564q5sYlHjGjWcnBJz7oGh_hNOkFFi841T0wKXHo4rGcDJJv3uBCLd6wCt0akd8XtXDhqfzskK0zDIC16TZaiiQFa-IeFN0nkZK1A" target="_blank" rel="noopener">qui</a> </span>– ce ne sono alcuni che ci interessa menzionare:</p>
<ul>
<li><strong>il difetto di competenze digitali nell’ambito della raccolta fondi online e, quindi, lo scarso presidio di tutta l’area del digital fundraising</strong> (nonostante i proclami di effettiva rivoluzione che si levano periodicamente);</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>un approccio al digitale che solo per il 13% degli Enti rispondenti fa parte di una prospettiva strategica</strong> &#8211; il che induce a pensare che la tendenza, perlomeno tra i partecipanti all’indagine, sia quella di attivare strumenti di fundraising online slegati da una strategia integrata;</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><strong>la percezione di altre sfide prioritarie rispetto alla digitalizzazione</strong> da parte del 36.6% dei rispondenti, quale ostacolo alla digitalizzazione della propria organizzazione unita, per il 25% degli stessi, alla necessità di un cambiamento nella cultura interna dell’ente.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte e tre le aree rispondono, a nostro parere, ad una questione che avevamo presentato anni fa – <a href="https://www.iraiser.com/it/2019/10/fundraising-digital-transformation-day/">era il 2019, un’altra era, ma evidentemente il tema si era già affacciato <em>in nuce</em> – nel corso dell’iRaiser Day dedicato alla trasformazione digitale</a>.</p>
<p><strong>Avevamo concentrato la nostra riflessione sul tema della governance nei processi di evoluzione delle organizzazioni verso la trasformazione digitale</strong> e, pur con i dovuti aggiornamenti dovuti all’evento <em>disruptive </em>del Covid-19 e a tutto quello che è venuto dopo, <strong>ci sono alcune considerazioni che le risposte all’indagine di Italia Nonprofit ripropongono.</strong></p>
<p>In primo luogo il <em>misunderstanding</em>, sovrapposizione o presunzione di equivalenza, tra il digital fundraising e il crowdfunding – o la landing page o un altro degli strumenti che rientrano in quest’area – secondo il criterio alternativo dell’ “o – o” invece che dell’integrazione (“e – e”). In altre parole: la confusione tra lo strumento, la combinazione di strumenti e il fine a cui gli stessi tendono, che dovrebbe essere parte di una strategia più ampia di cui il singolo tool è solo uno dei veicoli di raccolta.</p>
<p><strong>L’approccio strategico, quindi, come modalità di pensiero che investe l’ambito digitale come qualunque altro ambito: se c’è, le cose funzionano, diversamente non funzionerà il fundraising online come non avrà funzionato quello tradizionale.</strong></p>
<p>Un approccio corretto/strategico include la sfera delle competenze: le tecnicalità, intese come complesso di skills e abilità tecniche vere e proprie che sono ampie e comprendono strumenti e veicoli diversi.</p>
<p>Il digital fundraising non è, come scrivevamo più sopra, avere la landing page – o, come ci è accaduto a volte di vedere, il tasto di collegamento a PayPal; è anche la landing page, ma solo se intesa come punto di arrivo di un’esperienza con l’organizzazione che inizia più a monte e, in ogni caso, è uno degli strumenti, che funzionerà al suo meglio solo se e in quanto integrato con il resto della strategia.</p>
<p>Non significa, naturalmente, che per far digital fundraising occorra necessariamente partire con una molteplicità di strumenti – e questo vale in particolare per le piccole e medie organizzazioni. Significa che, <strong>per partire, occorre una visione strategica che, secondo una logica step-by-step, integri <em>anche</em> la dimensione digitale nell’approccio complessivo dell’organizzazione.</strong> Un work in progress come metodologia, in poche parole, sulla base di uno degli acronimi che più spesso proponiamo a lezione e in consulenza come metodo di lavoro: KISS, ovvero <em>keep it super simple</em>, così da maneggiare competenze e processi e, progressivamente, aggiungere complessità. In questo modo la digitalizzazione diventa realmente parte della cultura organizzativa e non come spesso accade, un elemento posticcio da aggiungere “perché si deve”.</p>
<p>Una delle domande che proponevamo nel 2019 partiva dalla necessità, per comprendere appieno il concetto di trasformazione digitale, di utilizzare una lente diversa per affrontare il tema, prendendo a prestito dal bellissimo libro “The Game”, di Alessandro Baricco (ed. Einaudi, 2018) <strong>la domanda chiave se, quando si parla di trasformazione digitale, il tema sia quello della rivoluzione digitale o, più correttamente a nostro parere, quello della rivoluzione mentale.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Centrare la riflessione su questo punto consente di integrare la complessità all’interno della cultura dell’organizzazione, a partire dalla governance che, com’è ovvio, è protagonista di questa evoluzione, ma con il contributo di stimolo dei livelli più operativi.</strong></p>
<p>È dall’ascolto che occorre partire per avviare – o portare avanti – la discussione sul tema della digitalizzazione per coglierne la portata e le opportunità. <strong>Quella che definivamo “una governance trasformata” governa l’approccio culturale, interiorizza il cambiamento e lo elabora secondo i paradigmi organizzativi senza snaturarli ma, al contrario, riprocessandoli perché siano funzionali allo sviluppo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6 style="text-align: center;">In questo modo <strong>parlare di digitalizzazione diventa un processo, non un insieme di strumenti slegati e variamente casuali, che ha al centro, com’è giusto che sia, lo sviluppo della mission e il suo futuro.</strong></h6>

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		<title>Quando il Board è poco &#8220;ambizioso&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/18165/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Apr 2023 15:39:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[-]]></category>
		<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa accade quando è la governance ad essere poco “ambiziosa”?<br />
Ne parliamo in questo articolo che, come sempre, trae spunto dall’esperienza professionale quotidiana e offre qualche spunto concreto per superare l’impasse. [...]</p>
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			<p style="font-weight: 400;"><em>In relazione al tema della crescita delle organizzazioni, quello di cui più spesso si parla tra gli “addetti ai lavori” ha ad oggetto i donatori e riguarda la propensione al dono, le motivazioni, le modalità con cui rispondono – o non rispondono – agli appelli di fundraising.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>A volte l’impressione è di una scarsa comprensione, da parte dei donatori, dell’importanza di sostenere attivamente certe cause, iniziative o progetti impegnandosi convintamente a supportarle (sviluppo = non solo fondi ma anche relazioni, competenze, comunità) e la riflessione riguarda il come chi si occupa di sviluppo possa rendere al meglio tale impegno cruciale. Naturalmente è una generalizzazione, ogni caso è a sé.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quello che ci accade di notare – non troppo spesso, per fortuna, ma accade – è una certa ritrosia a “puntare in alto” in termini di sviluppo da parte di chi dovrebbe governare tali dinamiche, ovvero i Board.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><em>Cosa accade, quindi, quando non sono i donatori “il problema”, ma è la governance ad essere poco “ambiziosa”?</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Ne parliamo in questo articolo che, come sempre, trae spunto dall’esperienza professionale quotidiana e offre qualche spunto concreto per superare l’impasse.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Buona lettura!</em></p>

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			<p style="font-weight: 400;"><strong>Quando si parla di sviluppo</strong> – e utilizziamo volutamente questo termine “ombrello” che include, oltre al fundraising, anche tutte le strategie legate al posizionamento, il coinvolgimento, lo sviluppo territoriale e delle comunità – <strong>l’ambizione al cambiamento non è un “peccato”.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A volte accade di leggere appelli di fundraising che, a fronte di dichiarazioni altisonanti legate alla causa e al cambiamento positivo che la stessa è in grado di generare, chiedono solo “piccole donazioni” per realizzarlo.</p>
<p style="font-weight: 400;">È il classico trade-off caratterizzato da una scarsa logica sequenziale: <strong>per cambiare occorre “pensare in grande” e attivarsi di conseguenza per fare in modo che accada. Non si possono fare grandi cose, in altre parole, se si fa il minimo indispensabile.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È per questo che gli appelli ai donatori dovrebbero essere “ambiziosi”, riflettere il modo in cui l’organizzazione vuole cambiare in meglio il mondo (ovvero la realtà di cui si occupa) e incoraggiarli ad essere parte di qualcosa di più grande dei singoli.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Dalla nostra prospettiva, spesso non sono i donatori ad essere poco ambiziosi o partecipativi, ma le organizzazioni – un po’ come quando si dice che i donatori italiani non sono pronti a sentir parlare di lasciti e, nella pratica, sono invece le organizzazioni ad avere timore di farlo (suggerimento pratico: toccate sempre con mano le situazioni prima di rifugiarvi nel “si dice che …”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Prendiamo, ad esempio, il caso di una organizzazione che ha obiettivi di sviluppo ambiziosi in termini di progetti da realizzare al servizio di una certa comunità territoriale, aspettative in termini di fundraising decisamente consistenti sia con riferimento ai grandi donatori che alle aziende, con un patrimonio relazionale della governance di tutto rispetto e un posizionamento – derivante in massima parte dalla reputazione dei Consiglieri – solido.</p>
<p style="font-weight: 400;">Immaginiamo che la stessa organizzazione, proprio per queste caratteristiche positive, si dia traguardi ambiziosi e sia consapevole che, alla luce della complessità che richiede il loro raggiungimento, occorra investire nella struttura organizzativa inserendo ulteriori unità di staff. Aggiungiamo anche che sempre la stessa organizzazione, ovvero la sua governance, sia consapevole che occorrano professionalità senior per strutturare prima e sviluppare poi tali obiettivi e che occorra partire dal vertice, ovvero dall’inserimento di un direttore che sia in grado di avviare il processo e, con un approccio step-by-step, possa consolidare e sviluppare la struttura interna di staff, la strategia e il programma operativo di fundraising e comunicazione, le necessarie relazioni con la comunità di riferimento in un’ottica peer-to-peer che consenta di rafforzare ulteriormente il posizionamento dell’organizzazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">La governance ha dunque un elevato grado di consapevolezza rispetto alla necessità di un “top manager”, ovvero di un direttore, per avviare il processo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Viene aperta una posizione che viene veicolata alla rete relazionale di prossimità, così da selezionare i possibili candidati a partire da una conoscenza personale e, con colloqui ad hoc, una verifica delle competenze professionali necessarie.</p>
<p style="font-weight: 400;">Identificato il candidato, viene proposto un contratto che incontra le esigenze di entrambe le parti ma, al momento della firma, emerge un problema: no, non è di natura economica, come ci si aspetterebbe, ma è legato alla qualifica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema, in altre parole, è il “titolo professionale” di Direttore che, a dire della governance, è eccessivo per l’organizzazione, nata solo da qualche anno e che teme di fare il passo più lungo della gamba nell’inserire una figura dirigenziale così definita. Il ragionamento, quindi, diventa: abbiamo bisogno di un direttore per realizzare quello che abbiamo in mente, abbiamo selezionato il professionista che incontra le nostre esigenze dal punto di vista delle competenze, dell’approccio al ruolo e anche economico. Però non ce la sentiamo di chiamarlo direttore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Supponiamo anche che emergano proposte alternative da parte della stessa governance: potremmo chiamarlo responsabile operativo, oppure responsabile fundraising oppure niente, l’importante è che <em><strong>lavori come se</strong> </em>fosse il direttore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il problema, adesso, è che questa persona, a cui è stato proposto di fare il direttore sulla base di obiettivi specifici definiti in fase di selezione, spiega che non sarà possibile raggiungere tali obiettivi – principalmente legati a partnership strategiche – senza potersi presentare con un ruolo che non è solo formale, ma anche sostanziale. Con una capacità negoziale, in altre parole, che derivi dal committment forte da parte del Board e da una posizione organizzativa di vertice riconoscibile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il Board, a questo punto, concorda, però sostiene che la comunità di riferimento non comprenderebbe l’assunzione di un direttore e che questo metterebbe in ombra i Consiglieri, che si vedrebbero in qualche modo indeboliti nel loro ruolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">La persona selezionata, a questo punto, fa marcia indietro e rifiuta l’assunzione, rinunciando all’incarico proposto e lasciando il Board nell’imbarazzo e al suo destino (quello del “noi sappiamo come ci si muove”, “abbiamo sempre fatto così”, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Lasciamo a chi legge immaginare se sia una storia vera o frutto di fantasia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Quello che a noi preme è trarre alcune considerazioni e offrire qualche spunto:</p>
<ul>
<li><strong>il ruolo del Board è diverso da quello del management. Il primo ha un ruolo politico-strategico e, per così dire, detta la linea; il secondo ha un ruolo legato, appunto, alla gestione</strong>. Con gradi diversi a seconda dell’organizzazione e dei rapporti di forza interni, ma, in nessun caso, un Board dovrebbe essere “messo in ombra” da parte del direttore o del Segretario Generale o di figure apicali. Quando accade è la spia di un problema di riconoscimento reciproco e di “struttura” della governance, in termini di interpretazione del ruolo e, come tutti i problemi, su può lavorare per risolverlo – <a href="https://www.engagedin.net/board-in-prima-fila/">nel libro che abbiamo scritto su “governance e sviluppo” forniamo suggerimenti su come fare, in particolare (ma non solo) al capitolo 2;</a></li>
</ul>
<ul>
<li><strong>la “forma” che può assumere un Board in termini di modalità di lavoro è diversa a seconda dell’organizzazione, del momento storico che la stessa vive in relazione al suo sviluppo, dei consiglieri che lo compongono e del loro approccio.</strong> In alcune situazioni accade che il Direttore sia un “comandante in seconda”, soprattutto quando la governance inizia il mandato ed è magari composta da membri di prima nomina. Nell’evoluzione, tuttavia, i ruoli si riequilibrano, anche quando il Direttore affianca attivamente il Board. Anche in questo caso, quando ciò non accade occorre lavorare per comprenderne le cause e riequilibrare le relazioni tra gli organi;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>il Board è, nella stragrande maggioranza dei casi, composto da membri volontari. Ciò non significa che l’impegno sia minore né, soprattutto se si ha a cuore lo sviluppo dell’organizzazione, la professionalità sia un optional. Pretendere professionalità dallo staff è sacrosanto, ma lo stesso vale per il Board.</strong> Un Consiglio Direttivo che agisca come nel caso raccontato sopra depotenzia l’organizzazione determinando un corto circuito tra ambizioni dichiarate e orientamento sostanziale nel perseguirle. Vale a dire: punto in alto, ma con il minimo cambiamento di marcia possibile. Il risultato non potrà che essere commisurato allo sforzo, come sempre accade, quindi sarà un risultato di minima. La cui responsabilità, sempre riprendendo l’esempio, ricadrebbe poi sul direttore-che-non-si-può-chiamare-tale.</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Ciò che premia sempre è lavorare in maniera coerente: non occorre fare il passo più lungo della gamba e non è neanche consigliato pensarci. <strong>Quello che serve</strong>, però, <strong>è un approccio coerente tra dichiarazioni e aspettative, tra ambizioni di sviluppo dell’organizzazione e strutturazione interna, tra il perseguimento della <em>mission</em> e le modalità per farlo.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La governance</strong> – la sua strutturazione, l’assunzione del ruolo, l’individuazione delle persone adatte per il caso specifico (non in generale, quindi, perché non si tratta di dare giudizi sulle persone ma di valutare chi sia più adatto di altri in relazione alla situazione) – <strong>è tra gli assi cruciali dello sviluppo </strong>e non va sottovalutato l’impatto che ha sullo stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Pensarci prima, <strong>disegnare una governance coerente, vuol dire assicurare il futuro di una organizzazione e della sua <em>mission</em>.</strong></p>

		</div>
	</div>
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		<title>&#8220;Le parole per dirlo&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/le-parole-per-dirlo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 15:44:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
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			<p style="font-weight: 400;"><em>Nelle ultime settimane per noi hanno preso avvio nuovi percorsi di consulenza strategica per lo sviluppo. In due di questi percorsi, in particolare, l’obiettivo non è legato solo al fundraising quale strumento a supporto dello sviluppo ma, più strategicamente, all’accompagnamento dell’organizzazione verso la costruzione a tutto tondo del suo futuro. E dunque fundraising, sì, ma anche analisi organizzativa, strutturazione interna di staff e processi, comunicazione e posizionamento, programmazione di medio e lungo periodo, consolidamento, disegno e sviluppo della governance.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Pur nella diversità delle fattispecie – per ambito, storia, collocazione geografica e posizionamento, strutturazione, composizione della governance – ci sono alcuni punti che emergono quali fattori comuni (pur se declinati in maniera differenti in ciascuno dei casi) che caratterizzano il lavoro sullo sviluppo.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Buona lettura!</em></p>

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			<p style="font-weight: 400;">Ricordiamo spesso che <strong>il punto di partenza per qualunque strategia di sviluppo di una organizzazione non può che passare dalla governance</strong> – da un’analisi della situazione corrente, dei desiderata, delle criticità, della visione di futuro che la stessa esprime.</p>
<p style="font-weight: 400;">La governance è anche il primo contatto che abbiamo, di solito, con le organizzazioni con cui collaboriamo, la prima interfaccia che ci racconta chi è quella organizzazione prima ancora di cosa fa. I primissimi incontri, dunque, avvengono con il Consiglio Direttivo (o comunque sia definito) e hanno un carattere concreto fin da subito: l’analisi viene collocata all’interno di una prospettiva che tiene dentro una dimensione di concretezza, mantiene “a terra” i discorsi e le opzioni possibili così da rendere tutta la discussione reale e realistica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non sempre i Consiglieri sono abituati a porsi determinate domande e non sempre sono tutti convinti dell’utilità di un intervento esterno, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, anche l’eventuale scetticismo iniziale viene meno quando si comincia ad entrare concretamente nel merito. </strong><strong>Il desiderio di contribuire è più forte del freno a mano tirato che a volte caratterizza certi Board.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un ambito in particolare è, a nostro parere, strategico</strong> ai fini dell’indirizzamento e dell’impostazione corretta di una strategia di sviluppo: <strong>la costruzione di un orizzonte di senso che parta dalla narrazione e si traduca nella costruzione di una comunità di valori che aggrega chi ne condivide l’importanza.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Le parole, in questo senso, hanno un ruolo centrale, cruciale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Molto spesso nell’analisi del modo in cui le organizzazioni “escono” le parole sono tutte uguali, non lasciano cogliere le specificità, i tratti caratteristici di una certa organizzazione, in un appiattimento che spesso viene inteso come una necessità di correttezza formale del linguaggio ma che, nella pratica, si traduce in “anonimato”. </strong>Il tentativo di comunicare credibilità e professionalità si trasforma spesso in una storia poco interessante, piatta. Che, di solito, premia il rigore formale ma dimentica un elemento centrale di qualunque narrazione: le persone. Ciò che, nel nostro quotidiano professionale, significa le storie delle persone che “<strong>fanno</strong>” l’organizzazione: la governance, certo, ma anche lo staff, i volontari, i beneficiari (o i visitatori, per citare un caso valido per gli enti culturali, o categorie omologhe in altri settori), i familiari degli utenti, gli stessi donatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una narrazione che non includa il linguaggio che si forma a partire dall’interazione tra storie individuali e costruisce il linguaggio dell’organizzazione sterilizza la capacità di oltrepassare le mura fisiche e culturali e arrivare a chi vuole ascoltare.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">“<em>Le parole sono importanti</em>” – citiamo spessissimo questa frase che Nanni Moretti pronuncia in Palombella Rossa. E, soprattutto, le parole sono raramente neutre o oggettive: costruire un linguaggio “proprio” significa definire orizzonti, impatti, visione, proporre scenari diversi e pratiche concrete per attuarli. Ecco, allora, che riportare nella homepage del sito, o nei materiali di comunicazione, lo stesso linguaggio utilizzato nello Statuto che fonda l’organizzazione, elimina tutta la soggettività che la stessa esprime e la riporta in una dimensione di correttezza “piana” e sterile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come fare, allora, per tirare fuori questa soggettività concreta e individuare le parole dell’organizzazione?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Vi diciamo come facciamo noi nei <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">percorsi di consulenza per lo sviluppo con i Board</a> e, in generale, con le <a href="https://www.engagedin.net/consulenza/">organizzazioni</a> con cui collaboriamo: lasciamo parlare le persone che <strong>sono</strong> l’organizzazione, spesso chiediamo loro di scrivere le risposte alle domande che poniamo, annotiamo le espressioni che usano quando si descrivono o descrivono qualcosa – un progetto, una iniziativa, una “ragione per cui …”, e componiamo il puzzle unico di quella organizzazione. L’insieme delle espressioni, anche e soprattutto quelle uscite a caldo, a partire dalle quali re-impostiamo il lavoro sull’identità, la mission, la creazione della relazione con il mondo che circonda l’organizzazione e la sua causa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È un lavoro di taglio e cucito, che facciamo ogni volta su misura quando iniziamo una nuova collaborazione. Abbiamo sviluppato un metodo pratico che ci consente di arrivare subito al cuore dell’identità dell’ente che abbiamo di fronte, a partire dal cuore delle persone con cui sediamo durante le sessioni di questo tipo.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il flusso che ne emerge – spontaneo, non formale né (in prima battuta) formalizzato – costituirà il nucleo per un riposizionamento, una messa a fuoco identitaria che, una volta restituita sotto forma di documenti di partenza per la strategia di sviluppo, quasi sempre sorprende (positivamente) coloro che sono stati i protagonisti di quella narrazione. Perché ci si riconoscono, si identificano con quel linguaggio e quel modo diverso, ma più autentico di raccontare la causa e stabiliscono una connessione diretta con la capacità di impersonarla quando devono “uscire” – durante un evento, o una presentazione o un incontro con un donatore o qualunque altra situazione simile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Dire “Il personale facente parte della nostra equipe è specializzato e formato al fine di sviluppare competenze e sensibilità adeguate alla relazione con i pazienti” non è esattamente la stessa cosa di “A noi piace definirci persone che accompagnano persone. Siamo nati con l’intento di diventare una famiglia per i nostri pazienti e le loro famiglie in un luogo protetto in cui ciascun paziente possa sentirsi al centro. Un luogo in cui ciascun paziente e famigliare possa trovare un’equipe multidisciplinare integrata di professionisti, che accoglie, appassionata (…)”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È un lavoro a volte complesso, ma che consideriamo cruciale nel nostro approccio alla consulenza per lo sviluppo.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E, soprattutto, è quello che ci rende profondamene grati per la possibilità di entrare in connessione profonda con le storie di altre persone</strong>, a volte lontane per ragioni anagrafiche, di percorso, geografiche o altro, e che ci permette di instaurare quel legame di fiducia reciproca che è la base per il lavoro da sviluppare insieme. Oltre che di imparare, approfondire, scoprire modi differenti di guardare il/al mondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Il suggerimento finale, dunque, è questo: <strong>costruite il linguaggio della vostra organizzazione</strong>, fate ogni tanto un check interno sul modo di raccontarvi e rapportarvi con la causa che portate avanti dal punto di vista semantico per verificare che davvero racconti chi siete – prima ancora che quello che fate! <strong>Perché è l’unico modo per costruire relazioni di senso e, soprattutto, dare la forma che volete alla missione che portate avanti come organizzazione.</strong></p>

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		<title>&#8220;Abbiamo imparato a guardarci diversamente &#8230;&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/abbiamo-imparato-a-guardarci-diversamente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 May 2022 14:38:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strumenti e stili di lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Definire la strategia di sviluppo di una organizzazione partendo dalle basi: il racconto dell'esperienza diretta di chi ha costruito con noi il suo percorso di crescita [...]</p>
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			<p><strong><em>“Abbiamo cambiato completamente il modo in cui vediamo noi stessi e, di conseguenza, quello con cui dialoghiamo con la nostra comunità”.</em></strong><br />
<em>Questa frase arriva al termine di un percorso di consulenza con una organizzazione che abbiamo seguito, nell’ultimo anno e mezzo, sullo sviluppo della strategia di fundraising, partendo dall’analisi e coinvolgimento del Board e terminando con l’inserimento di due fundraisers all’interno del (nuovo di zecca) ufficio sviluppo dell’organizzazione.</em><br />
<em>Questo è un “sinteticissimo” racconto, con qualche suggerimento pratico: buona lettura!</em></p>

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			<p style="font-weight: 400;">Con l’organizzazione di cui scriviamo <strong>siamo partiti, letteralmente, da zero</strong>, da una telefonata con un consigliere e con il responsabile amministrativo che, subito dopo le reciproche presentazioni, ci hanno raccontato che <strong>avevano un problema legato alla sostenibilità delle iniziative culturali e sociali che portavano avanti, che avrebbero voluto fare fundraising e che ci avevano anche provato, ma i risultati non erano stati incoraggianti</strong>. E anche che <strong>questo aveva determinato una frattura interna</strong> tra chi sosteneva che lo sviluppo non doveva passare (anche) da strategie legate al dono e alla filantropia e chi, invece, ne era convinto. <strong>Il Board era parte di questa frattura e, in più, non esisteva uno staff interno con competenze di fundraising e di comunicazione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È stata una telefonata lunga, fatta di domande, richieste di feedback, numeri e condivisione di criticità e prime impressioni. A cui è seguita una nostra proposta di collaborazione (<a href="https://www.engagedin.net/consulenza/">qui</a> trovi tutte le informazioni su quello che facciamo e come lo facciamo) dettagliata e concreta, articolata per contenuti, timeline, obiettivi e risultati attesi. E una data di partenza con una full immersion di 3 giorni – fatti di analisi, confronto, formazione, definizione di obiettivi di breve e di lungo periodo e molto, molto altro &#8211; con il Board nella sede dell’organizzazione, un luogo pieno di storia e di storie. [per inciso: un Board all&#8217;epoca formalmente cooperativo ma, appena sotto la superficie, piuttosto conflittuale sul tema dello sviluppo, a partire dalla declinazione stessa del termine per finire alle modalità per portarlo avanti].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Qui un primo <strong>suggerimento</strong>: <strong>quando iniziate un lavoro – che sia con la vostra organizzazione “storica” o con una nuova realtà – immergersi nel mondo dell’organizzazione è il primo passaggio</strong> per acquisire elementi connessi ad un mindset, oltre che informazioni pratiche. </em><em><strong>Per farlo occorre esercitare la capacità di ascolto</strong> (lo ripetiamo spessissimo: saper ascoltare è una delle qualità fondamentali per chi fa un lavoro di questo tipo) <strong>e la curiosità</strong>. Quello che si riceve in cambio sono storie coinvolgenti, pezzi di vita altrui che, in qualche modo, diventano anche la nostra. Ed è uno dei doni che il nostro lavoro ci regala, ogni giorno.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">Alla full immersion con il Board, da cui siamo usciti con le idee più chiare, Consiglieri consapevoli e, seppure non tutti d’accordo, perlomeno convinti della possibilità di dare una chance ad una strategia di fundraising strutturata, ne è seguita una seconda con il gruppo di persone individuate – una decina di giovani che da tempo collaboravano, seppure sporadicamente, alle attività e a cui era stata indirizzata una call concordata con l’organizzazione, due persone dello staff amministrativo, il responsabile di una sede esterna, due consiglieri – sulla formazione al fundraising.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il gruppo di lavoro, sfoltito dopo la formazione intensiva per arrivare ad una dimensione gestibile in termini anche operativi, ha poi iniziato da subito a lavorare insieme a noi sul piano operativo che è stato sviluppato nei mesi successivi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Altro <strong>suggerimento</strong>: <strong>l’irremovibilità del Consiglio sull’investimento in un fundraiser professionista da subito ha determinato il “piano B”, ovvero il ricorso ai volontari. Non però necessariamente come “seconda scelta”, ma come una opportunità alternativa data da una richiesta che proveniva da un gruppo di giovani vicini all’organizzazione che da tempo chiedevano al Consiglio un coinvolgimento</strong> maggiore e più strutturato. La call elaborata e indirizzata ai volontari richiedeva dei requisiti per la candidatura, un certo tipo di disponibilità soprattutto in termini di continuità, un interesse ad un eventuale proseguimento in termini di sviluppo professionale. Questo ha permesso a noi di sapere che le persone individuate erano realmente motivate e, ai volontari, di fare qualcosa di concreto, strutturato e non sporadico, che incontrava realmente il loro desiderio di “fare qualcosa” per la causa.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>I volontari sono una risorsa preziosa: per valorizzarli e gratificarli occorre avere le idee chiare sul ruolo, definire un confronto aperto e, soprattutto, non considerarli come sostitutivi di uno staff retribuito. Impostando le cose in questo modo, e condividendo l’approccio con l’organizzazione, è possibile impostare percorsi di crescita e sviluppo nel lungo periodo.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo un anno di lavoro il risultato è</strong>:</p>
<ul>
<li><strong>un Board pienamente coinvolto nello sviluppo</strong>, parte attiva della ricerca di donatori e promozione della mission</li>
<li><strong>la nascita dell’ufficio sviluppo</strong> con uno staff inizialmente composto da 4 volontari e un Board member a cui è stata fatta una formazione ad hoc sul fundraising e che a breve vedrà l’assunzione di 2 di questi volontari con regolari contratti di lavoro</li>
<li>la definizione di <strong>un piano di comunicazione</strong> dedicato al fundraising</li>
<li><strong>le prime due campagne concluse con successo</strong></li>
<li>la messa a punto di <strong>mailing list segmentate e profilate</strong></li>
<li><strong>il lancio della prima campagna diretta ai grandi donatori</strong> che sta dando risultati molto incoraggianti</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Il tutto declinato sia sul pubblico italiano che internazionale, in particolare (ma non solo) nordamericano, in relazione al posizionamento dell’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È stato tutto facile o lineare? Niente affatto: la pianificazione iniziale è stata rivista, è stato messo a fuoco il tono di voce dell’organizzazione, sono stati più volte ridefiniti compiti e flussi interni. Il Board è stato sollecitato utilizzando leve diverse</strong>, così da trovare quelle che “risuonavano” meglio e che hanno determinato un coinvolgimento autentico. Non è stato semplice coinvolgere il resto dell’organizzazione in qualcosa percepito come sporadico, eventuale, in qualche modo estraneo all’organizzazione – e in questo la presenza del Board (non tutto, inizialmente) ha fatto la differenza.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il cambiamento raramente è “lineare” – come quasi tutto nella vita, d’altro canto. Ma si può fare.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Lo si può rendere concreto avendo chiara una direzione di marcia e aggiustando la rotta ogni volta che la non linearità determinata sbandamenti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È quello che facciamo con le organizzazioni: le accompagniamo nel cambiamento, nell’analisi e strutturazione della struttura organizzativa interna, nel disegno o ri-disegno del Consiglio Direttivo, nell’identificazione e realizzazione di campagne di fundraising o anche con l’utilizzo di veicoli filantropici che non sono fundraising tradizionale ma, in alcuni casi, sono più adatti al tipo di organizzazione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">E vedere come il cambiamento prende forma, ascoltare le frasi come quella con cui abbiamo iniziato … come diciamo spesso, la misura dell’impatto che produciamo sta nella capacità delle organizzazioni di camminare dritte e spedite, con le proprie gambe, una volta terminato il lavoro insieme.</p>

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			</item>
		<item>
		<title>Il Board visto &#8230; dal Board: intervista a Carlo Mazzola, presidente di Fondazione Mazzola</title>
		<link>https://www.engagedin.net/intervista-presidente-fondazione-mazzola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Apr 2022 09:32:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Spunti emersi dal confronto con il dott. Carlo Mazzola, Presidente e co-fondatore dell’organizzazione Fondazione Mazzola. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div class="row-container"><div class="container"><div class="vc_row wpb_row vc_row-fluid"><div class="wpb_column vc_column_container vc_col-sm-6"><div class="vc_column-inner"><div class="wpb_wrapper">
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			<p><em>La prima volta che ho “incontrato” <a href="http://www.fondazionemazzola.it">Fondazione Mazzola</a> – virtualmente, per il tramite della conoscenza del Segretario Generale della Fondazione – ho pensato che parlasse un linguaggio che mi è molto caro. A partire dalla mission – “contribuire al benessere delle persone a rischio di marginalizzazione, allargando le opportunità disponibili per le persone in condizione di disabilità attraverso lo sport” – che include uno degli strumenti più potenti in grado di tirare fuori, letteralmente, le caratteristiche personali, come lo sport, di cui sono appassionata. E proseguendo con il modello adottato, la Teoria del Cambiamento come approccio “di sistema”, la chiarezza sul proprio posizionamento in termini valoriali e desiderati.</em><br />
<em>Guardando la Fondazione un po’ più da vicino emerge una realtà dinamica, flessibile, che abita il tempo e il contesto in cui si muove e che ha un’idea chiara del cambiamento e del modo in cui intende realizzarlo, a partire da una qualità fondamentale che dovrebbe caratterizzare chi fa filantropia e non solo: l’ascolto.</em></p>
<p><em>Con molto piacere, dunque, condivido gli spunti emersi dal confronto con il dott. Carlo Mazzola, Presidente e co-fondatore dell’organizzazione.</em><br />
<em>Buona lettura!</em></p>

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			<p><strong>Il primo elemento che colpisce quando si apre il sito della Fondazione è la chiarezza. Senza giri di parole né dichiarazioni altisonanti, esprimete in maniera limpida la mission della Fondazione. E altrettanto chiara è la connessione tra la storia familiare e il perché della Fondazione.</strong><br />
<strong>Sono elementi che trovo preziosi dal punto di vista dell’elaborazione del pensiero strategico prima che del piano di azione.</strong><br />
<strong>Quali sono stati i passi, le decisioni, le idee su cui avete iniziato a lavorare?</strong></p>
<p><em>La Fondazione è, per noi, un punto di arrivo dopo diversi anni spesi a supporto del settore sociale sostenendo progetti e iniziative che incontravano il nostro interesse personale – intendo il mio e quello della mia famiglia. Sono stati anni di grandi esperienze molto diverse tra loro che ci hanno fatto capire cosa ci piace fare, cosa vorremmo fare, come ingaggiare – letteralmente – la famiglia rispetto ad un veicolo filantropico strutturato come una fondazione.</em><br />
<em><strong>Il percorso che ci ha portato fin qui parte da un dato personale</strong>: da una parte il legame con il passato – nel nostro caso la figura di mio zio*, tetraplegico e persona illuminata a cui ero molto legato e che ci ha passato l’idea della motivazione e dello sport come veicolo di sviluppo – che ci ha permesso di focalizzare l’area di interesse. Dall’altra abbiamo avuto bisogno di riflettere attentamente sul veicolo, su come fare, cioè, a strutturare un percorso con un orizzonte di lungo periodo e non basato su iniziative sporadiche: personalmente sono agnostico nei confronti dei veicoli, <strong>quello che ci interessava era mettere a sistema di tanti interventi molto destrutturati fatti negli anni</strong>, a titolo personale. Abbiamo quindi definito quello che chiamo un ragionamento di struttura: una fondazione, pur avendo dei costi e presupponendo un commitment e un orientamento molto forti, ti permette di essere credibile, di stare sul “mercato”, di orientare interventi strategici e non episodici.</em><br />
<em>L’idea della fondazione di famiglia ci è sembrata quella che meglio ricalcasse questo pensiero. Peraltro, io sono convinto che nella fondazione possano lavorarci non solo persone appartenenti alla cerchia familiare e che sia opportuno e, anzi, necessario avvalersi di competenze di terzi esterni per far circolare idee e prospettive diverse. All’interno della riflessione strategica sulla Fondazione stiamo cercando di creare questo mix: non escludiamo l’integrazione di qualcuno di esterno alla famiglia, con competenze specifiche e che possa portare una visione complementare, “esterna” e un contributo intellettuale che ci permetta di ampliare lo sguardo.</em></p>
<p><em>E, sempre <strong>in tema di governance e di imprinting, siamo anche convinti che il Board diventi efficace quando i Consiglieri, oltre ad avere un ruolo strategico, abbiano anche deleghe operative per poter crescere nel loro ruolo, oltre che per far crescere e consolidare la Fondazione</strong>. Ed è quello che stiamo cercando di portare avanti sia come Consiglio che con il Segretario Generale della Fondazione, con riunioni di Consiglio dalle 4 alle 8 volte all’anno, un’impostazione per cui le linee strategiche le individuano e portano avanti operativamente i Consiglieri.</em><br />
<em>Il Consiglio attuale è composto, oltre che da me, da mia moglie e dai nostri due figli. Abbiamo ritenuto che fosse giusto, seppure ad una età molto giovane come la loro che hanno circa 20 anni, che vedessero come funziona un Consiglio di Amministrazione e, in generale, l’economia del Terzo Settore, così da avere uno sguardo ampio oltre il mero settore degli investimenti.</em><br />
<em>Come Consiglieri siamo tutti, in modo diverso, operativi – <strong>per me, in particolare, è stata una scelta di vita in cui credo profondamente e a cui mi dedico con passione.</strong></em><br />
<em>Questo è il punto a cui siamo arrivati oggi.</em><br />
<em><strong>Non è stato un processo breve né indolore &#8211; perché non basta “fare” una fondazione per farla funzionare bene – e in passato abbiamo fatto scelte che non hanno preso la direzione immaginata ma, d’altro canto, fa parte della cultura della nostra fondazione considerare il fallimento come l’esito inatteso di un’attività, qualcosa da cui possiamo imparare</strong>. L’approccio che portiamo avanti ha raggiunto il livello di efficacia che desideravamo e, oltre a questo, abbiamo imparato a declinarlo a partire da qualcosa che ci appassionava, perché senza passione è difficile costruire qualcosa di stimolante.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il concetto del fallimento come scelte che sono andate da un’altra parte è molto interessante e, dal mio punto di vista, liberatorio. Quanto conta nell’approccio culturale della governance sapere di “potersi permettere” di fallire?</strong></p>
<p><em>Occorre capire che mandato hanno i consiglieri e quando e quanto possano permettersi di “fallire”, perché è questione molto delicata.</em><br />
<em><strong>La vera sfida del capitale filantropico, soprattutto per le piccole fondazioni come Fondazione Mazzola, a mio parere, è provare ad utilizzare la lente dell’innovazione per generare cambiamento</strong>; cercare, cioè, di raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati f utilizzando criteri “non standard” – non perché questi non vadano bene o contengano limiti intrinseci ma perché è probabile che siano già stati utilizzati da altri soggetti filantropici e, in questo caso, secondo noi è più efficace utilizzare il criterio erogativo finanziando qualcun altro.</em><br />
<em>Se vuoi arrivare a determinati risultati che realizzino la visione che porti avanti occorre “puntare” su questo approccio: <strong>il capitale filantropico &#8211; ed è uno dei punti che cerchiamo di passare alla generazione successiva – deve, o dovrebbe, permettersi di essere un po’ ambizioso sui risultati sapendo che potrà generare un ritorno sociale</strong>, in qualche caso anche pseudo finanziario. <strong>Se non è chiara la distinzione tra capitale filantropico e capitale finanziario diventa difficile definire obiettivi attesi</strong>. Ed è un concetto che dovrebbe permeare tutta la cultura dell’organizzazione. Personalmente sto lavorando proprio alla definizione di cosa è il capitale filantropico, partendo dal presupposto che il capitale di ciascuno individuo è costituito dal denaro che possiede e da chi è dal punto di vista personale (il capitale umano, i valori, gli orientamenti). <strong>Avere chiara l’intersezione tra questi due aspetti significa non schiacciare il concetto di cambiamento solo sul dato monetario e considerare non perfettamente sovrapponibili capitale finanziario e capitale filantropico, così da aprire l’orizzonte a riflessioni e sviluppi più ampi. Ed è proprio in questa intersezione che dovrebbero lavorare le istituzioni del c.d. civil sector per produrre cambiamento.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Essere in governance è sempre anche una questione di chiarezza ed equilibri. A maggior ragione quando la governance è espressione di una storia familiare.</strong><br />
<strong>Come vi siete divisi in ruoli e in che modo il principio dell’efficacia dell’azione ha guidato tali decisioni?</strong><br />
<strong>Quanto definire a monte un impegno ha “ingaggiato” gli altri Board members e quanto li ha, invece, lasciati perplessi?</strong></p>
<p><em>La fondazione nasce soprattutto da una mia spinta personale e la divisione dei ruoli è venuta in maniera piuttosto naturale, con un coinvolgimento attivo primario mio e di mia moglie e un ruolo meno operativo ma legato alla visione di sviluppo che riguarda i nostri figli, che attualmente vivono all’estero e che, causa Covid, negli ultimi 2 anni sono riusciti a seguire la fondazione solo a distanza.</em><br />
<em>Uno dei momenti di significato che ci ha regalato questa strutturazione è stato quando, durante un meeting di Consiglio in cui parlavamo di modalità di selezione di progetti da sostenere – e quindi si entrava molto nel dato numerico come valore chiave della sostenibilità, che tendeva a premiare certe categorie di progetti rispetto ad altre –uno dei nostri figli ci ha detto, letteralmente: “ricordiamoci che noi siamo una fondazione e una fondazione deve guardare veramente ai più deboli e a quelli che hanno bisogno, il rischio di schiacciare tutto il nostro operato solo sull’aspetto finanziario rischia di farci perdere l’anima sociale, per cui premiare solo quelle realtà in grado di produrre dati, outcome e output attesi, report, non realizza in maniera esclusiva un approccio filantropico che dovrebbe anche guardare ad altro”. E’ un concetto di cui mi ero un po’ dimenticato e lui me l’ha ricordato: il grande valore che possono apportare è la diversità – anagrafica e di contenuti – nell’azione della nostra fondazione, e questo è fondamentale perché è quello che realizza, nel nostro approccio, il concetto di “buona governance”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Trovo molto interessante la sistematizzazione dei principi che guidano l’azione della Fondazione nel “Manifesto della filantropia”. Ritengo sia una condivisione fondamentale per definire il proprio pubblico, dal punto di vista dell’identità valoriale e di vedute e, a mio parere, dovrebbe essere un passo dirimente per qualunque organizzazione, esprimere la propria visione del mondo e presentarla al mondo stesso.</strong><br />
<strong>Rispetto a questo tema, quanto ritiene che la filantropia italiana sia in cammino verso una consapevolezza diversa – spesso uso l’espressione “filantropia come lifestyle, invece che materia per grandi patrimoni” – rispetto alla storia filantropica del nostro Paese?</strong></p>
<p><em>Parlo a titolo personale: la definizione di fondazione come “bancomat finanziario-emozionale” si percepisce abbastanza, e credo sia il frutto del modo in cui storicamente ha “funzionato” il Terzo Settore nel nostro Paese.</em><br />
<em>C’è una fetta cospicua di enti filantropici che sono orientati alla mera erogazione, al finanziamento di progetti: naturalmente è un approccio che non ha nulla di sbagliato ed è il modo più veloce per supportare delle realtà – di solito le erogazioni, a meno di disastri, un po’ di sollievo lo apportano. <strong>Ci siamo però interrogati su come fosse possibile “fare del bene” meglio</strong>, perché è vero che il filantropo dovrebbe essere una persona che ama l’umanità ma, allo stesso tempo, penso che debba essere una persona che, oltre all’umanità, ama se stesso, e se tu stai interpretando male il ruolo filantropico che ti sei dato le conseguenze riguardano anche la sfera personale, l’impatto sulla tua vita di essere umano, e questo è il peggio che possa succedere.</em><br />
<em>Quando abbiamo dato vita alla fondazione abbiamo portato avanti l’onda lunga dei progetti che già sostenevamo (alcuni di questi esistono ancora e sono fuori dall’alveo della Fondazione); ci siamo però resi conto che non sono così efficienti, pur essendo tutti bei progetti, e ci è sembrato che – soprattutto se sei una fondazione piccola che vuole provare a crescere e ad interagire con dei partners e dei donatori &#8211; <strong>l’unico modo che realizzare l’approccio che intendevamo portare avanti fosse passare dal finanziamento dei progetti al “finanziamento dei cervelli”, analogamente a quanto accade nel mondo della finanza con gli incubatori e gli acceleratori.</strong></em><br />
<em>Non abbiamo fatto nulla di nuovo – è qualcosa che già “praticavo” durante il mio percorso professionale &#8211; ma ci è sembrato il modo migliore per lavorare: all’inizio ci hanno guardato in modo un po’ stranito perché le organizzazioni con cui interagivamo erano abituate a presentare progetti, ma hanno capito l’approccio che stiamo cercando di portare avanti.</em><br />
<em>L’obiettivo della nostra fondazione è individuare un buon numero di soggetti da “alimentare” intellettualmente ed economicamente all’interno di una relazione bidirezionale in grado di determinarne, oltre alla sostenibilità strutturale, anche la scalabilità, perché se non si portano le azioni ad una minima dimensione industriale non si riesce a generare un grande impatto.</em><br />
<em>E’, questa, una logica che ci piace molto. Ci abbiamo messo 2 anni per definire questo tipo di modello semplice, pragmatico e scalabile, sia dal punto di vista della fondazione che dei soggetti con cui vogliamo lavorare.</em><br />
<em><strong>Le persone, le cause sociali le aiuti in tanti modi, non ne esiste uno solo,</strong> e sono curioso di vedere cosa accadrà tra 3-4 anni dal punto di vista dei risultati prodotti dai progetti che stiamo sostenendo: non sempre sarà facile ma l’abbiamo messo in conto.</em><br />
<em><strong>Torniamo al discorso sulla capacità di ascolto, che è fondamentale: non mi sembra che sia così diffusa, anche da parte degli enti filantropici, ma personalmente ritengo sia il modo migliore per spendere le risorse che abbiamo</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un altro tema che ha suscitato il mi interesse è l’individuazione delle aree in cui la Fondazione opera, in particolare il mix di grantmaking e capacity building, pratica che lentamente sta entrando anche nell’azione di Fondazione a volte più “conservatrici” nel modello di intervento come quelle di origine bancaria. Come dire: erogazioni sì ma, in parallelo, anche un ruolo di sostegno alle competenze che generano sviluppo, autonomia crescente e visione strategica per le onp del terzo settore.</strong><br />
<strong>È un tema su cui credo che, nel nostro Paese, si debba e si possa fare di più, proprio per puntare sulla crescita e non solo sul sostegno puntuale a progetti o iniziative.</strong><br />
<strong>Quanto ha contato, per voi, la consapevolezza che occorre un approccio strategico – più complesso ma anche più efficace – per generare sviluppo e quanto le stesse onp hanno consapevolezza che occorra imparare per crescere e anche imparare a chiedere meglio?</strong></p>
<p><em>Non lo so, noi abbiamo iniziato a lavorare con la Fondazione da 3 anni, quindi un tempo breve, e io sono un ottimista nato. Da una parte ci sono quelle realtà che sono in quella che chiamo “l’area di soddisfazione”, che si chiedono perché dover cambiare un approccio che, in qualche modo, li sostiene. Poi ci sono quelli che con l’innovazione si sentono più a loro agio.</em><br />
<em><strong>Sono consapevole che non sia facile anche per le organizzazioni nonprofit comprendere e interiorizzare il cambiamento, e noi non vogliamo spiegare agli altri come devono lavorare: quello che ci interessa e su cui stiamo lavorando è impostare un dialogo.</strong> Se c’è chi lo apprezza lo affianchiamo, sennò – nel caso in cui ci convinca – siamo disponibili a finanziare anche in modo più tradizionale. E’ un po’ la mentalità che ha fatto propria <a href="https://www.ashoka.org/it-it">Ashoka</a> e che ha a che fare con il cambio di paradigma.</em><br />
<em>In generale sono convinto che condividere i punti di vista serva anche a definire chi sono i partner naturali con cui fare un pezzo di strada: con alcuni è così, per altri probabilmente non siamo gli interlocutori “giusti”.</em><br />
<em>Un problema che percepisco in particolare nel nostro Paese è la necessità del ricambio generazionale degli “organi apicali”: non c’è un giudizio su chi occupa lo stesso ruolo magari per 30 anni e sicuramente ha fatto delle cose meritevoli ma, per quel che riguarda Fondazione Mazzola, abbiamo un’idea differente.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa suggerirebbe a chi, come lei, è all’interno della governance e si trova nella fase della definizione o ri-definizione della strategia di sviluppo? Qual è il punto o i punti su cui ritiene debba esserci un’attenzione particolare per evitare (o minimizzare) passi falsi?</strong></p>
<p><em>&#8211; <strong>Chiarirsi bene su quali sono i propri obiettivi</strong>. Io ho deciso di costituire la fondazione quando mi è stato chiaro in maniera inoppugnabile che uno dei macro obiettivi della mia vita era il supporto ai soggetti fragili. E’ stata la spinta iniziale, e da lì è partito tutto. Se non si mettono a fuoco gli obiettivi personali di rischia di confondere lo strumento con l’obiettivo;</em><br />
<em>&#8211; Fare qualche chiacchierata con esperti del settore per <strong>ampliare lo sguardo</strong> all’interno di un confronto aperto;</em><br />
<em>&#8211; <strong>Formarsi</strong>: partecipare a conferenze, leggere, ascoltare chi vive dinamiche simili perché aiuta a mettere a fuoco la propria “direzione” &#8211; se uno vuole aiutare gli altri lo può fare direttamente a prescindere dal veicolo fondazione. Peralto una fondazione “fatta male” o che “non nasce bene” fa molti più danni: costituire una fondazione significa avere l’idea di scalare il modo in cui si affronta un tema, sennò sono soldi buttati via che potrebbero essere usati per sostenere singole iniziative.</em><br />
<em>&#8211; <strong>Individuare la governance a partire dalle motivazioni e dal coinvolgimento personale che i possibili consiglieri potrebbero avere rispetto ad una organizzazione</strong>: non è una questione di favori e, se si decide di intraprendere una strada come quella che abbiamo intrapreso noi, occorre porsi tutta una serie di domande a monte … perché non basta fare una fondazione, e farla senza porsi queste domande rischia di non produrre effetti e di generare un freno per la reputazione dell’intero sistema filantropico.</em><br />
<em>In generale, e per concludere, vorrei aggiungere che <strong>non è facile fare sistema o lavorare trasversalmente ma occorre provarci.</strong></em><br />
<em><strong>Io sono disponibile e se il mio lavoro può servire a far crescere nuovi presidenti di fondazione o nuovi filantropi sono disponibile</strong>, anche se so che le persone a volte temono di affrontare certi discorsi. Personalmente credo che il coaching sia uno strumento potente per generare ispirazione e dinamiche diffuse, che generino uno scambio non solo monetario e che diano al denaro un valore che va oltre il mero dato finanziario.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h6><em>*Piergiorgio Mazzola, tetraplegico C6-C7, tra i pionieri nella diffusione di una cultura dell’inclusività e nel contrasto alle barriere, fisiche e percettive, che potessero limitare l’autonomia delle persone in condizione di disabilità.</em></h6>
<p>&nbsp;</p>
<h6>Fondatore di Norisk, società di analisi finanziaria indipendente, Carlo Mazzola è stato consulente per investitori istituzionali e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Dopo essersi laureato in economia politica presso l’Università Bocconi, ha conseguito un master in economia e finanza presso l’Università di Warwick. È autore del libro “Investire in ETF &#8211; La sfida ai fondi comuni e alle gestioni” (Franco Angeli, 2005), primo testo in lingua italiana sugli ETF. È Presidente di Fondazione Mazzola che promuove lo sport come strumento per la salute, il benessere e l’empowerment delle persone in condizione di disabilità attraverso iniziative che consentano l’accesso alla pratica sportiva o che utilizzino lo sport come strumento di inclusione economica, di sviluppo di competenze e di inserimento lavorativo (www.fondazionemazzola.it)</h6>

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		<title>Facciamo bilanci, non siamo bilanci</title>
		<link>https://www.engagedin.net/facciamo-bilanci-non-siamo-bilanci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Dec 2021 11:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
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		<category><![CDATA[leadership]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nostro tempo, come individui, come organizzazioni e come società vive soprattutto di “anni”. L’inizio di uno parla sempre di possibilità, la fine di bilanci. Siamo naturalmente portati a farli, ma &#8211; a differenza dei bilanci &#8211; noi come persone fortunatamente non abbiamo necessità di cercare l’approvazione di tutti, ed è una libertà che dovremmo [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il nostro tempo, come individui, come organizzazioni e come società vive soprattutto di “anni”.</em><br />
<em>L’inizio di uno parla sempre di possibilità, la fine di bilanci.</em><br />
<em>Siamo naturalmente portati a farli, ma &#8211; a differenza dei bilanci &#8211; noi come persone fortunatamente non abbiamo necessità di cercare l’approvazione di tutti, ed è una libertà che dovremmo valorizzare sempre.</em><br />
<em>Quindi <strong>in questi giorni che collegano la parentesi di tempo che è stata a quella che sarà, ci viene naturale pensare non tanto a come si compensano le cose positive e negative passate, ma al bagaglio di esperienze e consapevolezze che è utile portare nel viaggio dei prossimi 12 mesi.</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Dal nostro punto di osservazione professionale, ha sempre più senso parlare di sviluppo e filantropia, piuttosto che di fundraising per questo o quel progetto, o organizzazione.</h4>
<p><strong>Tempi complessi comportano sfide complesse e richiedono uno sguardo a tutto tondo, capacità di lettura, pazienza e pensiero laterale.</strong><br />
Qui ci occupiamo di governance, ed ecco quindi i concetti da mettere nella valigia dei board in partenza per l’anno in arrivo…</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>L’investimento nello sviluppo e, in particolare, nello strumento fundraising, non è (solo) un investimento economico ma, prima di tutto, di visione.</h4>
<p>Quando l’istituzione ci crede, a partire dalla governance, dal Direttore al management, il fundraising è riconosciuto come strumento strategico. “Strumento”, non scopo. “Strategico”, quindi non affrettato.<br />
È un processo di crescita culturale graduale, ma la convinzione a monte e la consapevolezza di cosa significa investire rendono possibile la sperimentazione, i test, le analisi, il coinvolgimento delle varie divisioni organizzative. E sperimentare significa anche darsi lo spazio per l’errore e per la ricerca di nuove strade.<br />
Da qui discendono l’investimento in competenze interne (non tutto e subito, ma un passo per volta, perché la crescita sia strutturale e consapevole) e l’investimento nelle relazioni sia all’interno che all’esterno.<br />
Le strategie e le campagne partono dall’ascolto, in primo luogo dei dipendenti e dei volontari: cogliere la loro la percezione del valore della propria organizzazione in rapporto al “mondo” consente di andare all’esterno con una consapevolezza diversa.<br />
E consente di curare le relazioni, non semplicemente “gestirle” (torna il tema della cura, ancora).<br />
È così che un presidente, o un direttore, non ha timore di promuovere appelli di raccolta fondi o di esporsi in prima persona sostenendo le call to action, ma neppure di delegare allo staff occasioni di esposizione, se funzionali allo scopo.<br />
Tutti dettagli e comportamenti che potrebbero sembrare semplici, ma tutto ciò che non è scontato non è mai semplice.<br />
Si investe in pensiero, non solo in denaro. E si raccolgono fiducia e solidità organizzativa, prima ancora che denaro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Il tema dello sviluppo è un tema “da Consiglieri”, ma non si esaurisce nella “Sala Consiglio”.</h4>
<p>Se vogliamo far crescere la consapevolezza, dobbiamo creare <strong>le condizioni perché i board lavorino e si confrontino con la struttura organizzativa</strong>.<br />
Mai come quest’anno abbiamo lavorato a percorsi di formazione e coaching con i Consigli Direttivi di organizzazioni di settori, dimensioni, storia diverse.<br />
Adattando, ogni volta, il linguaggio, gli strumenti utilizzati e i tempi in relazione agli obiettivi.<br />
L’analisi è fondamentale, ma dev’essere orientata: tradotto in termini pratici, una volta analizzata la situazione, definiti i punti critici e quelli di forza, individuato un tono di voce dell’organizzazione e le peculiarità del Consiglio come organo, <strong>occorre uscire e diventare sostenibili…ovvero: fare fundraising.</strong><br />
Si può fare in molti modi, ma il risultato devono essere <strong>iniziative realizzabili non in teoria</strong>, e un’organizzazione che lavora “insieme”, in un patto di reciproca comprensione tra chi la governa e chi la gestisce quotidianamente. E che lavora in maniera “ordinata” (il più possibile, perché la perfezione non esiste e non è nemmeno desiderabile).<br />
Un passo per volta, con convinzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>La cultura organizzativa è fatta di tanti aspetti.</h4>
<p>Di un sentire comune, di un linguaggio condiviso, di un orientamento che porta tutti nella stessa direzione, del rispetto profondo di ruoli e competenze.<br />
Perché le cose funzionino occorre conoscersi, confrontarsi e soprattutto ascoltarsi.<br />
Il nostro approccio ci porta a <strong>lavorare con gruppi allargati “misti”</strong>: consiglieri, fundraiser e comunicatori, responsabili dei progetti, dell’amministrazione e dell’IT, operatori dei servizi.<br />
Tutti insieme a mettere a fuoco o “costruire” la visione dell’organizzazione, ma traducendola subito dopo in piani operativi.<br />
<strong>I piani non si calano dall’alto, né si definiscono solo dal basso</strong>. È dall’incontro tra le due dimensioni che esce quella che potremmo chiamare “una visione strategica realistica”.<br />
Lavorare con gruppi misti ed eterogenei insegna molto.<br />
Prima di tutto a noi, che dobbiamo trovare un linguaggio e proporre contenuti interessanti e coinvolgenti utilizzando schemi fuori dalla comfort zone di chi parla solo ai “propri simili”; ma anche ai partecipanti che, spesso per la prima volta, si trovano a confrontarsi con un tema – lo sviluppo – che non è detto rientri nel proprio orizzonte professionale diretto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Il cambiamento richiede tempo, perseveranza, convinzione e convincimento.</h4>
<p>È sempre possibile, ma solo a condizione che lo si voglia nei fatti, non solo a parole.<br />
In questo 2021 di organizzazioni che hanno lavorato sul cambiamento ne abbiamo incontrate molte, seppure la dimensione di “incontro” sia stata ancora più virtuale che fisica. Ciò non ha tolto energia né a noi né alle organizzazioni che ci hanno chiesto di supportarle in questo viaggio verso il loro futuro, un futuro diverso.<br />
La costante &#8211; crediamo una delle esternalità positive di questi quasi 24 mesi tragicamente eccezionali &#8211; è stata un atteggiamento di apertura al nuovo, di resilienza, di comprensione che <strong>si cambia (in meglio) cambiando, non dicendo di farlo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<h4>Infine, un ultimo pensiero dedicato alla leadership.</h4>
<p>Intesa come modo di esercitare un ruolo di guida, è parte integrante del lavoro che facciamo con i Board, ma quest’anno è stato ancora più utile approfondire – nella pratica quotidiana – alcuni concetti che negli anni hanno caratterizzato il modo in cui guardiamo a quello che ci circonda – nella sfera personale e professionale.<br />
Concetti come <strong>la gentilezza</strong> (che è ben più dell’educazione formale),<strong> l’ascolto</strong>, <strong>l’apertura all’altro</strong> e al pensiero divergente,<strong> l’integrazione</strong> (da intendersi come capacità di considerare possibili approcci non naturalmente propri o immediati), <strong>la complessità</strong> anche quando è difficile da capire, dovrebbero caratterizzare il dibattito sul tema della leadership – Terzo Settore o for-profit poco rileva.<br />
Ne riparleremo presto ma, giusto come <em>pro memoria</em>, sono concetti con cui tutti dovremo confrontarci con meno superficialità, se vorremo realmente dare corpo al mondo inclusivo e più giusto che ci spinge ad essere quel che siamo.</p>
<p>Con il solito sacco di aspettative e buoni propositi… <strong>auguri di cuore, per feste serene di quiete e pensiero e un anno ancora una volta fertile di idee.</strong></p>
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		<title>Il Presidente &#8220;tuttofare&#8221;</title>
		<link>https://www.engagedin.net/il-presidente-tuttofare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Sep 2021 15:54:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
		<category><![CDATA[board]]></category>
		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[direttivo]]></category>
		<category><![CDATA[fundraiser]]></category>
		<category><![CDATA[leadership]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit. Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi. [...]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La criticità con cui più spesso ci confrontiamo è l’assenza, o la poca presenza, del Board nelle strategie di sviluppo delle organizzazioni nonprofit.</em><br />
<em>Altrettanto critica, tuttavia, è anche la dinamica opposta: quella, cioè, di una eccessiva presenza del Board – molto spesso del suo Presidente – in tutti gli aspetti dell’organizzazione. Anche quelli più operativi.</em><br />
<em>Apparentemente può non sembrare un fattore critico; nei fatti, invece, finisce per condizionare negativamente la fluidità dell’azione.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’approccio corretto alle dinamiche organizzative – come a quasi tutti gli aspetti della vita – dovrebbe, nel mondo ideale, mettere in pratica il principio “<em>in medio stat virtus</em>”, tanto saggio da attraversare i secoli dal medioevo a oggi, ma altrettanto difficile da realizzare.</strong><br />
E, visto che tra gli estremi dell’assenza del Board e della “ultrapresenza” esiste una via di mezzo sana e salutare per tutti, mi sembra opportuno condividere qualche riflessione unitamente a qualche suggerimento su come orientarsi quando si verificano certe situazioni.</p>
<p><strong>Il caso tipico è quello di una persona che assume su di sé l’intero onere di far andare avanti l’organizzazione in tutti i suoi aspetti – latamente strategici, di solito operativi fin nel più piccolo dettaglio.</strong><br />
La maggior parte delle volte a seguire questo schema di comportamento è il Presidente dell’organizzazione, con alcune eccezioni: nei <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">percorsi sviluppati con i Board</a> abbiamo incontrato presidenti e vice-presidenti molto (troppo?) attivi e anche Consiglieri particolarmente coinvolti nella vita organizzativa.<br />
Sottolineiamo i termini: nella vita organizzativa, non nella mission. Perché <strong>il coinvolgimento nella missione è auspicabile e desiderato, anzi richiesto; quello nella vita organizzativa, quando oltrepassa i confini tra ruoli e funzioni, spesso inficia l’attività quotidiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Tra i principi di funzionamento delle organizzazioni c’è il ruolo (o funzione, o come lo si voglia denominare), che implica che ciascun componente – staff, Consiglio Direttivo, idealmente anche i volontari – sappia di cosa deve occuparsi, conosca i confini della propria azione e la flessibilità degli stessi, abbia cognizione dei flussi e della relazione con il resto dell’organizzazione.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Per fare un esempio: il fundraiser che, alla luce della necessità di verificare l’andamento delle donazioni, pretenda di definire la struttura dei flussi contabili complessivi dell’organizzazione e i meccanismi di registrazione delle entrate e delle uscite in generale, sicuramente eccede il proprio ruolo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Quando questo riguarda il Presidente – prendiamo in esame questo ruolo in quanto rappresentativo della maggioranza dei casi di questo tipo – le ripercussioni sull’organizzazione sono, con tutta evidenza, più pesanti.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I compiti dell’organo di governance (<a href="https://www.engagedin.net/ma-il-board-deve-davvero-occuparsi-del-fundraising-per-cominciare-a-parlarne/">qu</a>i trovate qualche spunto, e altri più dettagliati sono nel nostro “<a href="https://www.engagedin.net/libro-board-in-prima-fila/">Board in prima fila</a>”) sono definiti in primis dal punto di vista giuridico, nello Statuto; e andrebbero definiti anche nel disegno del Board con riferimento allo sviluppo dell’organizzazione.<br />
All’interno della cornice, naturalmente, l’interpretazione del ruolo è lasciata all’orientamento individuale e del “consesso Consiglio Direttivo”, così che ciascun membro possa attivamente contribuire allo sviluppo della mission e dell’organizzazione stessa.</p>
<p>A volte, dicevamo, il Presidente assume un ruolo di preminenza – non in via di principio, ma nei fatti, nell’operato.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Un esempio concreto: il presidente (sempre a titolo esemplificativo) ritiene che per aumentare la notorietà dell’organizzazione si debbano organizzare una serie di eventi divulgativi che aiutino a raccontarla, definisce il format degli appuntamenti e seleziona gli ospiti diversificando il più possibile la provenienza così da coprire più ambiti, individua un calendario che condivide con gli ospiti. Senza che di tutto ciò alcuno, all’interno dell’organizzazione, ne sia informato. Poi, 15 giorni prima dell’avvio del ciclo di eventi, invia una mail al fundraiser condividendo l’idea, il calendario degli eventi e gli ospiti e chiedendo di elaborare un piano di comunicazione e promozione degli stessi nonché l’attività di raccolta fondi da organizzare al riguardo.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>O ancora: il presidente non è soddisfatto della “narrazione” dell’organizzazione sul sito e sui social e chiede a chi si occupa di comunicazione di togliere il materiale esistente e al fundraiser di non utilizzare più quelle call to action e quel tipo di appelli, impegnandosi a rivedere in prima persona i testi e gli appelli in modo più coerente con la propria visione dell’organizzazione e assumendo su di sé l’onere dell’area comunicazione e fundraising. Dopo 3 mesi e mezzo una intera sezione del sito è totalmente vuota e, dalla stessa data, nessuna attività di engagement e fundraising è stata fatta tramite i canali digital per mancanza di una linea condivisa- meglio: di una linea tout court &#8211; tra il presidente e lo staff.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Apparentemente l’idea di partenza – in entrambi i casi – è ottima</strong>: io, in quanto vertice dell’organizzazione do personalmente un impulso all’attività della stessa allargando lo sguardo, nel primo caso; desidero che la mission venga comunicata diversamente e meglio e che gli appelli di fundraising siano coerenti con tale comunicazione, nel secondo.<br />
Agisco, propongo e dispongo, vado avanti in prima persona e lavorando con alacrità, poi solo dopo mi ricordo/mi rendo conto che non posso fare tutto da solo/a e, allora, affido dei compiti a chi dovrebbe occuparsene in base al ruolo ma che, non avendo preso parte alla riflessione, è in difficoltà nel comprendere come adattare un programma di lavoro a qualcosa di non organico oppure lascio in standby una parte di attività perché, tra le mille cose che ho da fare, anche questa non riesco a seguirla anche se vorrei…e quindi resta un pensiero incompiuto (con tutte le conseguenze del caso per l’organizzazione).</p>
<p>E quando il fundraiser – o chi si occupa di comunicazione o figure di staff analoghe &#8211; fa presente che non ha idea di quale sia il filo conduttore di eventi già progettati e che, pur con un approccio proattivo e collaborativo, comunicare e fare appelli in questo modo è difficoltoso, in un caso, oppure (sempre il fundraiser o chi per lui/lei) continua a scrivere lamentando una flessione nelle entrate da raccolta fondi sui canali digitali/social, il presidente “legge” vede una carenza di disponibilità e competenze, pensa che ci siano sempre meno persone in grado di lavorare professionalmente e spendersi adeguatamente per una causa, pensando in modo strategico e andando oltre il proprio pezzetto di lavoro. Il presidente vorrebbe tutti un po’ tuttologi e velocissimi, come sé stesso, o sé stessa, in grado di cogliere al volo tutte le opportunità e sviluppare tutte le idee perché qualcosa di buono comunque arriverà.</p>
<p>Sicuramente persone “che vedono solo il proprio pezzetto di lavoro” esistono. E, tuttavia, modalità di azione come quelle sopra descritte sono quelle che, tipicamente, generano confusione e conflitto, situazioni in cui chiunque non è a proprio agio o non riesce a orientare in modo efficace il proprio lavoro quotidiano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Come fare</strong>, quindi?</h4>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per fundraiser</em>:</h4>
</li>
</ul>
<p>L&#8217;ottimo è nemico del buono. Provate a trovare una o più parole chiave dopo aver chiesto al presidente perché ha pensato proprio a quelle persone da invitare e, su quelle, costruite una narrazione “di visione”, ampia, che tenga conto dell’ispirazione che ha mosso il presidente e la declini sulla interpretazione della mission in maniera ampia.</p>
<p>Poi, però, chiedete (con tatto e con il sorriso) al presidente di non farlo più… perlomeno senza avervi avvisati! È un approccio costruttivo che mette a fuoco un metodo di azione non corretto, ma lo “reinterpreta” in maniera, appunto, costruttiva, che consente di non perdere un’opportunità.</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>
<h4><em>tip per presidenti (o analoghi)</em></h4>
</li>
</ul>
<p>Essere proattivi, avere iniziativa, è un’ottima cosa. Ma se esiste un Consiglio Direttivo che è un organo collegiale, e un piano di lavoro che serve allo staff per sviluppare iniziative e azioni, forse occorre inserire le idee rendendolo coerenti con il tutto. Per evitare conflitti e fibrillazioni e, soprattutto, per fare delle idee innovative un driver effettivo di progresso dell’organizzazione. Quindi: benissimo l’iniziativa individuale, ma, in generale, meglio fare un check dei piani di lavoro già definiti e concordare azioni nuove e innovative con lo staff, così da massimizzarne l’impatto e l’efficacia senza creare attriti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Maneggiare” le organizzazioni è materia complessa.</strong><br />
<strong>Essere in governance ed esercitare il proprio mandato richiede lungimiranza e mediazione tra l’entusiasmo e la necessità di essere concreti e ragionare/agire per step successivi.</strong><br />
<strong>L’approccio del “one man/woman company” è estremamente pericoloso</strong>: non solo perché genera confusione e moltiplica i processi, inclusi quelli non necessari, ma, soprattutto, perché nel lungo periodo genera disinteresse e deresponsabilizzazione in chi, nei fatti, si sente esautorato del proprio ruolo. Senza che, però, ci sia un reale rimpiazzo – no, <strong>per quanto in gamba, una sola persona non può sostituirsi ad un Consiglio intero o allo staff.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per cui <strong>spazio alle idee e alle novità, ma sempre tenendo presente che un’organizzazione è un organismo complesso fatto di “sistemi viventi” che devono remare tutti (possibilmente) nella stessa direzione.</strong></p>
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		<title>Il Board e il fundraising, comunque lo si chiami</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giustieventi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2021 14:26:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Far funzionare il Board]]></category>
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		<category><![CDATA[consiglieri]]></category>
		<category><![CDATA[fundraising]]></category>
		<category><![CDATA[nonprofit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di Board coaching con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne. &#160; [per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli impegni professionali di questi mesi c’è un percorso di <a href="https://www.engagedin.net/board-coaching/">Board coaching</a> con una organizzazione che si occupa di cooperazione internazionale, in particolare nel settore della salute dei bambini e delle donne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[per chi, magari, non avesse idea di cosa sia un <strong>Board coaching: è un percorso di accompagnamento che tiene insieme apprendimento, pratica e sviluppo del fundraising, come strumento di sostenibilità, per quelle organizzazioni il cui Board necessiti di un lavoro ad hoc dal punto di vista delle competenze, del committment, del “disegno” di un modo differente di declinare il tema dello sviluppo dell’organizzazione</strong>.</em><br />
<em>È un lavoro molto interessante perché – ma questo accade sempre quando ci si occupa di fundraising – non ha soluzioni o modelli pre-individuabili a monte, va costruito e sviluppato in relazione alla situazione contingente e trova sempre modalità originali di sviluppo]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’organizzazione ha una storia molto bella, nasce da una motivazione forte, ha una reputazione consolidata, un buon numero di volontari. E <strong>un fundraising che fa fatica a crescere: pur con una buona strutturazione, la questione dello sviluppo, in termini di numero donatori e fondi raccolti, è un tema su cui sono concentrati gli sforzi da un po’ di tempo.</strong></p>
<p>La mia collaborazione, dunque, si sviluppa su due assi:<br />
1) <strong>la strategia di fundraising</strong> – l’analisi, la revisione e l’upgrade delle campagne, lo sviluppo del database, la comunicazione e tutto quello che riguarda il fundraising dal punto di vista anche tecnico;<br />
2) <strong>il lavoro diretto e pratico con il Board</strong>, perché possa essere il reale punto di snodo verso una strategia di sostenibilità più efficace per l’organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Dopo aver “inquadrato” la situazione dal punto di vista dei “numeri” e dell’organizzazione, <strong>il passaggio al fundraising ha visto un certo timore da parte dei Consiglieri.</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Pur convinti – tutti! Il che è già un ottimo punto di partenza – che il fundraising sia necessario, hanno manifestato una certa ritrosia nel chiedere, </strong><strong>il timore (solito…) di creare imbarazzi tra amici e conoscenti, qualche perplessità sul riuscire a chiedere.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Il punto è stato esattamente questo: “il fundraising è fondamentale, ma io non riuscirei mai a farlo perché non so chiedere nulla, neppure per questa organizzazione alla quale tengo moltissimo”.</p>
<h4 style="text-align: center;">Le persone di cui parlo sono realmente volontari dell’organizzazione: non solo compongono il Consiglio ma, da sempre, prestano attività di volontariato professionale in maniera continuativa per far progredire i progetti. Sono realmente coinvolte e attive rispetto alla causa. Ci sono per lo staff.<br />
Ma non se la sentono… di fare fundraising.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[faccio un inciso: negli ultimi 2 mesi, immagino per puro caso, mi è accaduta già 3 volte la stessa tipologia di situazione. Evidentemente il tema si pone, i Board se lo pongono e sono interessati a cercare le modalità per superare la stasi. E questo, a mio avviso, è un aspetto fondamentale, davvero un passo diverso]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come facciamo sempre durante le consulenze, ho cominciato a “stringere” sul tema per capire dove poter incuneare una leva da utilizzare per generare quel cambio di passo che è l’obiettivo del percorso di lavoro.</strong><br />
Ad un certo punto, durante questo scambio di domande che stavo guidano, un consigliere – riferendosi al presidente &#8211; ha detto che aveva fatto un atto di “pirateria” (ha usato letteralmente questo termine) perché, a fronte della necessità di sostituire uno strumento essenziale che si era rotto e che avrebbe dovuto essere oggetto di una campagna di fundraising a settembre, il Presidente ci ha pensato, ripensato, preoccupato che il macchinario rotto determinasse l’impossibilità di erogare certe prestazioni e alla fine, una mattina di qualche giorno fa, ha alzato la cornetta per chiamare uno dei suoi contatti corporate …e gli ha chiesto 50mila euro. Così, senza colpo ferire. E li ha ottenuti quasi tutti.</p>
<p>Io l’ho guardato, ho guardato il Consigliere che ha riferito l’episodio, e non potevo crederci. Non tanto per la cifra – ero certamente contentissima per il caso fortunato che ha voluto che l’incontro tra un bisogno e un desiderio fosse esattamente quello giusto in quel momento – quanto perché l’approccio contraddiceva nei fatti quello che lo stesso presidente stava dicendo fino ad un minuto prima.<br />
Gliel’ho fatto notare e <strong>gli ho chiesto come l’avrebbe chiamata, una cosa del genere, se non fundraising</strong>. E lui mi ha detto che sì, era come un atto di pirateria perché è entrato a gamba tesa con il suo contatto e, senza girarci neppure intorno, gli ha detto che il macchinario si era rotto, non riuscivano ad erogare prestazioni e che, per comprarne uno nuovo, ci sarebbero voluti alcuni mesi e nel frattempo le persone non avrebbero potuto fare quel tipo di esami e che, insomma, non era una bella situazione perché significava bloccare l’attività della struttura sanitaria. E la persona in questione gli aveva risposto che no, questo non doveva succedere e che ci avrebbe pensato lui, vista l’emergenza.</p>
<p>Mentre cercavo di mettere insieme gli elementi per far notare, nella maniera più piana e convincente possibile, che il fundraising era esattamente quella cosa lì, un altro consigliere – anche lui fino a poco prima mi stava dicendo che non avrebbe avuto problemi a scrivere o contattare amici e conoscenti, ex colleghi e chiunque altro fosse stato potenzialmente utile, ma senza neppure nominare l’espressione “ti chiedo di …” – mi ha detto che anche a lui era accaduta una cosa simile, ma che non l’aveva chiamata pirateria bensì “Provvidenza”.<br />
Durante una serata con amici di famiglia aveva raccontato di un progetto che stava seguendo in prima persona per l’organizzazione e che avrebbe voluto svilupparlo coinvolgendo un numero maggiore di destinatari e che sperava di riuscire ad avere i fondi per farlo. Ascoltando, poi, uno dei presenti che parlava di budget aziendali e di risparmi dovuti ad una gestione efficiente degli stessi, gli aveva detto – testualmente – “ma visto che questi soldi li avete comunque in cassa perché non fate una cosa per qualcun altro e li donate per questo progetto?” e quello gli aveva detto che non ci aveva mai pensato e che sì, ne avrebbe parlato in azienda perché era una buona idea. E qualche giorno dopo aveva chiesto un incontro per approfondire il tutto e, nell’arco di pochissimi giorni, erano arrivati quei soldi.</p>
<p><strong>La Provvidenza, dunque. O la pirateria.</strong></p>
<h4 style="text-align: center;">Comunque la si chiami, è qualcosa con cui queste persone si sentono più a loro agio che con il termine “fundraising”.</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci ho ragionato un bel po’, su questo aspetto. Come scrivevo più sopra, <strong>mi accade piuttosto di frequente di trovarmi di fronte a questo tipo di approccio e di dover trovare la chiave per poterlo trasformare in qualcosa di concreto e strutturato – che nella mia testa e nel mio lessico si chiama fundraising ma, evidentemente, può anche assumere nomi differenti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Su questo punto, quindi, mi sento di elencare due aspetti/suggerimenti:</p>
<p>&#8211; <strong>demistificare il termine fundraising a volte può essere la chiave di interpretazione per cambiare la percezione e, di conseguenza, l’approccio concreto</strong> (perché non tutti i consiglieri, ne sono consapevole, sono “pirati” o beneficiati dalla “provvidenza”).  a<br />
Tutte le volte in cui ho adottato questo approccio, nei casi in cui mi sembrava necessario, si è poi rivelato quello giusto. Certo, <strong>ho dovuto imparare ad essere flessibile in quanto a termini e proprietà lessicali, ma è stato – ed è – sempre un esercizio utile anche per me. Perché imparare a guardare le cose da punti di vista diversi è quello che insegna ad includere (oltre ad essere enormemente stimolante)</strong>;</p>
<p>&#8211; <strong>approfondire, non accontentarsi della prima risposta o perplessità o dubbio, è la strada per comprendere quali siano la reale situazione dell’organizzazione in quel momento e, soprattutto, le potenzialità.</strong><br />
La capacità di analisi, la lettura non solo dei dati ma anche del contesto, l’ascolto attivo e l’individuazione delle domande giuste sono, a mio avviso, tra gli strumenti fondamentali del fundraiser – in questo caso declinati su un percorso di sviluppo del Board ma, in generale, validi nella relazione con i donatori e con chiunque sia coinvolto dal tema dello sviluppo.<br />
Non essermi fermata alla prima domanda/risposta – “abbiamo timore a chiedere” – ha fatto sì che, in un clima informale e di confronto aperto, senza giudizio né remore nel condividere dubbi e perplessità (e questa “apertura” occorre generarla, perché a volte non arriva affatto da sé), emergessero le risposte “vere”.</p>
<h4></h4>
<h4></h4>
<h4>In questo anno e qualche mese in cui tutti abbiamo dovuto confrontarci con l’impensabile, la mia impressione è che uno degli insegnamenti sia proprio quello dell’apertura verso l’altro, anche quando quello che si mostra è vulnerabilità.</h4>
<h4>Perché è da lì che si costruisce, laddove invece la perfezione (o, per usare un termine che non mi piace: la performance) non necessità di curiosità e approfondimenti.</h4>
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		<title>Quando un passo indietro è uno avanti</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2021 09:26:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Il Board visto dai fundraiser]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono settimane di rincorse tra call su tutte le piattaforme possibili, incontri a distanza con Board e fundraiser, riprogettazione di corsi di formazione per rendere l’esperienza sempre più fruibile al meglio per i partecipanti, riflessioni sul fundraising, sui fundraiser, sulle policy internazionali. E anche di webinar guardati ad orari impossibili, rigorosamente in differita, per non tralasciare [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sono settimane di rincorse tra call su tutte le piattaforme possibili, incontri a distanza con Board e fundraiser, riprogettazione di corsi di formazione per rendere l’esperienza sempre più fruibile al meglio per i partecipanti, riflessioni sul fundraising, sui fundraiser, sulle policy internazionali. </em><em>E anche di webinar guardati ad orari impossibili, rigorosamente in differita, per non tralasciare il “cibo per la mente” e la coltivazione della curiosità.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qualche giorno fa, durante uno di questi eventi a distanza, ho ascoltato parole che mi sono appuntata sull’agenda e che parlavano di <em>collective leadership</em> e di <em>social and public purpose</em> come approccio metodologico</strong> da trasferire quale know-how agli studenti dei corsi universitari afferenti a materie socio-filantropiche e simili.</p>
<p>Riflettevo su questi temi anche alla luce degli stimoli arrivati dal <a href="https://nonprofitwomen.camp">Nonprofit Women Camp</a> che si è tenuto ad inizio marzo e ragionavo sul fatto che <strong>il paradigma della leadership, nelle organizzazioni nonprofit come altrove, andrebbe – nella maggior parte dei casi – rivisto e aggiornato in modo coerente con un tempo complesso come quello che stiamo vivendo. </strong></p>
<p><em>[perché sì, io <strong>sono convinta che la nuova normalità sarà, appunto, nuova e diversa da quella che conoscevamo; quello che occorrerà capire è quanto di buono potremo portarci dietro nel “nuovo mondo” e quanto, invece, sarà bene lasciare là dove è rimasto</strong>. Il mio proposito riguarda l’attenzione alla mia impronta ecologica e alla definizione di modalità più leggere di impostazione della professione: dopo 1 anno di smart working pressochè totale, una riflessione condivisa con molte delle organizzazioni con cui collaboro è, ad esempio, che le riunioni di persona andranno calibrate bene, lasciando alle opportunità tecnologiche l’interazione e il confronto più serrato perché questa modalità fa guadagnare tempo da spendere in approfondimenti e pensiero “verticale” utile a tutti, evita spostamenti e inquinamento laddove possibile e, in generale, comporta un ripensamento di tempi e approccio che, perlomeno da quello che abbiamo constatato negli ultimi 12 mesi e mezzo, incrementa l’efficacia, la concentrazione e la qualità della produttività. Dedicando, invece, tutto il tempo che occorre in presenza quando sia realmente necessario e un vero valore aggiunto]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tra le attività che seguiamo in questi mesi c’è il &#8220;disegno&#8221; del Consiglio Direttivo di una organizzazione che è in fase di rinnovo dopo 2 mandati con gli stessi membri.</strong><br />
Ad una fase di avvio dell’organizzazione, anni fa, che ci ha visto presenti come consulenti per tutto quello che riguarda la definizione della strategia di sviluppo insieme ai fondatori e allo staff, è seguito un periodo di consolidamento durante il quale alcuni tra i fondatori – non tutti – sono stati parte del Consiglio e hanno contribuito alla definizione del posizionamento dell’organizzazione.<br />
<strong>Adesso è il momento di un cambiamento</strong>, con tutto quello che comporta dal punto di vista non tanto e non solo del “design” del Board da un punto di vista teorico quanto, più praticamente, in relazione alle sensibilità, agli orientamenti, alla “visione del mondo” condivisa tra i fondatori e i nuovi, futuri Consiglieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualche giorno fa ho avuto un incontro con uno di loro, fondatore, ex presidente e persona storicamente molto attiva all’interno dell’organizzazione.<br />
Dopo un periodo di forte conflittualità interna al Consiglio aveva preso un anno sabbatico e adesso, pian piano, sta riprendendo i contatti con l’organizzazione.<br />
È una persona di cui abbiamo molta stima, così come degli altri Board members e dell’organizzazione tutta che, anche nei momenti più complicati, ha sempre saputo tenere la barra dritta e non perdere di vista l’attenzione alla mission, la cura dei donatori, la ricerca di soluzioni alternative quando quelle programmate sembravano non funzionare.</p>
<p>Questa persona mi ha aggiornato su questi mesi di distanza, su come li ha vissuti anche in relazione alla pandemia, sulle riflessioni e considerazioni “da lontano” sull’organizzazione – devo dire che <strong>questo aspetto, della relazione personale, lo considero preziosissimo all’interno di una relazione professionale</strong>. Perché in molti casi mi consente di individuare percorsi e soluzioni facendo leva anche su un sentire legato alle storie individuali che, soprattutto in una professione fortemente imperniata sui valori e su un’idea del mondo che regala (letteralmente) la possibilità di schierarsi, ha una continuità tra i due ambiti.</p>
<p>E, ragionando insieme sullo sviluppo che in questi mesi ha avuto l’organizzazione, i risultati con il segno più davanti, un’organizzazione interna stabile, mi ha detto: “<em>sai, ho capito che era il momento di fare un passo indietro. Questa organizzazione l’ho voluta fortemente, ho investito tempo e soldi per farla nascere e portarla ad un certo livello ed è stato molto frustrante rendermi conto di essere in disaccordo con la maggioranza degli altri consiglieri. Ho discusso, anche litigato. Poi, però, mi sono reso conto che avrei fatto solo danni a me e, soprattutto, allo staff che subiva tutta quella pressione e, in ultima analisi, all’organizzazione. Così mi sono allontanato, anche se mi faceva male il cuore nel farlo.</em><br />
<em>Adesso inizia un nuovo ciclo, me ne rendo conto dopo aver guardato e guardando le cose a distanza; e però, pur amando questa organizzazione e avendo un gran desiderio di volermi riavvicinare, capisco di non voler essere ingombrante e, soprattutto, non voler disturbare questo lavoro che sta funzionando così bene. Allora questo passo indietro me lo tengo stretto e mi metto al servizio dell’organizzazione in modo leggero</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco, al di là della declinazione che daremo al “modo leggero” – e che in qualche modo io ritrovo in tante riflessioni che sento e che, come ho scritto sopra, faccio in questo periodo sul tema – e dell’apprezzamento per il contenuto di queste parole, riflettevo anche su <strong>quante volte – poche, nella mia esperienza di ormai più di 10 anni di lavoro con i Board – ho sentito dire “faccio un passo indietro perché, pur essendo l’organizzazione una “mia creatura”, capisco che potrei danneggiarla se continuassi a rinfocolare la diversità di opinioni e pratiche”.</strong><br />
<strong>E a quanto, nel mio lavoro quotidiano, sia difficile poter dire ad un presidente o a un consigliere di farlo, questo passo indietro, per il bene dell’organizzazione, della sua attività, del clima interno. Ma, allo stesso tempo, a quanto sia utile per la salute dell’organizzazione avere un presidente o consigliere, a maggior ragione se fondatore, capace di guardare oltre l’amor proprio personale e l’attaccamento a qualcosa che si è visto nascere e si sente come cosa propria.</strong></p>
<p>È una riflessione che mi porto dietro come consulente: mi sentirete citarla tra le best practice se ci incontreremo in consulenza o all’interno di corsi di formazione o durante conferenze sul tema.</p>
<p>È una riflessione che mi porto dietro come Board member io stessa: non sempre – per fortuna! – sono d’accordo con le opinioni degli altri consiglieri nei Board in cui sono, ma cerco di fare il possibile per lasciare lo spazio a qualunque opinione e mettermi al servizio della causa anche quando avrei fatto le cose diversamente – o leggermente diversamente, perché poi la gradazione della divergenza è quella che conta all’atto pratico.</p>
<p><strong>Avere la consapevolezza che un passo indietro è sempre possibile aiuta a relativizzare il proprio “peso” e, in una certa misura, a guardare a distanza le cose quando sembra che non vadano come previsto.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco, riprendendo a scrivere qui dopo diverse settimane, condividere questa riflessione mi è sembrata una opzione “salutare” per me che la scrivo in primis e – credo – anche per chi la leggerà.</p>
<h4><strong>Fare un passo indietro, ogni tanto, e guardare le cose da lontano ma con lo stesso sguardo d’amore fa bene a noi, agli altri, al futuro.</strong></h4>
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